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QUESTO SITO e' nato il 05.06.2000 dal 03.09.01 si e' trasferito da ciaoweb ( fondato da FIAT-IFI ed ora http://www.laparola.net/di RUSCONI) a Tiscali perche' SONO STATO SCONNESSO SENZA ALCUN PREAVVISO NE' MOTIVO ! CHE TRISTEZZA E DELUSIONE ! Dopo per ragioni di spazio il sito e' diventato www.marcobava.it

se vuoi essere informato via email degli aggiornamenti scrivi a:email

ATTENZIONE !

DAL 25.03.02 ALTRI BOICOTTAGGI MI SONO STATI POSTI IN ATTO , PER CUI NON E' PIU POSSIBILE INSERIRE I FILES DEI VERBALI D'ASSEMBLEA : L'INGRESSO AI FILES ARCHIVIATI SU YAHOO NON PUO' PIÙ ESSERE PUBBLICO se avete altre difficoltà a scaricare documenti inviatemi le vostre  segnalazioni e i vostri commenti e consigli email. GRAZIE !   

 

 

 

LA FRAGILITA' UMANA DIMOSTRA LA FORZA  E L'ESISTENZA DI DIO: le stesse variazioni climatiche imprevedibili dimostrano l'esistenza di DIO.

Che lo Spirito Santo porti buon senso e serenita' a tutti gli uomini di buona volonta' !

CRISTO RESUSCITA PER TUTTI GLI UOMINI DI VOLONTA' NON PER QUELLI DELLO SPRECO PER NUOVI STADI O SPONSORIZZAZIONI DI 35 MILIONI DI EURO PAGATI DALLE PAUSE NEGATE AGLI OPERAI ! La storia del ricco epulone non ha insegnato nulla perché chi e morto non può tornare per avvisare i parenti !  Mb 05.04.12; 29.03.13;

 

 

Archivio personale online di Marco BAVA

OPINIONI ai sensi art.21 Costituzione

 per un nuovo modello di sviluppo

 

UDIENZE PUBBLICHE 

IN CORSO

1) PROCESSO IPI-COPPOLA: IL 23.06.11 TRIBUNALE TORINO 1^SEZ.PENALE HA SANCITO LA SUA INCOMPETENZA TERRITORIALE SPOSTANDO LA COMPETENZA SU MILANO  IN CUI SI CELEBRERA' IL PROCESSO QUANDO SARA' RESO NOTO.

IPI 25.02.13

Ipi: verso la dichiarazione di prescrizione aggiotaggio Coppola
Borsa Italiana
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Milano, 25 feb - Si avvia a una dichiarazione di prescrizione il processo al tribunale di Milano a carico di Danilo Coppola e ...

2)il 28.03.14  CONTINUA a ROMA il processo Coppola-SEGRE+ALTRI MI SONO COSTITUITO parte civile come azionista di minoranza BIM.

4) Processo MPS 1e 2 SIENA MI .

5) Processo Premafin MI

6) PROCESSO A TORINO A CARICO AMMINISTRATORI SEAT 01.03.17 E 10.03.17 AULA 37

 

 

LA mia CONTROINFORMAZIONE ECONOMICA  e' CONTRO I GIOCHI DI POTERE,  perche' DIO ESISTE,  ANCHE SOLO per assurdo.

IL MONDO HA BISOGNO DI DIO MA NON LO SA, E' TALMENTE CATTIVO CHE IL BENE NON PUO' CHE ESISTERE FUORI DA QUESTO MONDO E DA QUESTA VITA !

PER QUESTO IL MIO MESTIERE E' CAMBIARE IL MONDO !

LA VIOLENZA DELLA DISOCCUPAZIONE CREA LA VIOLENZA DELLA RECESSIONE, con LICIO GELLI che potrebbe stare dietro a Berlusconi. 

IL GOVERNO DEGLI ANZIANI, com'e' LICIO GELLI,  IMPEDISCE IL CAMBIAMENTO perche' vetusto obsoleto e compromesso !

E' UN GIOCO AL MASSACRO dell'arroganza !

SE NON CI FOSSERO I SOLDATI NON CI SAREBBE LA GUERRA !

TU SEI UN SOLDATO ?

COMUNICAMI cio' pensi !

email

 

 

Riflessioni ....

Sopravvaluta sempre il tuo avversario , per poterlo vincere.Mb  15.05.13

Torino 08.04.13

 

Il mio paese l'Italia non crede nella mia teoria economica del valore che definisce

1) ogni prodotto come composto da energia e lavoro:

Il costo dell'energia può tendere a 0 attraverso il fotovoltaico sui tetti. Per dare avvio la volano economico del fotovoltaico basta detassare per almeno 20 anni l'investimento, la produzione ed il consumo di energia fotovoltaica sui tetti.

2) liberalizzazione dei taxi collettivi al costo di 1 euro per corsa in modo tale da dare un lavoro a tutti quelli che hanno un 'auto da mantenere e non lo possono piu fare per mancanza di un lavoro; ed inoltre dare un servizio a tutti i cittadini.

3) tre sono gli obiettivi principali della politica : istruzione, sanita', cultura.

4) per la sanità occorre un centro acquisti nazionale  ed abolizione giorni pre-ricovero.

vedi PRESA DIRETTA 24.03.13

chi e' interessato mi scriva .

Suo. MARCO BAVA

 

I rapporti umani, sono tutti unici e temporanei:

  1. LA VITA E' : PREGHIERA, LAVORO E RISPARMIO.(02.02.10)
  2. Se non hai via di uscita, fermati..e dormici su. 
  3. E' PIU'  DIFFICILE  SAPER PERDERE CHE VINCERE ....
  4. Ciascun uomo vale in funzione delle proprie idee... e degli stimoli che trova dentro di se...
  5. Vorrei ricordare gli uomini piu' per quello che hanno fatto che per quello che avrebbero potuto fare !
  6. LA VERA UMILTA' NON SI DICHIARA  MA SI DIMOSTRA, AD ESEMPIO CONTINUANDO A STUDIARE....ANCHE SE PURTROPPO L'UNIVERSITÀ' E' FINE A SE STESSA.
  7. PIU' I MEZZI SONO POVERI X RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO, PIU' E' CAPACE CHI LO RAGGIUNGE.
  8. L'UNICO LIMITE AL PEGGIO E' LA MORTE.
  9. MEGLIO NON ILLUDERE CHE DELUDERE.
  10. L'ITALIA , PER COLPA DI BERLUSCONI STA DIVENTANDO IL PAESE DEI BALOCCHI.
  11. IL PIL CRESCE SE SI RIFA' 3 VOLTE LO STESSO TAPPETINO D'ASFALTO, MA DI FATTO SIAMO TUTTI PIU' POVERI ALMENO 2 VOLTE.
  12. LA COSTITUZIONE DEI DIRITTI DELL'UOMO E QUELLA ITALIANA GARANTISCONO GIA' LA LIBERTA',  QUANDO TI DICONO L'OVVIETÀ'  CHE SEI LIBERO DI SCEGLIERE  E' PERCHE' TI VOGLIONO IMPORRE LE LORO IDEE. (RIFLESSIONE DEL 10.05.09 ALLA LETTERA DEL CARDINALE POLETTO FATTA LEGGERE NELLE CHIESE)
  13. la vita eterna non puo' che esistere in quanto quella terrena non e' che un continuo superamento di prove finalizzate alla morte per la vita eterna.
  14. SOLO ALLA FINE SI SA DOVE PORTA VERAMENTE UNA STRADA.
  15. QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI CONCRETI SI PASSA AI LUOGHI COMUNI.
  16. L'UOMO LA NOTTE CERCA DIO PER AVERE LA SERENITA' NOTTURNA (22.11.09)
  17. IL PRESENTE E' FIGLIO DEL PASSATO E GENERA IL FUTURO.(24.12.09)
  18. L'ESERCIZIO DEL POTERE E' PER DEFINIZIONE ANDARE CONTRO NATURA (07.01.10)
  19. L’AUTO ELETTRICA FA SOLO PERDERE TEMPO E DENARO PER ARRIVARE ALL’AUTO AD IDROGENO (12.02.10)
  20. BERLUSCONI FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI (17.03.10)
  21. GESU' COME FU' TRADITO DA GIUDA , OGGI LO E' DAI TUTTI I PEDOFILI (12.04.10)
  22. IL DISASTRO DELLA PIATTAFORMA PETROLIFERA USA COSA AVREBBE PROVOCATO SE FOSSE STATA UNA CENTRALE ATOMICA ? (10.05.10)
  23. Quante testate nucleari da smantellare dovranno essere saranno utilizzate per l'uranio delle future centrali nucleari italiane ?
  24. I POTERI FORTI DELLE LAUREE HONORIS CAUSA SONO FORTI  PER CHI LI RICONOSCE COME TALI. SE NON LI SI RICONOSCE COME FORTI SAREBBERO INESISTENTI.(15.05.10)

  25. L'ostensione della Sacra Sindone non puo' essere ne' temporanea in quanto la presenza di Gesu' non lo e' , ne' riservata per i ricchi in quanto "e' piu' facile che in cammello passi per la cruna di un ago ..."

  26. sapere x capire (15.10.11)

  27. la patrimoniale e' una 3^ tassazione (redditi, iva, patrimoniale) (16.10.11)

L'obiettivo di questo sito e una critica costruttiva  PER migliorare IL Mondo .

  1. PACE NEL MONDO
  2. BENESSERE SOCIALE
  3. COMUNIONE DI TUTTI I POPOLI.
  4. LA DEMOCRAZIA AZIENDALE

 

L'ASSURDITÀ' DI QUESTO MONDO , E' LA PROVA CHE LA NOSTRA VITA E' TEMPORANEA , OLTRE ALLA TESTIMONIANZA DI GESU'. 15.06.09

 

DIO CON I PESI CI DA ANCHE LA FORZA PER SOPPORTALI, ANCHE SE QUALCUNO VORREBBE FARMI FARE LA FINE DI GIOVANNI IL BATTISTA (24.06.09)

 

- GESU' HA UNA DELLE PAGINE PIU' POPOLARI SU FACEBOOK...
http://bit.ly/qA9NM7

 

The InQuisitr - La pagina Facebook "Jesus Daily" è popolarissima e più seguita perfino di quella di Justin Bieber. Con 4 o 5 posts al giorno, le "parole di Gesù" servono a incoraggiare la gente, racconta il Dr. Aaron Tabor, responsabile della pagina. Altre due pagine Facebook cristiane fanno parte della top 20 delle pagine più visitate del social network.

06.09.11

 

 

Annuncio Importante che ha causato la nostra temporanea interruzione !

Cari Utenti

Questo e' il messaggio che non avrei mai voluto scrivere... ma purtroppo devo mettervi al corrente dei fatti: HelloSpace chiudera'.

E purtroppo non e' un pesce d'aprile fuori periodo, ma la dura verita'.

E' stato bello vederlo crescere e con esso veder crescere i vostri siti, vedere le vostre idee prendere vita, vedere i nostri impegni concretizzati in questo fantastico progetto. Ma come ben sapete, qualsiasi cosa ha un inizio ed una fine. E quella di HelloSpace sta arrivando, nonostante nessuno lo avesse immaginato (me compreso), o almeno non ora.

Non scendo nei dettagli delle motivazioni che mi hanno condotto a questa decisione, ma vi assicuro che prima di prenderla ho valutato tutte le possibili alternative...

Il nostro progetto, come ben sapete, e' nato gratuito per voi utenti finali, tuttavia ci comportava delle spese che sono via via cresciute.

Tutto questo grazie al circuito di banner adsense, che ci permetteva di pagarci le risorse necessarie per far si che HelloSpace 'vivesse'.

Cio' che e' successo e' adsense ha bannato, senza voler sentir ragione alcuna, nonostante svariate richieste di rivalutazione e di spiegazioni, l'intero dominio. Distruggendo cosi' il futuro di quel progetto per il quale abbiamo passato ore e ore, notti e notti, a programmare, configurare, testare, reingegnerizzare...

Non mi resta molto da aggiungere, se non invitarvi a fare una copia di tutti i vostri contenuti (file e db) ENTRO IL 6 DICEMBRE.

Desidero ringraziare infine tutte le persone che, in un modo o nell'altro, hanno contribuito a farci crescere.


Grazie,

Giuseppe - Tommaso

HelloSpace.net

io non so quanto tutto cio sia vero di fatto mi sta creando un disagio che ho risolto con l'apertura in contemporanea di un nuovo sito parallelo a questo :

www.marcobava.it

 

 

 

LA PIÙ GRANDE STATUA DI CRISTO AL MONDO BATTE QUELLA DI RIO DE JANEIRO
http://bbc.in/byS6sZ

 

IL BAVAGLIO della Fiat nei miei confronti:

 

IN DATA ODIERNA HO RICEVUTO: Nell'interesse di Fiat spa e delle Societa' del gruppo, vengo informato che l'avv.Anfora sta monitorando con attenzione questo sito. Secondo lo stesso sono contenuti in esso cotenuti offensivi e diffamatori verso Fiat ed i suoi amministratori. Fatte salve iniziative autonome anche davanti all'Autorita' giudiziaria, vengo diffidato dal proseguire in tale attivita' illegale"
Ho aderito alla richiesta dell'avv.Anfora, veicolata dal mio hosting, ricordando ad entrambi le mie tutele costituzionali ex art.21 della Costituzione, per tutelare le quali mi riservo iniziative esclusive dinnanzi alla Autorita' giudiziaria COMPETENTE.
Marco BAVA 10.06.09

 

TEMI SUL TAVOLO IN QUESTO MOMENTO:

 

TEMI STORICI :

 

MESSA IN COMMEMORAZIONE DELLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI il 18.11.17 ORE 18 CHIESA S.MARIA GORETTI TORINO V.PCOSSA ANG V.ACTIS

 

Edoardo, l’Agnelli cancellato dall’album di famiglia

 

Una messa di suffragio a Ginevra e una commemorazione islamica a Teheran. A sedici anni dalla sua tragica morte, sul figlio dell'Avvocato prosegue la damnatio memoriae. Cosa non nuova nella secolare storia della schiatta - di GIGI MONCALVO

Sedici anni fa, il 15 novembre, moriva Edoardo Agnelli, il figlio primogenito di Gianni e Marella. Aveva 46 anni. Il suo corpo venne trovato riverso sulle pietre accanto al torrente Stura ai piedi di un pilone dell’autostrada Torino-Savona, nei pressi di Fossano. Quel viadotto portava il nome di un indimenticato generale dei Carabinieri, Franco Romano, precipitato nell’elicottero su cui viaggiava nel dicembre 1998. Il generale, che ha lasciato una moglie e un figlio che vivono a Torino, tra l’altro era amico di Edoardo.

Questo sedicesimo anniversario avrà la caratteristica crudele e tremenda delle altre analoghe ricorrenze: l’oblìo. Edoardo è stato letteralmente cancellato dalla famiglia, o da quel poco che resta degli Agnelli (coloro che portano questo cognome per nascita oggi sono solo otto, di cui appena tre del ramo-Gianni e cinque del ramo-Umberto, in attesa che Andrea e Deniz Akalin incrementino il numero). Per ricordare Edoardo, come negli anni scorsi, non ci sarà nulla, o ben poco. Non troverete sulla Stampa, o sul Corriere della Sera o su Repubblica (di cui John Elkannè da poco diventato il secondo  azionista dopo Carlo De Benedetti) nemmeno poche righe di necrologio. Eppure Jacky non dovrebbe sborsare nemmeno un cent essendo il proprietario…

Nelle pagine di cronaca cittadina non ci sarà nemmeno una breve che annuncia una messa di suffragio. Anche perché tale cerimonia, nemmeno in privato, ci sarà, almeno in Italia. La madre di Edoardo, donna Marella, ha letteralmente cancellato dalla sua mente questa ricorrenza e probabilmente ha tentato di farlo anche con molti ricordi per lei sgradevoli. L’unica funzione di suffragio di cui si è avuta notizia si svolgerà, col rito greco-ortodosso, ad Allaman, sulle sponde del lago di Ginevra, nella piccola cappella privata che allinea alcune icone dipinte da Margherita de Pahlen, la sorella di Edoardo. Lei, il marito Sergee i cinque figli manderanno il consueto mazzo di rose rosse al cimitero di Villar Perosadove c’è la tomba di Edoardo.  Lapo? Lasciamo perdere. L’anno scorso, proprio in questo anniversario, inondò i social media di repliche alle osservazioni ironiche di Diego Della Valle sul fatto che gli Elkann erano più portati alle discoteche che al lavoro… Per zio Edoardo non sprecò nemmeno un tweet. Perfino la Juventus, allineata e prona ai voleri dell’azionista di maggioranza (ma Andrea perché non si fa valere?), ha dato una “coltellata” alla memoria: da anni sul sito ufficiale del club non c’è un ricordo di Edoardo che pure era stato consigliere di amministrazione, sedeva spesso in panchina con Trapattoni e litigò di brutto con Giampiero “Marisa” Boniperti chiedendo che la Coppa sporca di sangue vinta a Bruxelles venisse restituita e la partita col Liverpool rigiocata. Ma il sito del club non è nuovo a cadute di stile: non c’è mai nemmeno una riga nell’anniversario della morte dell’avvocato Vittorio Chiusano, il vero e unico “avvocato dell’Avvocato” che fu presidente della Juve per molti anni.

La ex-famiglia Agnelli non solo dimentica ma cancella letteralmente le figure “scomode” o considerate tali. È accaduto perfino con Virginia Bourbon del Monte, la mamma di Gianni e dei suoi sei fratelli e sorelle (Clara, Susanna, Cristiana, Maria Sole, Giorgio e Umberto), considerata “colpevole” di aver amato Curzio Malaparte, di essere morta in circostanze non commendevoli, ma soprattutto di aver frequentato il Generale Karl Wollf che fu, dal febbraio all'ottobre del 1944, il Governatore Militare e il Comandante supremo delle SS e della Polizia nel nord d’Italia. Fu proprio in virtù di questi rapporti tessuti con pazienza da Virginia Agnelli con il mondo cattolico che il generale Wollf, il 10 maggio 1944, ebbe un incontro segreto in Vaticano con Papa Pio XII, organizzato da Virginia con i buoni uffici, almeno sul fronte tedesco, del colonnello Eugene Dollmann, comandante della piazza di Roma e abituale frequentatore di casa Agnelli al Bosco Parrasio. Lo scopo di Virginia venne raggiunto:  evitare spargimenti di sangue al momento del ritiro delle truppe tedesche incalzate dagli alleati ormai sbarcati fin da gennaio ad Anzio. E, soprattutto, la revoca dell’ordine di distruggere le grandi bellezze della capitale dopo la resa. A Karl Wolff e al generale Wilhelm Burgdorf il Führer aveva affidato l’Operazione Rabat, ovvero di rapire il Papa. E Wollf, nel corso di quell’incontro, informò di persona ilPapa. Chissà perché gli Agnelli hanno sempre voluto “nascondere” le loro collusioni col fascismo (quando Gianni da soldato ebbe il primo incidente d’auto alla gamba vicino alla Linea Gotica viaggiava su un’auto del comando nazista guidata da un soldato tedesco…), pur avendo la coscienza sporca, non hanno mai perdonato a Virginia le sue “collusioni”, anche se a fin di bene, coi nazisti a Roma. Infatti, quell’episodio salvò molte vite umane e soprattutto impedì la distruzione dei monumenti più importanti della Città Eterna. Un comportamento un po’ strano, soprattutto quello del capostipite Senatore Giovanni Agnelli di cui è possibile vedere ancor oggi le immagini su youtubementre in camicia nera rende omaggio al Duce in visita agli stabilimenti della Fiat a Torino. Il nonno di Gianni era solito ripetere, a chi gli chiedeva se fosse fascista o antifascista: “Sono sia l’una che l’altra cosa. A Torino sono anti-fascista perché ci sono gli operai, i sindacati e il partito comunista. A Roma invece sono fascista perché c’è il Duce e ci sono i ministri che mi devono firmare le commesse per la guerra”.

Virginia Agnelli non è stata mai sufficientemente ricordata e onorata, edifici o scuole che le sono intitolate portano il nome di suo marito Edoardo insieme al suo. Non c’è una via che la ricordi, a parte una stradina periferica di Roma, lo stesso Gianni non partecipò ai funerali della madre. La versione ufficiale dice che era in Scandinavia per stipulare accordi commerciali, in realtà era stato il nonno a farlo partire e non perché temesse che il processo di epurazione in corso contro lui e Vittorio Vallettapotesse coinvolgere anche il nipote prediletto. Il testamento “segreto” del Senatore, scritto alcuni anni prima della morte e reso noto dopo la sua scomparsa, dimostrò quanto egli detestasse l’affascinante e indomabile nuora al punto da lasciarle poche briciole (con la clausola che venissero versate dai figli…) e nemmeno un tetto sotto il quale abitare. Per fortuna, Virginia era già morta da poco più di un mese e le fu risparmiata quest’ultima umiliazione. È stato cancellato anche Giorgio, il secondo figlio maschio di Virginia, il fratello numero sei –nato il 12 maggio 1929 –, morto a Rolle in Svizzera nel 1965 alla vigilia del suo trentaseiesimo compleanno. Era stato ricoverato in un ospedale psichiatrico dopo che Gianni e Susanna firmarono una richiesta di internamento e chiamarono i carabinieri per farlo portare via. 

Tornando a Edoardo Agnelli l’aspetto più paradossale di questo sedicesimo anniversario è che il defunto è stato commemorato solo a Teheran. Lo annuncia la giornalista iraniana Amani Raziesu ParsToday. Nel sito è raffigurato un manifesto commemorativo in cui una grande forbice taglia in due una foto con la figura di Edoardo. Dunque i tentativi di speculazione sulla sua presunta e mai provata conversione alla religione islamica continuano.

Ad alimentare tutto questo, e soprattutto la inopinata cancellazione del proprio parente, è proprio e anche il silenzio del nipote di Edoardo, John Elkann. Il quale dimostra davvero di non avere cuore per il suo sfortunato zio. E pensare che la sua ascesa “al trono” è stata favorita, non solo da Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, ma proprio grazie alla scomparsa di Edoardo e dal tipo di “ostacolo” che egli rappresentava in quanto figlio ed erede legittimo. Nella sua ultima famosa intervista a Paolo Griseri del Manifesto (15 gennaio 1998, due anni e dieci mesi prima della morte), Edoardo confermava per l’ennesima volta che, in caso di morte del padre, avrebbe fatto valere quanto previsto dalle leggi successorie italiane. Quindi, indipendentemente da ciò che c’era scritto nel testamento, avrebbe fatto valere la sua “legittima” e cioè sarebbe divenuto proprietario delle azioni della “Dicembre” e dell’“Accomandita Giovanni Agnelli” e non del corrispettivo in denaro come aveva previsto il padre, su suggerimento dei due “grandi vecchi”. Che Edoardo avesse un pacchetto di azioni delle due casseforti rappresentava un “pericolo” da evitare ad ogni costo. Si pensi che cosa sarebbe accaduto della “Dicembre” e della governance del Gruppo se Edoardo fosse stato ancora in vita dopo la morte di Gianni Agnelli. Le sue azioni ereditate e sommate a quelle della sorella avrebbero potuto determinare e condizionare certi incredibili atteggiamenti che donna Marella ha avuto in sede di successione privilegiando uno solo degli otto nipoti e dando una autentica pugnalata alla schiena alla figlia. Edoardo in vita e Margherita avrebbero potuto far cambiare idea alla madre e impedirle di consegnare il gruppo a un giovane, imberbe e inesperto nipote, a scapito anche dell’altra co-erede e degli altri sette nipoti?

John sembra aver dimenticato queste cose, e in questo periodo è occupato soltanto a far credere una cosa insostenibile e smentita da ogni documento: e cioè che egli abbia ceduto a Lapo e Ginevra una parte delle azioni della “Dicembre”. Non è vero, non può e non potrà mai farlo. Solo in caso di sua morte lo statuto prevede che i suoi figli possano diventare soci ereditando le quote del padre. E Lavinia? Anche lei potrà, ma solo a una condizione: che Gabetti, Grande Stevens padre e figlia, e Cesare Ferrero, siano d’accordo e votino a suo favore. John è uno che quando vuole dimentica, ma molto più spesso ricorda fin troppo bene. Non ha mai dimenticato quel che disse il povero Edoardo al Manifesto. Pochi giorni prima, nel dicembre 1997, c’erano stati i funerali di Giovannino, il figlio di Umberto, e il giovane John era stato imposto dal nonno Giovanni nel cda della Fiat, nonostante avesse solo 22 anni e nemmeno la laurea, tra il mormorio e le proteste degli altri soci. Edoardo non nascose nulla di se stesso quando disse, ad esempio, con ironia:  “Francesco d’Assisi era uno che soffrì molto perché era considerato un matto e venne esautorato anche dall’amministratore del suo ordine”. Edoardo aggiunse: “Allo stato attuale ho scelto di lavorare all’interno della famiglia, con il mio nome e cognome. Non ho cambiato paese e abito (…)”. 

Edoardo, in quella sua ultima intervista, dà una risposta netta sul suo, e di suo padre, “nipotino” Jacky: “Considero quella scelta uno sbaglio e una caduta di stile, decisa da una parte della mia famiglia, nonostante e contro le perplessità di mio padre, che infatti all’inizio non voleva dare il suo assenso. Non si nomina un ragazzo pochi giorni dopo la morte di Giovanni Alberto, per riempire un posto. Se quel posto fosse rimasto vacante per qualche mese, almeno il tempo del lutto, non sarebbe successo niente. Invece si è preferito farsi prendere dalla smania con un gesto che io considero offensivo anche per la memoria di mio cugino”. Edoardo, e questo è un passaggio fondamentale, afferma che suo padre nutriva perplessità per quella scelta su Jaky. Sostiene che l’Avvocato “in un primo tempo non voleva dare il suo assenso”. Forse era davvero questa la realtà. 

Il giornalista del Manifesto pone una domanda inevitabile dopo quel giudizio molto duro pronunciato da Edoardo a proposito di Jaky: “Formulato da lei potrebbe far pensare a una volontà di rivincita per non essere stato chiamato a ricoprire quell’incarico”. Ma Edoardo rincara la dose: “Ripeto che non ho alcuna intenzione di candidarmi. Ma, se fosse dipeso da me, non avrei operato quella sostituzione in tempi così stretti, né avrei fatto quella scelta. Una scelta negativa per la Fiat e per lo stesso ragazzo, un ragazzo in gamba che rischia di venire sacrificato in un gioco più grande di lui. Io ho grande rispetto per la Fiat e per i suoi manager, che sono molto bravi. Ma come si giustifica, di fronte a un’assemblea di azionisti, la presenza in consiglio di un ragazzo di 22 anni? Quali consigli può dare sulle strategie aziendali?”.

Griseri fa osservare che l’Avvocato si è già trovato a fronteggiare questo problema, nessuno dimentica come rumoreggiava la sala il giorno in cui venne annunciata la cooptazione di Jaky. Il nonno, allora, aveva risposto in prima persona, infastidito, prendendo il microfono, interrompendo i lavori e ricordando agli scettici e ai perplessi che egli stesso aveva ricoperto quell’incarico proprio a ventidue anni. “Ma erano altri tempi – replica Edoardo – e c’era un altro spirito, lo spirito di mio bisnonno, il fondatore della Fiat. Oggi invece una parte della mia famiglia si è fatta prendere da una logica barocca e decadente. Senza offesa per nessuno, siamo vicini al gesto di Caligola che nominò senatore il suo cavallo. La Fiat è un’azienda seria, non un club per ventenni. E poi quella designazione fa male al ragazzo. Se lei – chiede Edoardo - avesse un  figlio di vent’anni lo metterebbe in una situazione del genere? Un posto in consiglio di amministrazione deve essere il coronamento di una vita in azienda, non può essere dato così”.

Per saperne di più leggere Agnelli Segreti e I Lupi e gli Agnelli di Gigi Moncalvo, reperibili su www.gigimoncalvo.it o gigimoncalvo@gmail.com

 

SE VUOI AVERE UNA COPIA DEL TESTAMENTO OLOGRAFO DI GIANNI AGNELLI E DELLE LETTERE DI EDOARDO AGNELLI    per aprire il sito   mio.discoremoto.virgilio.it/edoardoagnelli     clicca qui

 

Edoardo Agnelli è stato ucciso?" - Guarda il video

I VIDEO DELLE PRESENTAZIONI GIA' FATTE LI TROVI SOTTO

LA PARTE DEDICATA AD EDOARDO AGNELLI SU QUESTO SITO

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TUTTO DEVE PARTIRE DALL'OMICIDIO PREMEDITATO DI EDOARDO AGNELLI     

come dimostra l'articolo sotto riportato:

È PIENA GUERRA TRA ACCUSE, SOSPETTI, RICORSI IN TRIBUNALE E CONTI CHE NON TORNANO NELLE FONDAZIONI CHE CUSTODISCONO IL TESORO DI FAMIGLIA

Ettore Boffano e Paolo Griseri per "Affari&Finanza" di "Repubblica"

È una storia di soldi, tantissimi soldi. Almeno 2 miliardi di euro secondo la versione più moderata tra quelle che propone Margherita Agnelli; un miliardo e 100 milioni a sentire invece il suo ex legale svizzero, Jean Patry, che contribuì a redigere a Ginevra il "patto successorio" del 2004 con la madre Marella Caracciolo.

Per l'Agenzia delle entrate di Torino, poi, i primi accertamenti indicano una cifra minore, non coperta però dallo "scudo fiscale": 583 milioni. Somma che Margherita non ha mai negato di aver ricevuto, ma lasciando un usufrutto di 700mila euro al mese alla madre e contestando davanti al tribunale di Torino il fatto che quel denaro, depositato all'estero su una decina di trust offshore, sia davvero tutto ciò che le spettava del tesoro personale del "Signor Fiat".

È anche la storia di una pace che non c'è mai stata, di una serenità familiare minata. E minata probabilmente ben prima di quel 24 gennaio 2003, quando all'alba Torino apprese che il "suo" Avvocato se n'era andato per sempre. Dissensi cominciati tra la fine degli anni ‘80 e l'inizio degli anni '90: Margherita e il fratello Edoardo (poi suicidatosi il 15 novembre 2000) capiscono che non saranno loro a succedere al padre alla guida della famiglia e della Fiat.

Altri nomi e altre investiture sono già pronte: quella di Giovannino Agnelli, figlio di Umberto, come amministratore, e addirittura del giovanissimo John "Jaki" Elkann, il primogenito di Margherita, come futuro titolare della società "Dicembre" e della quota del nonno nell'accomandita di famiglia, la "Giovanni Agnelli & C. Sapaz".

L'amarezza di quei giorni e gli scontri in famiglia restano coperti dalla riservatezza, più regale che borghese, abituale alla prima dinastia industriale italiana. Ma nel segreto i tentativi di risolvere una lite strisciante, che guarda già alla futura eredità, vanno avanti anche se con scarsi risultati.

E sempre inseguendo la speranza della "pace familiare". Alla pace, infatti, si ispira il nome suggestivo di una fondazione, "Colomba Bianca", che Agnelli ordina ai suoi collaboratori di costituire nel 1999 a Vaduz, quando la figlia Margherita protesta per i "tagli" che Gianluigi Gabetti, il finanziere di famiglia, ha imposto alla "lista delle spese" annuale per il mantenimento suo e degli otto figli (i tre avuti dal primo matrimonio con Alain Elkann e i cinque nati dall'unione con il conte Serge de Pahlen).

"Colomba Bianca" è dotata di 100 milioni di dollari. «È la nostra cagnotte (la mancia che al casinò si dà al croupier, ndr)», spiega Margherita al fratello Edoardo, ma poi scopre che ancora una volta la gestione dei soldi è saldamente in mano a Gabetti. Approfittando delle vacanze estive, allora, Margherita trasferisce tutto il denaro sui suoi conti, scatenando l'ira dei consulenti del padre.

E sempre la pace che non c'è, insidiata dalla tempesta, è richiamata anche nel nome del trust offshore "Alkyone", una fondazione di Vaduz che costituisce il capolavoro di ingegneria finanziaria di Gabetti e dell'«avvocato dell'Avvocato», Franzo Grande Stevens. Essa è stata fondata il 23 marzo del 2000, proprio con lo scopo di governare l'eredità di Gianni Agnelli. Il nome è una citazione dalla mitologia greca: ricorda la storia di Alcione figlia di Eolo, re dei venti. Trasformata in uccello, ottenne da Zeus che il mare si placasse per farle deporre le uova sulla spiaggia. I sofisticati statuti e regolamenti di "Alkyone" dicono che essa avrebbe dovuto conservare, fuori dalle tempeste familiari, il patrimonio estero di Gianni Agnelli. I "protector" e cioè i gestori erano Gabetti, Grande Stevens e il commercialista elvetico Siegfried Maron.

PATTO 2004 CON CUI MARELLA E MARGHERITA AGNELLI RINUNCIARONO A OGNI PRETESA

Ecco, è proprio qui, in quel "paradiso fiscale" di Vaduz inutilmente intitolato al pacifico mito di Alcione, che bisogna cercare i dettagli della "guerra degli Agnelli" in scena, da qualche mese, anche negli uffici dell'Agenzia delle Entrate subalpina e, per una storia collaterale, nella procura della Repubblica di Milano.

Così come i tre protector di "Alkyone sono le persone che Margherita indica come "gestori" del patrimonio personale del padre e che ha citato a giudizio (assieme alla madre) per ottenere il rendiconto della «vera eredità». Una saga complicata e dolorosa e che Margherita ha affidato, oltre al tribunale, anche a un libro di 345 pagine, scritto in francese da un analista belga ed ex 007 fiscale della Ue, Marc Hurner, stampato solo in 12 copie con un titolo molto esplicito: "Les Usurpateurs. L'histoire scandaleuse de la succession de Giovanni Agnelli" e, in copertina, il disegno del palazzo di famiglia che oggi a Torino, in corso Matteotti, ospita Exor.

Anni di reciproca rabbia e di scambi di lettere tra principi del foro che hanno consolidato un gelo definitivo tra Margherita, la madre e i figli John e Lapo e che, soprattutto, si sono intrecciati con l'assetto e il controllo del gruppo ExorFiat. Nella prossima primavera il giudice torinese Brunella Rosso dovrebbe pronunciare il primo verdetto, ma è possibile che il cammino mediatico della "guerra degli Agnelli" prosegua a lungo.

Cerchiamo di capire il perché. Oggi la società "Dicembre", che fa da guida all'accomandita e al gruppo, è saldamente in mano a John Elkann così come era in passato per il nonno. Questo assetto è il risultato della strategia indicata dall'Avvocato.

Il 10 aprile 1996, infatti, Gianni Agnelli è alla vigilia di un delicato intervento al cuore: cede tre quote uguali del 24,87 per cento, alla moglie, alla figlia e al nipote, conservando per sé il 25 ,38. Alla sua morte, Marella, Margherita e John salgono ciascuno al 33,33 per cento. Prima dell'apertura del testamento, però, Marella dona il 25 ,4 per cento al nipote, trasformandolo nel socio di maggioranza assoluta con il 58,7.

Quando il notaio torinese Ettore Morone legge il testamento, il 24 febbraio 2003, la notizia della donazione scatena la lite familiare. Nelle disposizioni, Agnelli spartisce solo i beni immobili in Italia: Margherita sostiene di aver chiesto conto di tutto il resto, ma di non aver ricevuto risposta. Lo scontro, soprattutto con Gabetti e Grande Stevens, si fa durissimo: il civilista della famiglia si dimette dall'incarico di esecutore testamentario e la figlia dell'Avvocato li accusa di «essersi sostituiti al padre» chiedendo per sé «e per tutti i miei figli, il ripristino dei miei diritti».

Nel frattempo, entra in possesso di un documento in lingua inglese, il "Summary of assets", che elenca i beni esteri poi confluiti in "Alkyone": 583 milioni di euro. Dopo una tormentata trattativa, il 18 febbraio 2004 Marella e la figlia, entrambe cittadine italiane residenti in Svizzera e definite nell'atto "benestanti", stipulano un patto successorio "tombale" che prevede la rinuncia di Margherita a qualsiasi ulteriore diritto sull'eredità del padre, su quella della madre e sulle donazioni compiute da entrambi i genitori a favore di John. Inoltre, cede alla madre sia la quota di "Dicembre" sia la partecipazione nell'accomandita. La pace sembra davvero essere ritornata e a settembre Margherita partecipa al matrimonio del figlio con Lavinia Borromeo.

Ma il mito di Alcione resiste poco. In cambio delle rinunce, infatti, Margherita ha ottenuto i 583 milioni del "Summary of assets", i beni immobili e la collezione d'arte. Una parte del denaro, 105 milioni, però le è versato in forma "anonima" da Morgan Stanley nell'aprile 2007 e la richiesta di informazioni su chi ha dato ordine di pagare non ha esito. Per l'erede dell'Avvocato quella sarebbe la prova che all'estero esiste altro denaro e che i gestori sono Gabetti, Grande Stevens e Maron. Una tesi sempre contestata dai tre: Margherita e i suoi legali, infatti, non sono stati in grado di indicare un mandato scritto.

Il 27 giugno 2007, l 'avvocato Girolamo Abbatescianni e il suo collega svizzero Charles Poncet avviano la causa per ottenere il rendiconto: secondo Margherita ci sarebbero altri beni da dividere. Solo in via subordinata, invece, si chiede di dichiarare nullo il patto successorio svizzero che viola il codice civile italiano. Nel corso delle udienze e delle schermaglie procedurali, la difesa di Margherita giunge anche a quantificare il presunto ammanco nel cespite ereditario. Circa un miliardo e 400 milioni di euro, frutto di quella che Marc Hurner ribbattezza "l'Opa pur rire" ( la finta Opa ).

Si tratta della clamorosa operazione finanziaria lanciata nel 1998 dall'Ifi sulla società "gemella" del Lussemburgo, "Exor Group", attraverso prima la raccolta di un maxidividendo e poi l'acquisto con un prestito della Chase Manhattan Bank. Secondo Hurner, i veri beneficiari dell'Opa sarebbero i "soci anonimi" di "Exor Group" rappresentati da fiduciarie dietro le quali potrebbe esserci, a detta dell'analista, un unico proprietario: Gianni Agnelli. L'utile di quell'operazione sarebbe ciò che ancora manca all'eredità.

Anche questa ricostruzione è sempre stata contestata in toto dai legali dei presunti" gestori" e, all'inizio dell'estate scorsa, il giudice Rosso ha respinto la richiesta degli avvocati di Margherita di ascoltare testi e di compiere accertamenti bancari. Nell'udienza di giovedì scorso, i nuovi legali di Margherita (Andrea e Michele Galasso e Paolo Carbone) hanno rovesciato la precedente impostazione chiedendo, oltre al rendi• conto, anche la nullità del patto successorio.

Ora il giudice dovrà decidere se questa istanza è ancora proponibile e, soprattutto, se le convenzioni giuridiche tra Italia e Svizzera le impediscano di pronunciarsi sul documento elvetico visto che, 'nel giugno scorso, Marella ha chiesto al tribunale di Ginevra di confermarne la validità. Se però fosse accolta la tesi di Margherita, allora tornerebbe in discussione tutto il sistema di donazioni che consente al figlio John la guida istituzionale della galassia Fiat.

Le ultime possibili sorprese sull'intera saga potrebbero poi venire dalla procura di Milano, che sta indagando su una querelle tra due ex legali di Margherita, Poncet ed Emanuele Gamna, e sulla maxiparcella da 25 milioni di euro percepita da quest'ultimo assieme al collega Patry.

L'escalation giudiziaria su chi potesse manovrare quelle ingenti somme alI'estero dopo la morte di Agnelli va di pari passo con le indagini fiscali ordinate quest'estate dal ministro Giulio Tremonti (c'è il rischio di una sanzione pari a tre volte i 583 milioni del "Summary of Assets"). E sarà su questi due fronti, più che ormai nella causa civile di Torino, che si giocherà il finale di partita per il tesoro dell'avvocato.

WSJ: LA LUCE INDESIDERATA SUGLI AGNELLI...
Da "Il Riformista" - Ieri il "Wall Street Journal" ha pubblicato un articolo in cui si riportano gli ultimi avvenimenti legati alla successione dell'impero economico della famiglia Agnelli. Il titolo dice: la causa, luce indesiderata sulla famiglia della Fiat. Dopo la morte dell'Avvocato, scrive il "Wsj", alla figlia Margherita è stato tenuto nascosto un patrimonio «in denaro e in beni per più di un miliardo di euro (un miliardo e mezzo di dollari) sparsi in diversi conti bancari e compagnie di investimento fuori dall'Italia».

L'articolo fa presente che Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron dicono «di essersi solo occupati degli affari di Agnelli e di non sapere nulla di presunte somme mancanti» e spiega che la vicenda «sta appassionando la nazione che una volta considerava Gianni Agnelli in suo re non ufficiale».

Secondo il giornale, qualcuno sosterrebbe che la disputa ha scalzato il nome di Agnelli dal piedistallo: «È la prova che la dinastia è finita, dice il sindacalista Giorgio Airaudo». Dopo aver ricordato che oggi la famiglia ha una nuova leadership in «mister Elkann», che non ha voluto commentare la causa di sua madre con il quotidiano, il Wsj cita anche il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, quando dice che «la gente al bar non parla del processo, ma di Marchionne a Detroit, e di come questo porterà lavoro».

 

[19-11-2009]

 

 

 

grazie a Dio , non certo a Jaky,  continua la ricerca della verità sull'omicidio di Edoardo Agnelli , iniziata con i libri di Puppo e Bernardini, il servizio de LA 7, e gli articoli di Visto,  ora il Corriere e Rai 2 , infine OGGI e Spio , continuano un percorso che con l'aiuto di Dio portera' prima di quanti molti pensino alla verita'. Mb -01.10.10

 

 edoardo agnelli

 

IL 15.11.2000 E' MORTO EDOARDO AGNELLI senza alcuna ragione VERA

E' NOTORIO CHE LA MORTE DI EDOARDO AGNELLI E' UN  MISTERO.

EDOARDO AGNELLI PER ME NON SI E SUICIDATO e non sono state fatte indagini sufficienti sulla sua morte, ad  iniziare dalla mancanza dell'autopsia. 

PERCHE' LE LETTERE DI EDOARDO: poiche' non e' stata fatta chiarezza sulla sua morte cerco di farne sulla SUA VITA.

PERCHE' era contro i giochi di potere che prima ti blandiscono, poi ti escludono , infine ti eliminano !

CLICCA QUI PER SCARICARE LE LETTERE DI EDOARDO...CADUTO NEL POSTO SBAGLIATO !

PER AVERE ALTRE INFORMAZIONI CLICCA QUI

O QUI

Se diranno che anche io mi sono suicidato non ci credete, cosi pure agli incidenti mortali ...potrebbero non essere causali e dovuti alla GRANDE vendetta.

LA DICEMBRE società semplice e' il timone di comando del gruppo Elkan.

Come scrive Moncalvo nel suo libro AGNELLI SEGRETI da pag.313 in poi, attraverso la Dicembre Grande Stevens controlla di fatto Jaky e la figlia di Grande Stevens Cristina ne prenderà il controllo quando Jaky morirà mentre ai suoi figli verrebbe liquidata solo la quota patrimoniale nominale.

La proposta di società ad Edoardo nel 1984-86 non si sa come sia cambiata statutariamente in quanto il documento del mio link

http://www.marcobava.it/DICEMBRE/DICEMBRE%201984.pdf

e' l' unico che sia stato dato ad Edoardo sino al 2000 quando fu ucciso proprio perche' non voleva ne' accettare l' esclusione dalla Dicembre ne' di condividerla con Grande Stevens padre e figlia , Gabetti, e Ferrero perché estranei, ne' di darne il controllo a Jaky perché inadatto , come aveva dichiarato al Manifesto con Griseri nel 1998.

Tutto ciò l' ho detto già anni fa alla giornalista Borromeo cognata di JAKY al fine che ne parlasse con la sorella, o non ha capito, o ha creduto alle bugie che le hanno detto per tranqullizzarla.

Io credo che sia nell 'interesse di tutti che vengano chiariti al più` presto sia il contenuto dello statuto della dicembre e le conseguenze che ne derivano.

 

 

 

VIDEO EDOARDO AGNELLI 1 PARTE 

 

  1. Edoardo Agnelli , martire dell' Islam - p. 1 - YouTube

    www.youtube.com/watch?v=bs3bTPhHRUw
    21/feb/2010 - Caricato da IslamShiaItalia

    Video della televisione iraniana sulla tragica fine di Edoardo Agnelli - I° parte. http://www.islamshia.org ...

  1. Edoardo Agnelli: documentario sulla sua vita prodotto da I.R.I.B. ...

    www.youtube.com/watch?v=SE83XD2ykFo
    20/nov/2011 - Caricato da Maggini-Malenkov

    Iran/ Italia; si celebra l'anniversario del martirio di Edoardo Agnelli Teheran - Oggi 16 ... You need Adobe Flash Player to watch this video.

 

http://www.youtube.com/watch?v=aASbXZKsSzE

 

 

 

VIDEO SU INCHIESTA GIORNALISTICA MORTE DI EDOARDO AGNELLI CHE PER ME NON SI E' SUICIDATO

 
Europa Più - 80 METRI DI MISTERO from europa più magazine on Vimeo.

 

 

LIBRI SULL’OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI

www.detsortelam.dk

www.facebook.com/people/Magnus-Erik-Scherman/716268208

 

ANTONIO PARISI -I MISTERI DEGLI AGNELLI - EDIT-ALIBERTI-

 

CRONACA | giovedì 10 novembre 2011, 18:00

Continua la saga della famiglia ne "I misteri di Casa Agnelli".

 

 

Il giornalista Antonio Parisi, esce con l'ultimo pamphlet sulla famiglia più importante d'Italia, proponendo una serie di curiosità ed informazioni inedite

 

 Per dieci anni è stato lasciato credere che su Edoardo Agnelli, precipitato da un cavalcavia di ottanta metri, a Fossano, sull'Autostrada Torino - Savona, fosse stata svolta una regolare autopsia.

Anonime “fonti investigative” tentarono in più occasioni di screditare il giornalista Antonio Parisi che raccontava un’altra versione. Eppure non era vero, perché nessuna autopsia fu mai fatta.

Ora  Parisi, nostro collaboratore, tenta di ricostruire ciò che accadde quel giorno in un’inchiesta tagliente e inquietante, pubblicando nel libro “I Misteri di Casa Agnelli”, per la prima volta documenti ufficiali, verbali e rapporti, ma anche raccogliendo testimonianze preziose e che Panorama di questa settimana presenta.

Perché la verità è che sulla morte, ma anche sulla vita, dell’uomo destinato a ereditare il più grande capitale industriale italiano, si intrecciano ancora tanti misteri. Non gli unici però che riguardano la famiglia Agnelli.

Passando dalla fondazione della Fiat, all’acquisizione del quotidiano “La Stampa”, dalla scomparsa precoce dei rampolli al suicidio in una clinica psichiatrica di Giorgio Agnelli (fratello minore dell’Avvocato), dallo scandalo di Lapo Elkann, fino alla lite giudiziaria tra gli eredi, Antonio Parisi sviscera i retroscena di una dinastia che, nel bene o nel male, ha dominato la scena del Novecento italiano assai più di politici e governanti.

Il volume edito per "I Tipi", di Aliberti Editore, presenta sia nel testo che nelle vastissime note, una miniera di gustose e di introvabili notizie sulla dinastia industriale più importante d’Italia.

 

 

 

Mondo AGNELLI :

Cari amici,

Grazie mille per vostro aiuto con la stesura di mio libro. Sono contenta che questa storia di Fiat e Chrysler ha visto luce. Il libro e’ uscito la settimana scorsa, in inglese. Intanto e’ disponibile a Milano nella librerie Hoepli e EGEA; sto lavorando con la distribuzione per farlo andare in piu’ librerie possibile. E sto ancora cercando la casa editrice in Italia. Intanto vi invio dei link, spero per la gioia in particolare dei torinesi (dov’e’ stato girato il video in You Tube. )

http://www.youtube.com/watch?v=QLnbFthE5l0

Thanks again,

Jennifer

Un libro che riporta palesi falsita' sulla morte di Edoardo Agnelli come quella su una foto inesistente con Edoardo su un ponte fatta da non si sa chi recapitata da ignoto ad ignoti. Se fosse esistita sarebbe stata nel fascicolo dell'inchiesta. Intanto anche grazie a queste salsita' il prezzo del libro passa da 15 a 19 euro! www.marcobava.it

 

Trovo strano che esista questa foto, fuori dal fascicolo d’indagine e di cui Jennifer non ha mai parlato con me da cui ha ricevuto tutto il fascicolo e molti altri documenti ! Mb

1- A 10 ANNI DALLA MORTE DELL’AVVOCATO, UN LIBRO FA A PEZZI QUALCHE SANTINO FIAT - 2- MARPIONNE CHE PIANGE PER LO SPOT CHRYSLER? MA MI FACCIA IL PIACERE! LUI DICE SEMPRE CHE STA PER PIANGERE, MA NESSUNO L’HA MAI VISTO IN LACRIME. DI SOLITO FAR PIANGERE GLI ALTRI (CHIEDERE A LAURA SOAVE, MAMMA DELLA 500 LICENZIATA IN TRONCO O AL SINDACALISTA RON GETTELFINGER INSULTATO DALL’IMPULLOVERATO CON UNA FRASE DA SCHIAFFI: “I SINDACATI DEVONO ABITUARSI A UNA CULTURA DELLA POVERTÀ”) - 3- E POI GLI ULTIMI GIORNI DI EDOARDO, A CUI NON VIENE DATO IL NUMERO DEL CELLULARE DEL PADRE. INGRASSATO, PAZZO, GLI UNICI AMICI SONO UN ASSISTENTE SOCIALE E UN VENDITORE DI TAPPETI IRANIANO. PREOCCUPATO DI NON ARRIVARE ALLA FINE DEL MESE, LEGGE NOSTRADAMUS E AVVERTE TUTTI TRE GIORNI PRIMA, CONSEGNANDO A SUO PADRE E A UNA PERSONA DI SERVIZIO PARTICOLARMENTE CARA UNA SUA FOTO. E’ SU UN PONTE DELLA TORINO-SAVONA DA CUI SI BUTTERÀ, UN LEGGERO SORRISO. “VOGLIO ESSERE RICORDATO COSÌ”, DICE ALLA PERSONA DI SERVIZIO. MA NESSUNO SE LO FILA -

 

Michele Masneri per Rivista Studio (www.rivistastudio.com)

"A Detroit sono rimasti tutti molto stupiti leggendo il mio libro, non sapevano che in Italia si producono auto dalla fine dell'Ottocento". Lo racconta a ‘'Studio'' Jennifer Clark, corrispondente per il settore auto di Thomson-Reuters dall'Italia, fresca autrice di Mondo Agnelli: Fiat, Chrysler, and the Power of a Dynasty (Wiley & Sons editori, $29.95), primo dei volumoni in arrivo in libreria per il decennale della morte di Gianni Agnelli (2013). Il libro è bello, e forse perché non è prevista (per ora) una pubblicazione italiana, non ha i pudori a cui decenni di "bibliografiat" (copyright Marco Ferrante, maestro di agnellitudini e marchionnismi) ci hanno abituati.

E partiamo da Marchionne, figura che rimane misteriosa, monodimensionale nei suoi cliché più utilizzati - le sigarette, il superlavoro, l'equivoco identitario (l'abbraccio del centrosinistra con la definizione fassiniana di "liberaldemocratico", il ripensamento imbarazzato). L'aneddotica sindacale è una chiave interessante invece per capirne di più.

Sul Foglio dell'11 febbraio scorso, un magistrale pezzone sabbatico di Stefano Cingolani (conflitto di interessi: chi scrive collabora col Foglio, mentre Marco Ferrante è un valente Studio-so) raccontava che Ron Gettelfinger, indimenticato capo della Uaw, United Auto Workers, il sindacato dell'auto Usa, alla fine della trattativa lacrime e sangue che ha portato all'accordo Fiat-Chrysler, in cui i sindacati hanno aderito a condizioni molto peggiorative in termini di salari e di ore lavorate in cambio di una partecipazione nell'azionariato della fabbrica, "rifiuta di stringere la mano al rappresentante della Fiat".

Clark non solo conferma l'episodio ma gli dà una tridimensionalità. "Tutto vero. Me l'ha confermato Marchionne stesso. Nelle fasi più dure della trattativa, Gettelfinger e Marchionne hanno un diverbio. Marchionne, che notoriamente è un negoziatore ma non un diplomatico, dice una frase precisa: "i sindacati devono abituarsi a una cultura della povertà". Dice proprio così, "a culture of poverty". Gettelfinger diventa bianco, più che rabbia è orgoglio ferito e offesa. "Gli risponde: lei non può chiedere questo a un sindacato. A chi rappresenta operai che si stanno giocando i loro fondi pensione. Marchionne mi ha detto di essersi non proprio pentito, ma insomma...".

Sempre coi sindacati, Clark racconta che col successore di Gettelfinger, General Hollifield, volano parolacce irripetibili. Hollifield, primo afroamericano a ricoprire un posto di prestigio nell'aristocrazia sindacale americana (è vicepresidente della Uaw e delegato a trattare per la Chrysler) è grosso e aggressivo quanto Gettelfinger è azzimato e composto. La trattativa tra i due sembra un match tra scaricatori di porto. Con questi presupposti, pare un po' difficile credere alle voci (riferite dal New York Times e rimbalzate in Italia) secondo cui l'ad Fiat avrebbe pianto alla visione dello spot patriottico Chrysler a di Clint Eastwood.

Anche qui Clark spiega una sfumatura non banale. "No, non sarebbe strano. Marchionne è un uomo molto emotivo. Non sarebbe la prima volta. Per esempio, quando il presidente Obama annunciò il salvataggio Chrysler in televisione, Marchionne era in un consiglio di amministrazione di Ubs a New York. Vede la scena, si commuove e chiede di uscire dalla sala, per non farsi vedere piangere.

Attenzione, però, perché Marchionne non usa mai l'espressione "crying". Dice solo: "I almost broke down". Almost. E al passato. E a rileggere il New York Times, che racconta di come l'ad Fiat si sia commosso vedendo lo spot insieme ai suoi concessionari, anche lì si racconta come lui chiede di uscire dalla stanza, ha gli occhi lucidi. Ma nessuno lo vede poi realmente piangere. "Per lui piangere è un valore" dice Clark. Piangere va bene, perché significa tenerci molto a una cosa". Sembra sempre che stia per piangere, ma a ben vedere nessuno l'ha mai visto in azione. "Sì, è emotivo, ma non è sentimentale".

Famiglia Agnelli

Piangere va bene ma è meglio se lo fanno gli altri. Come Laura Soave, capo di Fiat Usa, "mamma" dello sbarco della 500 in America. Per la manager italiana, Marchionne organizza una strana carrambata. Salone di Los Angeles 2010: Soave decide di utilizzare per il lancio una gigantografia di una sua vecchia foto da bambina, in cui lei siede proprio nella storica 500 arancio di famiglia.

Ma Marchionne, a sua insaputa, e come un autore Rai, fa arrivare da Napoli i suoi genitori, che appaiono all'improvviso nel bel mezzo dello show. Lei piange, il suo amministratore delegato è molto soddisfatto. (Poi dopo qualche mese la Soave verrà licenziata in tronco, episodio frequente nell'epica marchionniana).

À rebours. In fondo il libro si chiama Mondo Agnelli. Incombe il decennale, tocca fare la fatidica domanda: differenze-similitudini tra Marchionne e l'Avvocato. "Marchionne è considerato molto esotico, qui. Lo era già prima, con quei maglioncini e quell'accento, ma adesso lo è ancora di più con il nuovo look barbuto. Poi fa battute, scherza con gli operai e coi giornalisti, conosce il suo potere sui media e lo esercita consapevolmente. In questo è simile all'Avvocato. Ma anche a Walter Chrysler, il fondatore del gruppo. Poi Si staglia sul grigiore. Bisogna pensare che come alla Fiat i dirigenti erano tutti torinesi, qui in Chrysler sono tutti del midwest".

"Però in America pochi si ricordano di Gianni Agnelli. Ormai le nuove generazioni non sanno nulla. Devo spiegare che l'Avvocato era amico dei Ford e dei Kennedy per suscitare qualche vago ricordo. A una presentazione a New York, quando ho detto che la Fiat è più antica della Ford, la gente era veramente stupita". Nessuno si immaginerebbe che il Senatore Giovanni Agnelli nel 1906 aprì la sua prima concessionaria americana a Manhattan, Broadway.

Ma tra i ricordi agnelliani, la parte più interessante del libro di Jennifer Clark è forse quella che riguarda gli ultimi giorni di Edoardo, il figlio sfortunato di Gianni, morto suicida nel 2000. La giornalista Reuters è andata a spulciarsi le carte della polizia torinese, perché un'inchiesta, per quanto veloce e riservata, vi fu. I dettagli sono tristi e grotteschi: Edoardo che non ha un numero privato del padre, e per parlarci deve passare a forza per il centralino di casa Agnelli; le sue ultime chiamate con il suo uomo di scorta, Gilberto Ghedini, a cui chiede piccole incombenze, come spostare l'appuntamento col dentista.

Una telefonata ad Alberto Bini, una sorta di amico-tutore che da dieci anni lo segue giornalmente dopo l'arresto per droga in Kenya nel 1990. Le conversazioni quotidiane di teologia islamica con Hussein, mercante iraniano di tappeti di stanza a Torino. È molto preoccupato per le sue finanze, cosa di cui mette al corrente il cugino Lupo Rattazzi, incredulo.

Manda qualche mail (le password dei suoi account, come ricostruisce l'indagine della polizia, sono "Amon Ra", "Sun Ra" e "Jedi"). L'ultimo file visualizzato sul suo computer è una pagina web su Nostradamus. Poi, la lenta preparazione: per tre giorni di fila, Edoardo si alza presto, si veste accuratamente, guida la sua Croma blindata fino al ponte sulla Torino-Savona da cui si butterà il 15 novembre. Tre giorni prima, consegna a suo padre e a una persona di servizio particolarmente cara una sua foto. E' su un ponte, con un vestito formale, un leggero sorriso. "Voglio essere ricordato così", dice alla persona di servizio.

 

 

AGNETA

 

 

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TORINO 24.09.10

 

GENTILE SIGNOR DIRETTORE GENERALE RAI

 

CONSIDERAZIONI SULLA TRASMISSIONE DI MINOLI LA STORIA SIAMO NOI SU “EDOARDO AGNELLI” DEL 23.09.10.

 

1)  Minoli dichiara più volte che intende fare chiarezza per chiudere il caso, ma senza un vero e proprio confronto-analisi verifica sulla compatibilità degli elementi con il suicidio in quanto :

a)  dall’esame esterno effettuato dal dott. Ellena e dopo consultazione del Manuale di Medicina Legale – Macchiarelli-Feola (che attualmente è il migliore in commercio), oltre che di altri libri di medicina legale un po’ più datati possono formulare le seguenti considerazioni:

 

“E’ esperienza comune come possano osservarsi lesioni più gravi in caso di precipitazione di un corpo di peso relativamente esiguo (ad esempio di un bambino) da un’altezza non eccessivamente elevata (1° o 2° piano di un palazzo) quando l’impatto si verifichi contro la superficie dura di un cortile o di un selciato, rispetto a quelle rilevabili in caso di precipitazione del corpo di un soggetto adulto (dunque di peso maggiore) da un’altezza superiore ai 10 metri su neve, terreni erbosi e sabbiosi o in acque sufficientemente profonde”

 

“L’arresto del corpo nella sede di impatto non è accompagnato da un arresto simultaneo di tutti gli organi interni, i quali proseguono per inerzia il loro movimento subendo lacerazioni o distacchi a livello dell’apparato di sostegno”

 

“Nel caso di precipitazioni su tutta la lunghezza del corpo (tipica delle grandi altezze), è comune la presenza di fratture costali multiple e dello sterno, fratture degli arti (monolaterali in caso di impatto al suolo su un fianco), del cranio e del bacino. Si associano invariabilmente gravi lesioni interne da decelerazione,oppure provocate da monconi ossei costali procidenti nella cavità toracica”

 

“Le lesioni esterne cutanee sono di norma di scarsa entità. Quando rilevabili sono caratterizzate da contusioni, ferite lacere e lacero-contuse che si producono soprattutto quando il corpo, nella caduta, incontra ostacoli intermedi (ringhiere, fili tesi, cornicioni, rami d’albero.

Talora la presenza di indumenti pesanti può far mancare o può attenuare le lesioni cutanee da impatto diretto contro la superficie d’arresto”

 

Nell’esame esterno, il dott. Ellena riscontrava le seguenti lesioni:

 

-       Capo: ferite diffuse al capo e al volto con lacerazioni cutanee profonde. In sede frontale sn frattura cranica con piccola breccia e fuoriuscita di modesta quantità di encefalo. Frattura ossa nasali.

Tali lesioni sono indice di una caduta con la faccia a terra, quindi con il corpo riverso bocconi.

 

-       Torace: escoriazioni multiple. Escoriazione ad impronta (collana) alla base del collo. Fratture costali multiple maggiori a sn.

Cosa c’entra l’escoriazione a collana alla base del collo? L’escoriazione è un fenomeno vitale (tentativo di strangolamento?)

 

-       Addome: escoriazioni multiple

L’escoriazione è normalmente conseguente ad uno strisciamento di un corpo contundente contro la cute. Come possono essersi formate delle escoriazioni sull’addome in un soggetto precipitato e, per di più, vestito?

 

-       Arto superiore dx: minima escoriazione al polso ed al palmo della mano.

Può essere compatibile con una caduta di questo tipo

 

-       Arto superiore sn: ferita perforante dorso avambraccio. FLC multiple alla mano sn faccia mediale esterna.

Come se le è procurate? Era vestito con le maniche lunghe?

Deve esserci una perforazione del vestito oppure la perforazione dall’interno a seguito di frattura scomposta avambraccio

 

-       Arto inferiore dx: escoriazioni diffuse faccia mediale interna

Valgono le stesse considerazioni fatte per l’addome. Oltretutto qui si parla di interno coscia presumibilmente

 

-       Arto inferiore sn: frattura femore multiple. Escoriazioni diffuse faccia mediale esterna.

Da quello che si desume sembrerebbe che il corpo sia caduto sul lato sinistro. Ma allora è caduto di faccia o di lato? Perché se è caduto di lato la lesione profonda in sede frontale sn è incompatibile con una caduta di lato. E poi com’era la frattura frontale sn? A stampo? E se era a stampo qual è l’oggetto che ha determinato tale forma di frattura?

 

-       Varie: Frattura osso mascellare. Otorragia dx. Preternaturalità del capo da frattura vertebre cervicali.

Osso mascellare quale? Destro o sinistro? L’otorragia è un segno tipico di traumi cranici gravi. Le fratture vertebrali cervicali sono segno di una precipitazione cefalica e sono associate a gravi traumi cranici (es. fratture a scoppio del cranio).

 

 

Direi che di materiale ce n’è abbastanza da chiedere a Garofalo e Testi di ricostruire l’esatta dinamica della precipitazione.

 

b)  Il dipendente dell’autostrada non poteva vedere un bel niente da sopra per il cono d’ombra del ponte , mentre il pastore poteva vedere tutto perché sotto. Solo che gli orari non collimano . Quindi un ex-carabinere indica come sua prassi professionale “non affidabili dei tesi” . Ignora che questo e’ il ruolo del giudice non dell’inquirente ? E’ per lui qual’e’ la prova scientifica ? la “abbastanza ortogonalità” fra auto e corpo ? non sa che esistono i gps per cui tale ortogonalità può essere ricreata ? Inoltre come fa a trarre indicazioni da una scena del delitto solo fotografata ? Come fa a vedere la tridimensionalità dell’impronta ? Ed analizzare il sangue? Perché non parla della terra stretta nelle mani di E.A? Come fa a raccoglierla se muore sul colpo? Da dove proveniva?

c) Il medico Testa come fa da una foto ad individuare i traumi interni ? Se cosi fosse potremmo risparmiare soldi e radiazioni ! come fa a paragonare la caduta in un aereo a quella da un ponte ? 6 mesi dopo chi e’ stato ritrovato li sotto , ha visto l’autopsia ?

d) Il cranio di E.A potrebbe essere stato colpito anche da uno dei tanti sassi presenti sul terreno, visto che la foto trasmessa ne faceva vedere proprio uno li.

e) come mai il magistrato prima di chiudere il caso autorizza il funerale ?

f)   io non ho mai sostenuto che E.A sia stato buttato giù ma che lui li non sia mai salito ma sia stato trasportato forse strangolato , viste le echimosi sul collo .

g) certo lo collana non provoca echimosi perché un frega cadendo da 73 metri.

2) autosuggestione non può averla il pastore ma solo quelli vogliono dare spiegazioni diverse al fine di ignorare i fatti , come Gelasio, Lapo, i medici interpellati e l’ex-carabiniere in quanto :

a)  non esistono prove che abbia chiamato gli amici il giorno prima , per dirgli cosa , a che ora , con che tono ?

b) inoltre non risulta da alcun atto d’indagine che in mattinata abbia sentito il padre G.A anche perché proprio il padre perche Edoardo non lo chiamasse aveva tolto la possibile selezione diretta dagli interni di Edoardo.

c) A me stesso Carlo Caracciolo editore gruppo REPUBBLICA-ESPRESSO, aveva detto che E.A gli aveva telefonato, ma non gli ho mai creduto in quanto se avesse voluto ricostruire la verità ne aveva tutti i mezzi ma non lo ha mai voluto fare nonostante io lo abbia chiesto a lui ed al suo socio De Benedetti per 10 anni !

d) Gelasio fa un discorso senza logica si commenta da se !

e) Ravera ha sbagliato altezza e peso ed ha visto la buca nel terreno ?

f)   Un impatto a 150 km ora di un auto fatta per assorbire gli urti la distrugge, il corpo umano no, allora facciamo le auto senza carrozzeria sono più sicure !

g) Certo che e possibile scavalcare il parapetto dell’’autostrada ma dipende dalla forma fisica ed E.A non era in forma fisica per farlo, se no il dr.Sodero cosa lo curava a fare se non ne avesse avuto bisogno !

h) Se E.A per scavalcare il parapetto si fosse aiutato con l’auto , come dice Sodero, come mai mancavano impronte ? Forse Testa ha una soluzione anche a questo: la lievitazione magnetica di E.A !

i)   Del tutto illogico il ragionamento di Tiziana : in preda a stato di esaltazione si butta giu’ ? con giri per 3 giorni ? e con 2 passaggi ? anche su questa stendiamo un velo pietoso come sul monologo di Lapo trasmesso senza alcuna pietà umana ! Pur di raggiungere i suoi fini Minoli da sempre non guarda in faccia a nessuno!

j)   Sodero e Gelasio poi danno 2 chiavi di lettura opposte : Sodero dice che  E.A aveva paura del dolore fisico , e pur essendo un paracadutista di getta, sapendo che poteva farsi molto male ! Infatti riesce ancora a stringere in un pugno una terra che non si e’ mai saputo da dove arriva ? Mi ricorda la tesi della pallottola di Kennedy !

k) Minoli poi afferma che non e’ vero che E.A non voleva entrare nella Dicembre e che ne chiede di farne parte ?

                                                  i.     Se lui non firma un documento non chiede un bel nulla

                                               ii.     Il documento lo hanno preparato legali e notaio

                                             iii.     Gelasio e Lupo affermano che non voleva entrare nella Dicembre

                                             iv.     Altro indice di superficiale faziosità di Minoli che non legge che la Dicembre non e’ una accomandita e non vi sono tutti gli Agnelli !

                                                v.     Come non corregge neppure l’errore riconosciuto che Romiti dal 96 al 98 era Presidente Fiat no ad.

                                             vi.     Mi domando chi preparasse a Minoli le interviste ai potenti dell’economia ! Forse ora non lo assiste piu’ troppo bravo per lui ?

 

Concludo quindi logicamente che mi sembra dimostrato che Minoli non abbia chiarito tutto anzi  la vera incompatibilità e’ fra il suicidio e gli elementi raffazzonati in modo del tutto approssimativo e confutabile gia’ sopra e come e quando vuole. Molte cordialita’.

 

 

MARCO BAVA

 

 

 EDOARDO AGNELLI? SOLO "UN CARATTERE COMPLESSO"...
Ritagliare e incorniciare la bella paginata della Stampa di Torino dedicata a Edoardo Agnelli (p.21), del quale tocca parlare solo perché giovedì va in onda un documentario di Minoli su RaiDue. Splendida la sintesi dei sommarietti. "Il giallo: per anni sono circolate ipotesi di complotti e teorie su un omicidio". "La conclusione: ma le risposte si trovano nelle pieghe personali di un carattere complesso". Ah, ecco.

20-09-2010]

 

 

1- ALL’INDOMANI DELLA PUNTATA DE "LA STORIA SIAMO NOI" DI MINOLI SCOPPIA IL FINIMONDO - "ADESSO SI METTONO A CONFUTARE ANCHE LE POCHE COSE SICURE. E TRA QUESTE CE N’É UNA CHE NESSUNO PUÒ E POTRÀ MAI CONTESTARE: L’AUTOPSIA SUL CORPO DI - EDOARDO AGNELLI NON VENNE ESEGUITA. NEL VERBALE SI PARLA DI “ESAME ESTERNO” - 2- TUTTI ERANO CONVINTI DEL SUICIDIO E NON SI PRESERO IN CONSIDERAZIONE ALTRE IPOTESI. "IL CORPO ERA APPARENTEMENTE INTATTO, A PARTE UNA FERITA ALLA NUCA" ED È STRANO PER UN CORPO DI CIRCA 120 KG DOPO UN VOLO DI 80 METRI. IL MEDICO AGGIUNGE DI AVER NOTATO UNA SOLA “STRANEZZA”: "FU DATA L’AUTORIZZAZIONE ALLA SEPOLTURA IMMEDIATAMENTE" - 3- NON ESISTE LA PROVA CHE SIA STATO GIANNI AGNELLI A “PREGARE” CHE L’AUTOPSIA NON VENISSE FATTA PROPRIO PER EVITARE DI AVERE LA CONFERMA UFFICIALE E PUBBLICA CHE SUO FIGLIO ERA UN TOSSICO-DIPENDENTE E CHE FORSE QUELLA MATTINA ERA IN PREDA ALLA DROGA

 

Gigi Moncalvo per "Libero"

 

«Adesso si mettono a confutare anche le poche cose sicure. E tra queste ce n'é una che nessuno può e potrà mai contestare: l'autopsia sul corpo di Edoardo Agnelli non venne eseguita. Misteriosamente, incredibilmente, assurdamente. Ci fu solo un sommario esame medico esterno, durato poco più di un'ora. Ed eseguito da un medico che venne chiamato dal Procuratore della Repubblica nonostante in servizio quella tragica mattina ci fosse un altro medico legale».

E, altrettanto inspiegabilmente, da parte di qualcuno c'era molta fretta per avere il nulla osta per la sepoltura in modo da poter portare via al più presto il cadavere. Fonti vicine alla famiglia - "quella vera di Edoardo e di Gianni Agnelli, e non quelle che si sono "infilate" in questa storia senza averne alcun titolo e che sono state intervistate dalla Rai" che sembra aver volutamente trascurato e ignorato chi sa echi potrebbe parlare - rispondono con indignazione a una nota dell'Ansa diffusa nel pomeriggio di ieri.

Nel dispaccio, che cita anonime «fonti investigative» - che qualcuno fa risalire a chi quel giorno coordinava e guidava le prime indagini «soprattutto dall'esterno e che in seguito ha fatto una sfolgorante carriera...» - si affermano tre cose: l'autopsia venne effettuata, lo fu «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», durò «oltre tre ore», fu un'autopsia accurata «proprio in considerazione del fatto che nulla doveva essere trascurato», all'esame autoptico era presente il Procuratore della Repubblica di Mondovì. È difficile trovare una serie di false affermazioni come in quelle poche righe. Tutto è facilmente confutabile. Vediamo, attraverso gli atti come andarono veramente le cose.

 

NIENTE AUTOPSIA - Il 23 novembre 2000, otto giorni dopo la morte di Edoardo, il dottor Mario Ellena, genovese che oggi ha 53 anni, medico presso la ASL 17 di Savigliano (Cuneo), viene convocato dal Procuratore Bausone per essere interrogato. Si limita a presentare una breve memoria "a integrazione del verbale dell'esame esterno del cadavere di Edoardo Agnelli". Nel verbale dunque si parla di "esame esterno" e non di autopsia. Il medico nella sua breve memoria, scrive di aver effettuato un primo sopralluogo a Fossano sotto il viadotto della morte «alle ore 14,30 circa».

«Terminati gli accertamenti sul posto, disponevo il trasferimento della salma presso l'obitorio comunale di Fossano al fine di effettuare l'esame esterno del cadavere, conclusosi alle 16,30». La memoria è composta di appena 17 righe: solo tre dedicate alle cause della morte, altre quattro il medico le dedica a spiegare che cosa avrebbe "visto" dentro il corpo di Edoardo se avesse eseguito l'autopsia: «L'eventuale esame autoptico avrebbe sicuramente evidenziato lesioni viscerali solo ipotizzabili dall'esame esterno, ma non avrebbe apportato nessun ulteriore elemento circa l'individuazione della causa di morte che, come già verbalizzato, è da ricondurre ad un grave trauma cranio-facciale e toracico in grande precipitato».

Quindi in due precise circostanze, di suo pugno, sotto giuramento e in una memoria scritta il Dr. Ellena afferma di aver eseguito un semplice "esame esterno". Non gli importavano altre analisi, altre prove, il prelievo di campioni, l'accertamento di eventuali sostanze nel sangue.

UN'ORA INVECE DI TRE - Il sorprendente dispaccio dell'Ansa parla, addirittura nel titolo, di un'autopsia durata "oltre tre ore". Non è vero. Lo stesso Dr. Ellena in un altro documento, stilato il 15 novembre (giorno della morte di Edoardo) - documento che fa parte del fascicolo della ASL 17 - firma l'"esito della visita necroscopica eseguita sul cadavere appartenuto in vita a Agnelli Edoardo". Il medico scrive che «l'esame esterno del corpo di Edoardo è cominciato alle 15,15 nella camera mortuaria del cimitero. La morte si ritiene risalga alle ore 11,00 e fu conseguenza di trauma cranio-facciale e toracico da grande precipitazione».

Dunque alle 14,30 il dr. Ellena ha compiuto il primo sopralluogo sotto il viadotto, poi è andato alla camera mortuaria, alle 15,15 ha cominciato l'esame esterno del cadavere, alle 16,30 - come ha scritto otto giorni dopo nella memoria consegnata in Procura - afferma di aver terminato. Ha impiegato solo un'ora e un quarto. E non "oltre tre ore". È davvero portentoso come il dr. Ellena sia riuscito nel breve lasso di tempo fra le 14,30 e le 15,15 a esaminare il corpo sotto il viadotto, stilare un primo referto, parlare con gli inquirenti, dare or- dine di trasferire il cadavere alla "morgue", salire in auto, arrivare nella camera mortuaria cominciare l'esame necroscopico.

 

Tutto è possibile ma tra il luogo della morte e il cimitero di Fossano ci vogliono almeno venti minuti di auto e i necrofori delle pompe funebri locali hanno certo corso non poco per raccogliere il cadavere con tutte le cautele del caso, caricarlo sul furgone, trasportarlo senza troppe scosse (vista la strada di campagna), scaricarlo al cimitero, portarlo nella camera mortuaria, stenderlo sul marmo e spogliarlo. Il tutto in tre quarti d'ora dal viadotto alla morgue. Il dr. Ellena non chiarisce un altro mistero.

Nel primo esame del cadavere, stilato dal medico del 118, l'altezza di Edoardo è indicata in 1,75 metri (anziché 1,90) e il peso in 80 kg (anziché 120). Ellena conferma anche in un'altra sede che non fu eseguita l'autopsia. Nell'intervista a Giuseppe Puppo, autore del libro "Ottanta metri di mistero" (Koinè Edizioni, febbraio 2009), il medico racconta che venne chiamato molto tardi («dopo l'ora di pranzo», mentre Edoardo era stato trovato prima delle undici), e arrivò sul posto verso le 15, anche se nel referto aveva scritto alle 14,30. «Gli inquirenti della Polizia mi dissero che per loro non c'erano problemi, era tutto chiaro».

 

LE STRANEZZE - Insomma tutti erano convinti del suicidio e non si presero in considerazione altre ipotesi. «Il corpo era apparentemente intatto, a parte una ferita alla nuca». Ed è strano per un corpo di circa 120 kg dopo un volo di 80 metri. Il medico aggiunge di aver notato una sola "stranezza": «Fu data l'autorizzazione alla sepoltura immediatamente». Ma l'autopsia venne eseguita o no? «Questo lo deve chiedere al Magistrato. Il mio compito era quello di eseguire un esame esterno sul cadavere e di fornire, se possibile, una diagnosi di morte». Già, ma lei avrebbe potuto consigliare l'autopsia: perché non lo fece?

«Perché gli inquirenti mi sembrarono concordi e sicuri sul suicidio e perché io non trovai proprio niente di strano, o di contrario». Il giornalista sottolinea che Edoardo era alto 1,90 ma sul referto c'era scritto 1,75 e quindi il cadavere non è stato neanche misurato: «Beh, mi sembra ininfluente. È più che probabile che si sia trattato di una stima ad occhio... È possibile che mi sia sbagliato... Ma non c'entra niente con tutto il resto, che è invece importante». Dal libro di Puppo emerge un altro particolare. Il medico legale in servizio quella mattina era Carlo Boscardini, 48 anni, specialista in medicina legale, psichiatra forense, dottore in giurisprudenza.

 

«Io non ho eseguito nessun esame e non ho visto il cadavere di Edoardo Agnelli - dice il medico -. Ero in servizio, il medico di turno viene chiamato dal magi- strato, il quale, ne può chiamare anche un altro di sua fiducia. Ero a Fossano, impegnato in colloqui sociosanitari per delle adozioni. Seppi l'accaduto da alcune telefonate, all'ora di pranzo e in cuor mio mi preparai ad essere convocato. Invece nessuno mi chiamò».

E il dottor Ellena? «Era il mio superiore gerarchico all'ASL di Savigliano. Fu lui a firmare il certificato di morte, l'esame medico legale. Avendo evidentemente saputo prima di me dell'accaduto, si precipitò sul posto e furono affidate a lui le incombenze professionali. Io ho intravisto quel certificato di morte. Qualche giorno dopo il dottor Ellena venne da me e mi sventolò i fogli che aveva preparato, chiedendomi se potevo darci un'occhiata. Mi rifiutai di farlo, dal momento che non ritenevo opportuno correggere o modificare la relazione di un'ispezione cadaverica mai eseguita".

Ma perché non fu eseguita l'autopsia? "Per ché si trattava di Edoardo Agnelli. Lo chieda al magistrato...». È l'unico che può deciderla. «In casi simili viene quasi sempre decisa, magari anche per una semplice precauzione, come a coprirsi le spalle, da parte del magistrato. Ricordo un caso in cui trovammo un suicida con la pistola in mano, dopo che si era sparato un colpo in bocca e il magistrato decise lo stesso che doveva essere eseguita l'autopsia.... Il medico legale non può decidere l'autopsia, al massimo può suggerirla, altrimenti si deve attenere a quanto il magistrato dispone».

 

Edoardo stringe- va tra le mani della terra: è possibile dopo un simile volo che ci siano ancora funzioni vitali tali da muovere le dita? «Lo escludo nella maniera più assoluta. Quel luogo, fangoso, può al massimo attutire i segni evidenti dell'impatto, ma dopo un impatto da una simile altezza la morte è immediata». Il corpo di Edoardo aveva anche i mocassini ancora ai piedi? È possibile? «È piuttosto raro. Un paio di volte ho esaminato cadaveri di persone precipitate in montagna, ebbene le abbiamo ritrovate senza scarponi nei piedi».

Il procuratore Bausone, che ha 77 anni ed è in pensione dal giugno 2008, ha sempre respinto ogni richiesta dei giornalisti di esaminare il fascicolo sulla morte di Edoardo. In una lettera scrive che «gli atti non possono essere pubblicati» poiché ancor oggi coperti dal segreto istruttorio. Noi abbiamo esaminato il fascicolo e il mistero sulla morte e sulle indagini si infittisce ancora di più...

L'AVVOCATO - Chi, dunque, ha informato l'ANSA che l'autopsia venne eseguita «per espressa volontà dell'Avvocato Agnelli», ha inventato tutto. Se l'autopsia non c'è stata - e lo abbiamo provato - evidentemente non c'era nemmeno una "espressa volontà", o un "ordine" del papà del defunto, affinché ciò avvenisse. Se l'Avvocato avesse chiesto un simile "favore" non è difficile prevedere che sarebbe stato ascoltato. Ma il problema, in questi casi, non è la volontà o meno del padre del defunto: è la volontà o meno di fare chiarezza. E c'è da ritenere che non si volessero aprire i poveri resti di Edoardo ed esaminarne le viscere, non per un rispetto per quel povero corpo non così martoriato come un simile volo farebbe pensare, ma per evitare di scoprire quali sostanze ci fossero nel suo corpo o nel suo sangue.

 

Non esiste la prova che sia stato Gianni Agnelli a "pregare" che l'autopsia non venisse fatta proprio per evitare di avere la conferma ufficiale e pubblica che suo figlio era un tossico-dipendente e che forse quella mattina era in preda alla droga. Ma le esigenze di un padre e quelle della giustizia spesso divergono e queste ultime devono, o dovrebbero, sempre prevalere. Altrimenti dieci anni dopo, «anche se John Elkann ci ha aperto tutte le porte» - come ha detto Giovanni Minoli nel presentare la puntata de "la Storia siamo noi" realizzata non da lui ma da due bravi giornalisti - si rischia di far cadere sul Nonno qualche atroce sospetto postumo, invece di onorarne la memoria.

 27-09-2010]

 

 

http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/pop/schedaVideo640480.aspx?id=759 -LA STORIA SIAMO NOI SU EDOARDO AGNELLI

 

 

Gli Agnelli e quella società fantasma per la legge italiana

 

La 'Dicembre', fondata nel 1984, ha una visura falsa oppure vecchia di 30 anni. Dall'ostracismo a Edoardo al potere di John: quanti intrighi dietro la società.

 

di 

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17 Novembre 2016

 

Quando ha letto su Repubblicache la società 'Dicembre' della famiglia Agnelli era controllata da John, Lapo e Ginevra Elkann, Gigi Moncalvo, autore di tre libri sul patrimonio dei proprietari della Fiat ora Fca (Agnelli Segreti, I Lupi e gli Agnelli e I Caracciolo), ha fatto un salto sulla sedia: «Una balla colossale, un primo caso di piaggeria del quotidiano di Eugenio Scalfari nei confronti dei nuovi proprietari».
Del resto, la Dicembre, la prima scatola cinese e “controllante” dell'impero Agnelli, poi distribuito tra Giovanni Agnelli & co, Exor e Fca, è un rebus difficile da risolvere.
Anzi, è una vera e propria storia all'italiana di come una delle famiglie più importanti del Paese abbia potuto concludere affari nella totale omertà e compiacenza delle istituzioni per più di 30 anni.
DATI RISALENTI A 30 ANNI FA. Ora le società degli Agnelli stanno migrando in Olanda ma dal 1984, anno di fondazione della Dicembre, nessuno ha potuto mai sapere chi fossero i soci e le rispettive quote della cassaforte di famiglia.
Ancora adesso, se si fa una ricerca alla Camera di commercio, compare una visura con dati risalenti appunto a tre decenni fa.
E pensare che nel 2015 il presidente della Camera di commercio di Torino, Vincenzo Ilotte, ha premiato Gianluigi Gabetti, azionista della Dicembre, come Torinese dell'anno.
Moncalvo, che ha lavorato a lungo sulla vicenda, l'ha ricostruita passo dopo passo, incrociando inchieste della procura di Milano e disposizioni testamentarie dell'Avvocato.
ALLA NASCITA CAPITALE DI 100 MLN DI LIRE. L'atto costitutivo della società è del 15 dicembre 1984.
Risulta che il capitale sia poco inferiore ai 100 milioni di lire (99.980.000).
I soci sono Gianni Agnelli (99,96 milioni di lire), Marella Caracciolo (10 mila lire), Umberto Agnelli (1.000 lire), Gianluigi Gabetti (1.000 lire), Cesare Romiti (1.000 lire).
Il 13 giugno 1989, con un nuovo atto del notaio Ettore Morone, al culmine della guerra tra Umberto e Romiti, l'Avvocato farà uscire entrambi dalla Dicembre e le loro due azioni passeranno a Franzo Grande Stevens e a sua figlia Cristina (che ha solo 29 anni).
MONCALVO: «AZIONARIATO FALSO O VECCHIO». Da notare, spiega Moncalvo, che «Agnelli preferirà dare un'azione a Cristina e suo padre piuttosto che far entrare i suoi due figli, Edoardo e Margherita».
Questa uscita di Romiti dall'azionariato, «avvenuta nel 1989 e ciononostante ancora presente tutt’oggi nei documenti ufficiali, è una delle prove che nel 2016 nel registro delle imprese presso la Camera di commercio di Torino il dato sull'azionariato della Dicembre è falso o vecchio».
John, presidente di Fca, il principale azionista, non è nemmeno indicato in quel registro in cui ogni società, per legge, dovrebbe comunicare ogni variazione societaria, statutaria e azionaria..Un nuovo atto del 3 aprile 1996 registra l’ingresso tra i soci di John e sua madre Margherita, entrambi con azioni pari a 5 miliardi di lire.
La quota di Marella sale da 10 mila lire a 5 miliardi e 10 mila lire.
Ed entra un altro nuovo socio, Cesare Ferrero, con una azione.
IL 25% A GIANNI AGNELLI. Gianni Agnelli, oltre al suo 25%, mantiene per sè l'usufrutto delle tre quote di moglie, figlia e nipote.
«C'è da notare l'articolo 7 dello statuto», evidenzia Moncalvo, «sulla successione di un socio. È quello inserito per impedire che Edoardo, in caso di morte del padre, possa ereditare di diritto una quota della Dicembre ed entrare tra gli azionisti. È una norma contraria al diritto successorio italiano che prevede la legittima per gli eredi. Lo stesso Edoardo aveva detto che, in caso di morte del padre, avrebbe fatto valere i suoi diritti successori previsti dalla legge».
Tuttavia, non ci sarà bisogno dell'articolo 7, perché Edoardo morirà nel 2000, tre anni prima di Gianni.
LO STRAPOTERE DI JOHN ELKANN. Ma non è tutto. «Va evidenziato anche l'articolo 8, per le cessioni delle quote a terzi», prosegue Moncalvo. «Nel caso in cui John volesse lasciare quote a sua moglie e ai suoi figli, sarebbero necessari due voti dei soci principali, cioè il suo e quello di Marella, e due degli altri quattro. Ma Marella è molto anziana: se non fosse in condizioni buone di salute e per caso dovesse morire, dove troverebbe John il secondo voto che gli è necessario per far entrare nuovi soci?».
La storia non finisce qui. Grazie al raffronto dei modelli unici presentati all'Agenzia delle entrate dal 2002 al 2007 si riesce a capire come è cambiato l'azionariato in aeguito alla morte dell'Avvocato.
Dopo il 24 gennaio 2003, infatti, vengono modificati i patti sociali.
LA MODIFICA ALL'ARTICOLO 7. In questo documento c'è la nuova composizione azionaria (prima che Margherita venga liquidata) e la modifica importantissima dell'articolo 7.
«È importante», spiega Moncalvo, «perché prevede che solo i figli di John (ma non sua moglie) potranno subentrare nella quota societaria del padre, ma soltanto quando questi morirà. La moglie potrà avere denaro (e poco in relazione al valore effettivo della Dicembre) quando resterà vedova».
In deroga a ciò, Lavinia Elkann potrà entrare nella Dicembre purchè non si sia separata e «a condizione che vi acconsentano le maggioranze previste per le modifiche dei presenti patti sociali».
Con John in vita, invece, non può entrare nessun nuovo socio.  
41 MLN DI PLUSVALENZA, 6 EURO DI CAPITALE. Infine si arriva al 2008, cioè all'ultima dichiarazione dei redditi nota, allegata agli atti dell'inchiesta dei pm Eugenio Fusco e Gaetano Ruta, poi archiviata per mancanza di collaborazione delle autorità giudiziarie svizzere.
Da questo documento emerge che gli azionisti sono John (58,706%), Marella (41,294%), Ferrero, Gabetti e i due Franzo Grande Stevens (un'azione ciascuno).
Spiega Moncalvo: «Quello è il primo anno, dopo la morte di Agnelli, in cui la Dicembre dichiara al fisco una plusvalenza: ammonta a 41.442.655 euro, di cui imponibili per 25.245.883, per una tassazione di 3.155.735 euro. Nella visura della Camera di commercio questa società, che nel 2007 sul 2006 ha avuto una plusvalenza di 41 milioni, ha un capitale sociale di appena 6,20 euro, diviso tra Marella con 10 azioni e Gabetti e Romiti con una…». 

 

 

 

 

 

DINASTIA DELLE QUATTRORUOTE

A “Dicembre” i segreti degli Agnelli

Scritto da Gigi Moncalvo


Pubblicato Giovedì 11 Ottobre 2012, ore 7,50

È in cima alla catena di comando che controlla Fiat, ma per 17 anni è stata “fuorilegge”. E non è l’unica stranezza. Viaggio in tre puntate di Gigi Moncalvo nel sancta sanctorum della Famiglia

E pensare che parlano, ogni due per tre, di trasparenza, limpidezza, casa di vetro, etica, valori morali. In quale categoria può essere catalogato ciò che stiamo per raccontare, e che solo su queste pagine web potete leggere? E’ una storia che riguarda la “cassaforte di famiglia”, cioè la “Dicembre società semplice”, che detiene – tanto per fare un esempio - il 33%, dell’“Accomandita Giovanni Agnelli & C. Sapaz”, cioè controlla quella gallina dalle uova d’oro che quest’anno ha consentito agli “eredi” - senza distinzioni tra bravi e sfaccendati – di spartirsi 24,1 milioni di euro (rispetto ai 18 milioni del 2011) su un utile di 52,4. “Dicembre” di fatto è la scatola di controllo dell'impero di famiglia, ed è dunque – proprio attraverso l’Accomandita - l'azionista di riferimento di Exor, la superholding del gruppo Fiat-Chrysler.

 

Non ci crederete ma la “Dicembre”, nonostante questo pedigree, fino al luglio scorso non risultava nemmeno nel Registro delle Imprese della Camera di Commercio di Torino, nonostante la legge ne imponesse l’iscrizione. La “Dicembre” è una delle società più importanti del paese, dato che, controllando dall’alto la piramide dell’intero Gruppo Fiat, ha ricevuto dallo Stato centinaia di miliardi di euro di fondi pubblici. Ebbene per i registri ufficiali dell’ente presieduto da Alessandro Barberis, un uomo-Fiat, non... esisteva. Quindi lo Stato erogava miliardi a una società la cui “madre” non risultava nemmeno dai registri e che ha violato per anni la legge.

 

“Dicembre” è stata costituita il 15 dicembre 1984 con sede in via del Carmine 2 a Torino (presso la Fiduciaria FIDAM di Franzo Grande Stevens), un capitale di 99,9 milioni di lire e cinque soci: Giovanni Agnelli (col 99,9% di quote), sua moglie Marella Agnelli (10 azioni per un totale di 10 mila lire) e infine Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti e Cesare Romiti, con una azione ciascuno da mille lire. Come si vede fin dall’inizio Gianni Agnelli considerava la “Dicembre” appannaggio del proprio ramo famigliare. Poco più di quattro anni dopo, il 13 giugno 1989, c’è un primo colpo di scena: escono Umberto e Romiti e vengono sostituiti da Franzo Grande Stevens e da sua figlia Cristina. Gianni Agnelli “dimentica” di avere due figli, Edoardo e Margherita, e privilegia invece Stevens e la sua figliola, a scapito perfino di suo fratello Umberto Agnelli. Se si prova – come ho fatto io - a chiedere al notaio Ettore Morone notizie e copie di questo “strano” atto, risponde che “non li ha conservati e li ha consegnati al cliente”. Non vi fornisce nemmeno il numero di repertorio. Forse a rogare sarà stata sua sorella Giuseppina?

 

La “Dicembre” torna a lasciare tracce qualche anno più tardi, il 10 aprile 1996: c’è un aumento di capitale (da 99,9 milioni a 20 miliardi di lire), entrano tre nuovi soci (Margherita Agnelli, John Elkann, e il commercialista Cesare Ferrero), le quote azionarie maggiori risultano suddivise tra Gianni Agnelli, Marella, Margherita e John (di professione “studente” è scritto nell’atto) col 25% ciascuno, con l’Avvocato che ha l’usufrutto sulle azioni di moglie, figlia e nipote. Tutti gli altri restano con la loro singola azione che conferisce un potere enorme. Siamo nel 1996, come s’è visto, e nel frattempo è entrata in vigore una legge (il D.P.R. 581 del 1995) che impone l’iscrizione di tutte le società nel registro delle imprese. A Torino se ne fregano. Anche se la “Dicembre” ha un codice fiscale (96624490015) è come se non esistesse… Gabetti, Grande Stevens e Ferrero, così attenti alla legge e alle forme, dimenticano di compiere questo semplicissimo atto. Né si può pretendere che fossero l’Avvocato o sua moglie o sua figlia o il suo nipote ventenne, a occuparsi di simili incombenze.

 

La Camera di Commercio si “accorge” di questa illegalità solo quattordici anni dopo, il 23 novembre 2009. La Responsabile dell’Anagrafe delle Imprese, Maria Loreta Raso, allora scrive agli amministratori della “Dicembre” e li invita a mettersi in regola. Non ottiene nessun riscontro. Ma la signora, anziché rivolgersi al Tribunale e chiedere l’iscrizione d’ufficio, non fa nulla. Fino a che nei mesi scorsi un giornalista, cioè il sottoscritto, alle prese con una ricerca di dati per un suo imminente libro (Agnelli segreti, Vallecchi Editore) cerca di fare luce su questa misteriosa “Dicembre” e si accorge dell’irregolarità. Si rivolge alla Camera di Commercio, la dirigente in questione fa finta di non sapere ciò che sa dal 2009 e comincia a chiedere documenti e dati che già ben conosce. Il giornalista fornisce copia dell’atto di aumento di capitale del 1996 e indica il numero di codice fiscale, ma la Camera di Commercio pone ostacoli a ripetizione: vogliono l’atto costitutivo, quello inviato è una fotocopia, ci vuole quello autenticato dal notaio Morone. Passano i mesi, vengono fornite tutte le informazioni, il giornalista comincia a diventare fastidioso. La signora Raso non può più fare a meno di rivolgersi, con tre anni di ritardo, al Tribunale. Il giornalista va, fa protocollare le domande, sollecita e scrive. E finalmente il 25 giugno di quest’anno la dottoressa Anna Castellino, giudice delle Imprese del Tribunale di Torino, ordina l’iscrizione d’ufficio della “Dicembre”, in quanto socia della “Giovanni Agnelli & C. Sapaz”. L’ordinanza del giudice viene depositata due giorni dopo. La Camera di Commercio ottemperato all’ordinanza del Giudice in data 19 luglio 2012. Possibile che ci voglia un giornalista per far mettere in regola la più importante società italiana “fuorilegge” da ben 17 anni e che oggi ha come soci di maggioranza John Elkann e  sua nonna Marella, con il solito quartetto Gabetti-Ferrero-Grande Stevens padre e figlia? Ma perché tanta segretezza su questa società-cassaforte? E’ il tema della nostra prossima puntata.    

 

 

RETROSCENA DI CASA REALE

Quei lupi a guardia degli Agnelli

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Venerdì 12 Ottobre 2012, ore 8,32

Chi ha in mano le chiavi della cassaforte di “Dicembre”, società semplice con la quale si comanda la Fiat-Chrysler? Nell’ombra si stagliano le figure di Gabetti e Grande Stevens. Seconda puntata

GRANDI VECCHI Grande Stevens e Gabetti

Dunque, la “Dicembre” dal 19 luglio è finalmente iscritta al registro delle Imprese della Camera di Commercio di Torino – dopo che in via Carlo Alberto hanno dormito per 14-16 anni. Ma una domanda è d’obbligo: perché tanta segretezza? Chi sono coloro che vogliono restare nell’ombra al punto che nel novembre 2009 non avevano nemmeno risposto a una richiesta di regolarizzazione., ai sensi di legge, se n’erano sonoramente “sbattuti” ed erano talmente sicuri di sé e potenti al punto che la Camera di Commercio, al cui vertice siede un loro uomo, non fece nulla dopo che la propria richiesta era stata snobbata e ignorata? Prima di arrivarci, precisiamo che la sanzione che poteva essere loro comminata per l’irregolarità, era del tutto simbolica e irrisoria: appena 516 euro.

La domanda diventa dunque questa: che cosa c’era e c’è di così segreto da nascondere – è l’unica spiegazione possibile – al punto da indurre i soci della “Dicembre”, che riteniamo essere sicuramente in possesso di 516 euro per pagare la sanzione, a evitare di rendere pubblici gli atti della società, come prescrive la legge?

 

Qui viene il bello. Questi signori, infatti, così come se ne sono “sbattuti” allora, ugualmente se ne “sbattono” oggi. E, fino ad ora, stanno godendo - ma speriamo di sbagliarci - ancora una volta della tacita “complicità” della Camera di Commercio. Infatti, l’iscrizione che noi siamo riusciti ad ottenere si basa solo su un documento: l’atto costitutivo del 15 dicembre 1984. Da esso risultano cinque soci: Giovanni Agnelli (che nell’atto viene definito “industriale”), sua moglie Marella Caracciolo (professione indicata: “designer”), Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti, Cesare Romiti. La società in quel 1984 aveva sede a Torino in via del Carmine 2, presso la FIDAM, una fiduciaria che fa capo all’avv. Franzo Grande Stevens, il cui studio ha lo stesso indirizzo. Il capitale sociale ammontava a 99 milioni e 980 mila lire ed era così suddiviso: Giovanni Agnelli aveva la maggioranza assoluta con un pacco di azioni pari a 99,967 milioni di lire, la consorte possedeva 10 azioni per un totale di diecimila lire, gli altri tre soci avevano una sola azione da mille lire ciascuna. Una curiosità: donna Marella a proposito di quella misera somma di diecimila lire dichiarò in quell’atto che “è di provenienza estera ed è pervenuta nel rispetto delle norme valutarie” arrivando in Italia il giorno prima tramite Banca Commerciale Italiana.

 

 

Questo, dunque, è l’unico documento che al momento da pochi mesi compare nel Registro delle Imprese. Possibile che la Camera di Commercio – presieduta dall’ex dirigente Fiat, Alessandro Barberis - non si sia ancora accorta che quell’atto, essendo vecchio di ben ventotto anni, è stato superato da alcuni eventi non secondari e che lo rendono, così come l’iscrizione, inattuale e anacronistico? Ad esempio, nel frattempo c’è stata l’introduzione dell’euro e la morte di due dei cinque soci (Gianni e Umberto Agnelli, deceduti rispettivamente nel gennaio 2003 e nel maggio 2004)? Possibile che Barberis e i suoi funzionari non si siano accorti di questo, così come del fatto che Romiti ha lasciato il Gruppo da quasi vent’anni, e non chiedano agli amministratori della “Dicembre” un aggiornamento, ordinando l’invio dei relativi atti? Tanto più - e qui vogliamo dare un aiuto disinteressato alla ricerca della verità onde evitare inutili fatiche altrui - che qualche “mutamento”, e non di poco conto, in questi anni è avvenuto nella “Dicembre” e l’ha trasformata da cassaforte del ramo-Gianni Agnelli a qualcosa di ben diverso e non più controllabile dalla Famiglia “vera” dell’Avvocato. Vediamo alcuni passaggi, dato che ciò aiuterà a capire quali sono, forse, i motivi all’origine di tanta ancor oggi inspiegabile segretezza.

 

Appena quattro anni dopo la costituzione, e cioè il 13 giugno 1989 (repertorio notaio Morone n. 53820), escono dalla società due grossi calibri come Umberto Agnelli e Cesare Romiti. Al loro posto entrano l’avv. Grande Stevens e, colpo di scena, sua figlia Cristina, 29 anni. Non è un po’ strano che vengano “fatti fuori” nientemeno che Romiti, che in quel periodo contava parecchio, e nientemeno che il fratello dell’Avvocato, e vengano sostituiti non tanto da un nome “di peso” come quello di Grande Stevens, ma addirittura anche dalla giovane rampolla di quest’ultimo, addirittura a scapito dei due figli di Gianni, e cioè Edoardo e Margherita?

Alla luce anche di questo, non ritiene la Camera di Commercio che sia bene cominciare a farsi consegnare dalla società da pochi mesi registrata d’imperio da un giudice, anche tutti gli atti relativi al periodo tra il 1984 e il 1989 che portarono a quel misterioso “tourbillon” che vede Gianni togliere di mezzo il fratello e il potente amministratore delegato Fiat, e tagliar fuori anche i propri figli per far entrare invece un avvocato e sua figlia, mettendoli a fianco del già sempiterno Gabetti?

 

 

Andiamo avanti. Della “Dicembre” non ci sono tracce - a parte un misterioso episodio avvenuto tra la Svizzera e il Liechtenstein -, fino al 10 aprile 1996. Quel giorno, sempre nello studio notarile Morone, avvengono quattro fatti importantissimi: l’ingresso di tre nuovi soci, l’aumento di capitale, il trasferimento della sede (dal numero 2 al numero 10 sempre di via del Carmine, questa volta presso “Simon Fiduciaria”, sempre di Grande Stevens), ma soprattutto la modifica dei patti sociali. Accanto a Gianni Agnelli e a sua moglie, a Gabetti, a Grande Stevens e figlia, entrano nella “Dicembre”: Margherita Agnelli (figlia di Gianni), John Philip Elkann (nipote di Gianni e figlio di Margherita, professione indicata: “studente”), e il commercialista torinese Cesare Ferrero. Il capitale viene aumentato di venti miliardi di lire, che vanno ad aggiungersi a quegli iniziali 99,980 milioni di lire. Gianni Agnelli mantiene il controllo col 25% di azioni proprie, e con l’usufrutto a vita di un altro 74,96% riguardante le azioni intestate a moglie, figlia e nipote. Ancora una volta è platealmente escluso Edoardo, il figlio di Gianni. Gli viene preferito il cuginetto che ha da poco compiuto vent’anni. Gli altri quattro azionisti hanno un’azione da mille lire ciascuno. Ma assumono (e si auto-assegnano col misterioso e autolesionistico assenso dell’Avvocato) una serie di poteri enormi, sia a loro favore sia contro i soci-famigliari di Gianni.

 

 

Prima di tutto viene previsto che se un socio dovesse morire (l’Avvocato allora aveva 75 anni ed era da tempo molto malato), la sua quota non passa agli eredi ma viene consolidata automaticamente in capo alla società con conseguente riduzione del capitale. Agli eredi del defunto spetterà solo una somma di denaro pari al capitale conferito. Vale a dire: appena 5 miliardi di lire per il 25% di quota dell’Avvocato, una somma spropositatamente inferiore al valore reale. Senza pensare alla violazione del diritto successorio italiano. L’altra clausola “folle” sottoscritta dall’Avvocato riguarda il trasferimento di quote a terzi. Infatti, se uno degli azionisti principali, alla sua morte o prima, dovesse decidere di cedere la propria quota, o una parte di essa, a terzi esterni alla “Dicembre”, ci sono due sbarramenti. E’ necessario il consenso della maggioranza del capitale. E, oltre a questo, deve esserci il voto a favore di quattro amministratori: due dei quali fra Marella, Margherita e John, e due fra il “quartetto” Gabetti-Ferrero-Grande Stevens padre e figlia. Insomma Gianni Agnelli ha consegnato ai quattro il controllo assoluto della situazione a scapito di se stesso e dei propri famigliari. Il quartetto degli “estranei” (Margherita li chiama “usurpatori”) ha aperto la strada, oltreché alla loro presa di potere, a scenari di vario tipo. Primo. Se l’Avvocato muore, suo figlio Edoardo non eredita quote della “Dicembre” ma viene tacitato con pochi miliardi. Dovrebbe fare un’azione legale contro la violazione della legge successoria italiana e rivendicare la legittima, anche per la quota di sua spettanza della “Dicembre”.

 

Secondo scenario. Se Edoardo morisse prima di suo padre - come poi avverrà, facendo pensare ad autentiche “capacità divinatorie” da parte di qualcuno -, il problema non si verrebbe a porre. E se invece – terzo scenario -, come poi è avvenuto (prova evidente che nella “Dicembre” c’è qualche chiaroveggente in grado di prevedere o condizionare il futuro), l’Avvocato morisse e il suo 25% passasse a moglie e figlia, basterà impedire un’alleanza tra le due, farle litigare, dividerle, oppure convincere la “vecchia” ad allearsi col giovane nipotino, ed ecco che figlia e vedova dell’Avvocato perderanno il controllo della “Dicembre”.

 

Chi sono i vincitori? Chi ha scelto il giovane rampollo, che deve tutto a due tragedie famigliari (la morte del cugino Giovannino per tumore e la strana morte dello zio Edoardo trovato cadavere sotto un cavalcavia) per poterlo meglio “burattinare” e comandare? Chi ha impedito in tal modo che Marella, Margherita e John invece si potessero alleare per comandare insieme o scegliere qualcuno della famiglia, o non qualche estraneo, per la sala di comando? Chi ha scelto di “lavorarsi” John e Marella, certo più malleabili e meno determinati di Margherita?

 

Un mese dopo la morte dell’Avvocato viene approvato un atto (24 febbraio 2003) che sancisce il nuovo assetto azionario della “Dicembre”. Al capitale di 10.380.778 euro, per effetto della clausola di consolidamento viene sottratta la quota corrispondente alle azioni di Gianni (cioè 2.633.914 euro). In tal modo il capitale diventa di 7.746.868 euro e risulta suddiviso in tre quote uguali per Marella, Margherita e John, pari a 2,582 milioni di euro ciascuno (quattro azioni da un euro continuano a restare nelle salde mani del “Quartetto di Torino”). Il “golpe” viene completato lo stesso giorno con la sorprendente donazione fatta dalla nonna al nipote del pacco di azioni che gli permettono al giovanotto di avere la maggioranza assoluta, una donazione fatta da Marella in sfregio ai diritti (attuali ed ereditari) della figlia e degli altri sette nipoti: John arriva in tal modo a controllare una quota della “Dicembre” pari a 4.547.896 euro, sua nonna mantiene una quota pari a 2.582.285 euro, la “ribelle” Margherita - l’unica che aveva osato muovere rilievi e chiedere chiarezza e trasparenza - viene messa nell’angolo con una quota pari a 616.679 euro. Tutto questo fino al 2003. Poi, con l’accordo di Ginevra del febbraio 2004 tra madre e figlia, Margherita uscirà definitivamente dalla “Dicembre”, quasi un anno dopo aver partecipato a un gravoso aumento di capitale.

 

Ma oggi la situazione, specie per quanto riguarda i patti sociali, qual è? John comanda davvero o no? Nel caso in cui, lo ripetiamo come nel precedente articolo, dovesse decidere di ritirarsi in un monastero o gli dovesse accadere qualcosa (come allo zio Edoardo?) chi potrebbe diventare il padrone della cassaforte al vertice dell’Impero Fiat? I bookmakers danno favorito Gabetti, ma non fanno i conti con Grande Stevens, il vero azionista “di maggioranza”, anche se con due sole azioni, grazie proprio a quella mossa del 1989 con cui fece entrare anche sua figlia….

 

Qualcuno potrebbe obiettare che oggi tra i soci della “Dicembre” ce ne potrebbero essere alcuni  nuovi, potrebbero essere i fratelli di John, cioè Lapo o Ginevra. Ma, grazie alla clausola di sbarramento approvata nel 1996, il “Quartetto” ha votato a favore dell’ingresso (eventuale) di uno o due nuovi soci o li ha bocciati? Ecco perché forse esiste tanta segretezza. Non sarebbe bene che dai registri della Camera di Commercio risultasse qualcosa di attuale e di aggiornato? Che cosa aspetta la Camera di Commercio a chiedere e pretendere ai sensi di legge che gli amministratori, così limpidi e trasparenti, della “Dicembre”, forniscano al più presto tutti i documenti? Dobbiamo di nuovo attivare le nostre misere forze e chiedere l’intervento del Tribunale di Torino e confidare nell’intervento della dottoressa Anna Castellino o di qualche suo collega? Oppure bisogna aspettare altri 15 anni?

 GLI AGNELLI SEGRETI

Dicembre dei “morti viventi”

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Sabato 13 Ottobre 2012, ore 8,21

Agli atti la società-cassaforte della famiglia, grazie alla quale controllano la Fiat-Chrysler, risulta ancora composta da Gianni e Umberto Agnelli. Compare persino Romiti. E tutti tacciono

La Stampa no, o almeno, non ancora. Invece anche (o perfino?) il Corriere della Sera si è accorto della “stranezza” - diciamo così – riguardante il fatto che la Dicembre, la società-cassaforte che un tempo era della famigliaAgnelli, anzi più esattamente del ramo del solo Gianni, e che si trova alla sommità dell’ImperoFiat (ora Exor), ha impiegato ben diciassette anni, dal 1995, per mettersi in regola con la legge in vigore da allora. La Dicembre - la cui data di nascita risale al 1984 -, finalmente è “entrata nella legalità”, e – come prevede una legge del 1995 – finalmente risulta iscritta nel Registro delle Imprese. Pur trattandosi di una società non da poco, dato che la si può considerare la più importante, finanziariamente e industrialmente del nostro Paese, la Camera di Commercio di Torino ha impiegato parecchi anni prima di accorgersi dell’anomalia, di quel vuoto che figurava nei propri registri (nonostante quella società avesse il proprio codice fiscale). Possibile che il presidente della CCIAA Alessandro Barberis, che ha sempre lavorato in Fiat, ignorasse l’esistenza della “Dicembre”? Come mai l’arzillo settantacinquenne entrato in azienda a 27 anni, rimasto in corso Marconi per trentadue anni, e poi diventato per un breve periodo, che non passerà certo alla storia, direttore generale di Fiat Holding nel 2002, e infine amministratore delegato e vicepresidente nel 2003, non ha mai fatto nulla per sanare questa irregolarità? Possibile che ci sia voluto un giornalista rompiscatole e che fa il proprio dovere, per convincere, con un bel pacchetto di corrispondenza, l’austero organismo camerale sabaudo a rivolgersi al Tribunale affinché ordinasse l’iscrizione d’ufficio. Finalmente, il 19 luglio scorso, ciò è avvenuto e l’ordine del Giudice Anna Castellino (che porta la data del 25 giugno) è stato eseguito.

 

Grandi applausi si sono levati dalle colonne del Corriere ad opera di Mario Gerevini che, in un articolo del 23 agosto, non ha avuto parole di sdegno per gli autori di questa illegalità ma ha parlato, generosamente e con immane senso di comprensione, di una semplice e banale “inerzia dettata dalla riservatezza”. Poi ha ricostruito tutta la vicenda, a modo suo e con parecchie omissioni importanti, e ha avuto di nuovo tanta comprensione, anche per la Camera di Commercio: si era accorta dell’anomalia, anzi del comportamento fuorilegge, fin dal 23 novembre 2009, aveva “già inviato una raccomandata alla Dicembre invitandola a iscriversi al registro imprese, come prevede la legge. Senza risultato. Da lì è partita la segnalazione al giudice”. Il che dimostra come in due righe si possano infilare parecchie menzogne e non si accendano legittimi interrogativi. Dunque, quella raccomandata di tre anni fa non sortì alcuna risposta. E la Camera di Commercio di fronte a questo offensivo silenzio, anziché rivolgersi subito al Tribunale, non ha fatto nulla, se non una grave omissione di atti d’ufficio. Non è dunque vero che “da lì è partita la segnalazione al giudice” dato che al Tribunale di Torino non impiegano ben tre anni per emettere un’ordinanza in un campo del genere. E’ stato invece necessaria, questa la verità, una ennesima raccomandata di un giornalista che intimava ai sensi di legge alla signora Maria Loreta Raso, responsabile dell’Area Anagrafe Economica, di segnalare tutto quanto al giudice. Visto che non lo aveva fatto a suo tempo come imponeva il suo dovere d’ufficio e, soprattutto, la legge.

 

Gerevini aggiunge che “fino a qualche tempo fa chi chiedeva il fascicolo della Dicembre allo sportello della Camera di commercio si sentiva rispondere: «Non esiste». All'obiezione che è il più importante socio dell'accomandita Agnelli, che è stata la cassaforte dell'Avvocato (ora del nipote), che è più volte citata sulla stampa italiana e internazionale, la risposta non cambiava. Tant'è che dal 1996 a oggi non risulta sia mai stata comminata alcuna ammenda per la mancata iscrizione”. Giusto, è proprio così. Ma Gerevini, rispetto al sottoscritto, per quale ragione non ha mai pubblicato un rigo su questa scandalosa vicenda, non ha informato i lettori, non ha denunciato pubblicamente questa anomalia e illegalità che ammette di aver toccato con mano? Non pensa, il Gerevini, che sarebbe bastato un piccolo articolo sul suo autorevole giornale per smuovere le acque? No, ha continuato a tacere, e a sentirsi ripetere “non esiste” ogni volta in cui bussava allo sportello della Camera di Commercio chiedendo il fascicolo della “Dicembre”. Come mai certi giornalisti delle pagine economiche, e non solo, spesso – come dicono i colleghi americani - “scrivono quello che non sanno e non scrivono quello che sanno? Forse ha ragione Dagospia che, riprendendo la notizia, la definisce “grave atto di insubordinazione e vilipendio del Corriere al suo azionista Kaky Elkann (così impara a smaniare con Nagel di far fuori De Bortoli)”? Questo retroscena conferma che il direttore del Corriere, per ora, non ha osato andare oltre tenendo in serbo qualche cartuccia, in caso di bisogno?

 

Gerevini dice che “la latitanza” della Dicembre ora è finita. Non è vero. La Camera di Commercio, infatti, nonostante sapesse tutto fin dal 2009, ha “preteso” che il giornalista che rompeva le scatole con le sue raccomandate inviasse ai loro uffici l’atto costitutivo della “Dicembre”. Fatto. Ma, a questo punto, non si è accontentata del primo esaustivo documento inviato sollecitamente, bensì ha preteso, forse per guadagnare qualche mese e nella speranza che il notaio Ettore Morone non la rilasciasse, una copia autenticata. Si è mai vista una Camera di Commercio, che nel 2009 ha già fatto – immaginiamo – un’istruttoria su una società non in regola, ed è rimasta immobile dopo che si sono fatti beffe della sua richiesta di regolarizzare la società, chiedere a un giornalista, e non agli amministratori di quella società, i documenti necessari, visto che i diretti interessati non si sono nemmeno curati a suo tempo di rispondere? Invece è andata proprio così.

 

A Torino tutto è possibile. Anche che la “Dicembre” figuri (finalmente) nel Registro delle Imprese ma solo sulla base dei dati contenuti nell’atto costitutivo del 1984 e cioè con due morti come soci, Giovanni e UmbertoAgnelli, e con un terzo socio, Cesare Romiti, che da anni ha lasciato la Fiat e che venne fatto fuori dalla “Dicembre” nel 1989, cioè ventitré anni fa. Non solo ma il capitale della società risulta ancora di 99 milioni e 980 mila lire, allineando come azionisti Giovanni Agnelli (99 milioni e 967 mila lire), Marella Caracciolo (10.000 lire, e dieci azioni), e infine Umberto Agnelli, Cesare Romiti e Gianluigi Gabetti (ciascuno con una azione da mille lire). Non pensano alla Camera di Commercio che sia opportuno, adesso che l’iscrizione è avvenuta, aggiornare questi dati fermi al 15 dicembre 1984, scrivendo alla “Dicembre” e intimandole di consegnare tutti i documenti e gli atti che la riguardano dal 1984 a oggi? Che cosa aspettano a richiederli? Forse temono che il loro sollecito rimanga di nuovo senza riscontro? Dall’altra parte, che cosa aspettano quei Gran Signori di Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens, che danno lezioni di etica e moralità ogni cinque minuti, a mettersi in regola? E il grande commercialista torinese Cesare Ferrero, anch’egli socio della “Dicembre”, non sente il dovere professionale di sanare questa anomalia, anche se i suoi “superiori” magari non sono del tutto d’accordo? Ora nessuno di loro può continuare a nascondersi. E quindi diventa molto facile dire: ora che vi hanno scovato, ora che sta venendo a galla la verità, non vi pare corretto e opportuno mettervi pienamente in regola? Ora che perfino il vostro giornale ad agosto vi ha mandato questo “messaggio cifrato” non ritenete di fare le cose, una volta tanto, in modo trasparente, chiaro, limpido, evitando la consueta “segretezza” che voi amate chiamare riserbo, anche se la legge in casi come questi non lo prevede? Oppure volete che sia di nuovo un giudice a ordinarvi di farlo? E Jaky Elkann non ha capito quanto sia importante, per sé e per il proprio personale presente e futuro, che le cose siano chiare e trasparenti, nel suo stesso interesse? 

 

Il Corriere non va diretto al bersaglio come noi e non fa i nomi e cognomi: inarcando il sopracciglio, forse per mettere in luce l’indignazione del suo direttore Ferruccio De Bortoli, l’articolo di Gerevini fa capire che è ora di correre ai ripari: “L'interesse pubblico di conoscere gli atti di una società semplice che ha sotto un grande gruppo industriale è decisamente superiore rispetto a una società semplice di coltivatori diretti (la forma giuridica più diffusa) che sotto ha un campo di granoturco”. Dopo di che, trattandosi del primo giornale italiano, ci si sarebbe aspettati qualche intervento di uno dei coraggiosi trecento e passa collaboratori “grandi firme”, qualche indignata sollecitazione tramite lettera aperta al proprio consigliere di amministrazione Jaky Elkann (lo stesso che oggi controlla la Dicembre), un editoriale o anche un piccolo corsivo nelle pagine economiche o nell’inserto del lunedì, dando vita a un nutrito dibattito seguito dalle cronache sull’evolversi, o meno, della situazione e da una sorta di implacabile countdown per vedere quanto avrebbe impiegato la società a mettersi completamente in regola, con i dati aggiornati, e la Camera di Commercio a fare finalmente il suo mestiere.

 

Niente di tutto questo. E adesso? Non solo noi nutriamo qualche dubbio sul fatto che la società si metta al passo con i documenti. E, qualcuno ben più esperto di noi e che lavora al Corriere,  dubita perfino che la “Dicembre” accetti supinamente un’altra ordinanza del giudice. Ma a questo punto, svelati i giochi, la partita è iniziata e se la società di Jaky Elkann si rifiuta di adempiere alle regole di trasparenza è di per sé una notizia. Che però dubitiamo il Corriereavrà il coraggio di dare. Anche perché la posta in palio è altissima: che cosa potrebbe succedere se, ad esempio, Jaki – che è il primo azionista con quasi l’80%, mentre sua nonna Marella (85 anni) detiene il 20% - decidesse di farsi monaco o gli dovesse malauguratamente accadere qualcosa? Chi diventerebbe il primo azionista del gruppo? Non certo una anziana signora, con problemi di salute, che vive tra Marrakech e Sankt Moritz? A quel punto, ad avere – come già di fatto hanno – prima di tutti la realegovernance attuale della cassaforte sarebbero Gabetti e Grande Stevens, con Cristina, la figlia di quest’ultimo, e Cesare Ferrero a votare insieme a loro per raggiungere i quattro voti necessari come da statuto (anche se rappresentano solo 4 azioni da un euro ciascuna) per sancire il passaggio delle altre quote e la presa ufficiale del potere. Ecco, al di là di quella che sembra un’inezia – l’iscrizione al registro delle imprese e l’aggiornamento degli atti della società – che cosa significa tutta questa storia. Ci permettiamo di chiedere: ingegner John Elkann, a queste cose lei ha mai pensato? E perché le tollera?

ALMENO SUA COGNATA BEATRICE BORROMEO GIORNALISTA DEL FATTO NON L’HA MAI INFORMATA DI UNA MIA TELEFONATA DI BEN 2 ANNI FA ? Mb

 

 

Agnelli segreti
Ju29ro.com
Con Vallecchi ha pubblicato nel 2009 “I lupi & gli Agnelli”. Il 24 gennaio del 2003, a 82 anni di età, moriva
Gianni Agnelli. Nei prossimi mesi, c'è da ...

 

 

Agnelli: «Bisogna cambiare il calcio italiano»

Al Centro Congressi del Lingotto partita l'assemblea dei soci della Juve seguila con noi. Il presidente bianconero: «Bisogna cambiare il calcio italiano e posizionarlo a livello europeo, dopo i fasti degli ultimi 30 anni stiamo avendo un declino, siamo in presenza di un tracollo strutturale. E' necessaria una riforma strutturale del calcio professionistico che non può più vivere essendo considerato al pari di quello di base. Vorremmo che la locomotiva fosse in grado di procedere al pari degli altri. Oggi siamo 4°, dopo Spagna, Inghilterra, Germania, presto Francia e Portogallo li seguiranno»

·                            Agnelli sul calcio italiano

·                            VIDEO «Nasce il polo Juve»

·                            VIDEO «Dobbiamo dare il meglio»

·                            VIDEO «350 mln per la Continassa»

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VIDEO Agnelli: Sogno Champions

 

 

TORINO - Stanno via via arrivando i piccoli azionisti della Juventus al Centro Congressi del Lingotto dove, alle 10.30, avrà inizio l'assemblea dei soci del club bianconero. In attesa che Andrea Agnelli apra i lavori con la sua lettera agli azionisti, la relazione finanziaria annuale unisce ai numeri la passione. Nelle pagine iniziali sono contenute le immagini salienti dell'ultimo anno, iniziato con il ritiro di Bardonecchia, proseguito con l'inaugurazione dello Juventus Stadium, la conquista del titolo di campione d'inverno e del Viareggio da parte della Primavera, e culminato con la vittoria dello scudetto e della Supercoppa. Due dei cinque nuovi volti del Consiglio di Amministrazione della Juventus non sono presenti nella sala 500 del Lingotto. L'avvocato Giulia Bongiorno è impegnata in una causa mentre il presidente del J Musuem, Paolo Garimberti, è fuori Italia per il Cda di EuroNews, ma comunque in collegamento in videoconferenza. Maurizio Arrivabene, Assia Grazioli-Venier ed Enrico Vellano sono invece in platea, come gli ad Beppe Marotta e Aldo Mazzia e il consigliere Pavel Nedved.«Da troppi anni aspettavamo una vittoria sul campo - scrive Agnelli - ma il 30° scudetto e la Supercoppa sono ormai alle nostre spalle ed è più opportuno guardare al futuro, con la consapevolezza di aver intrapreso la strada giusta per la nostra società». La sfida all'Europa è lanciata.

AGNELLI SU CONTE -  «Conte? Noi siamo felici di Conte perché è il miglior tecnico che ci sia in circolazione e ce lo teniamo stretto». 

AGNELLI SU DEL PIERO -  "Alessandro Del Piero è nel mio cuore, nei nostri cuori come uno dei più grandi giocatori di sempre della Juve": lo ha detto Andrea Agnelli rispondendo a una domanda sull'ex capitano bianconero. "L'anno scorso - ha aggiunto Agnelli - ciò che è successo qui in assemblea è stato un tributo, perché avevamo firmato l'ultimo contratto ed era stato lui stesso a dire che sarebbe stato l'ultimo. Ora lui ha scelto una nuova esperienza, ricca di fascino: porterà sempre con sè la Juventus"."Per il futuro - ha detto Agnelli su un eventuale impiego di Del Piero nella società bianconera - non chiudo le porte a nessuno. Oggi la squadra è completa, lavora quotidianamente per ottenere gli obiettivi di vincere sul campo e di ottenere un equilibrio economico finanziario. Sono soddisfatto di tutte le persone, quindi - ha concluso - come si dice, squadra che vince non si cambia". 

«BISOGNA CAMBIARE, E SUBITO, IL CALCIO ITALIANO» - Ecco il discorso con cui Andrea Agnelli ha aperto i lavori dell'assemblea degli azionisti: «Signori azionisti, la Juventus è campione d’Italia, per troppo tempo i presidenti hanno dovuto affrontare questa assemblea senza avere nel cuore il calore che una vittoria porta con sé. Nella stagione che ci porterà a celebrare il 90° anno del coinvolgimento della mia famiglia nella Juventus,credo sia opportuno riflettere insieme sul fatto che la Juventus ha sempre promosso i cambiamenti. E' una missione alla quale questa gestione non intende sottrarsi. Quando ho ricevuto l'incarico di presidente avevo in testa chiarissimi alcuni passaggi. Il primo è cambiare la società e la squadra, un percorso in continua evoluzione, ma in 30 mesi abbiamo bruciato le tappe. Churchill diceva: i problemi della vittoria sono più piacevoli della sconfitta ma non meno ardui, lo scudetto non ci deve far dimenticare il nostro mandato, vincere mantenendo l'equilibrio finanziario. Il bilancio presenta numeri su cui riflettere, la perdita è dimezzata, e contiamo di proseguire nel percorso di risanamento».Poi il finale, con il presidente bianconero ad affrontare un tema assai caro come quello delle riforme.«Dopo 17 anni di attesa lo Juventus stadium è una realtà davanti agli occhi di tutti e sta dando i suoi frutti sia nei risultati sportivi sia in quelli economici. Dal Museum al College, sono tanti i fronti di attività come la riqualificazione dell’area della Continassa che ospiterà sede e centro di allenamento. Il cammino procede nella giusta direzione, 'la vita è come andare in bicicletta, occorre stare in equilibrio', diceva Einstein. E qui arriviamo al secondo punto: bisogna cambiare il calcio italiano e posizionarlo a livello europeo, dopo i fasti degli ultimi 30 anni stiamo avendo un declino, siamo in presenza di un tracollo strutturale. E' necessaria una riforma strutturale del calcio professionistico che non può più vivere essendo considerato al pari di quello di base. Vorremmo che la locomotiva fosse in grado di procedere al pari degli altri. Oggi siamo 4°, dopo Spagna, Inghilterra, Germania, presto Francia e Portogallo li seguiranno. Riforma dei campionati, riforma Legge Melandri, riforma del numero di squadre professionistiche e del settore giovanile. Riforma dello status del professionista sportivo, tutela dei marchi, legge sugli impianti sportivi, riforma complessiva della giustizia sportiva, queste le tematiche su cui vorremmo confrontarci. Bob Dylan diceva: 'I tempi stanno cambiando' e non hanno smesso, la Juventus non intende affossare come una pietra». 

PAROLA AGLI AZIONISTI - Prima di passare al voto di approvazione del bilancio 2011-12, la parola è passata agli azionisti. Molti gli interventi: alcuni si sono complimentati con il presidente e i dirigenti per le vittorie, ma in tanti hanno sollevato dubbi sulla campagna acquisti. In particolare sono state fatte domande sul caso Berbatov, su Iaquinta e Giovinco. «Speriamo che immobile non faccia la fine di Giovinco, ceduto a 6 e pagato 11 milioni, spero che si compri Llorente» ha detto l'azionista Stancapiano. Gli ha fatto eco un altro socio bianconero: «Abbiamo comprato due punte spendendo parecchi milioni: Bendtner non l’abbiamo ancora visto, Giovinco ce l’avevamo in casa. Anziché prendere Giovinco, potevamno tenerci Boakye o Gabbiadini, che sono per metà nostri, almeno fino a gennaio per capire se sono da Juve». E c'è chi ha ricordato anche Alessandro Del Piero: «Auguri di buon lavoro al bravo e simpatico Del Piero che per tanti anni ha onorato la nostra squadra: Alex fatti onore anche in Australia». 

L'AZIONISTA BAVA - Dirompente l'intervento dell'azionista Bava che ha chiesto di conoscere gli stipendi netti dei giocatori, l'andamento dell'inchiesta sulla stabilità dello stadio, se ci sono giocatori coinvolti nel calcioscommesse, se la società ha prestato soldi ai giocatori, e in particolare a Buffon, per pagare debiti di gioco. Infine si è dichiarato contrario allo stipendio di 200 mila euro che la società elargisce a Pavel Nedved. Dopo che gli è stata tolta la parola perché ha sforato i minuti a disposizone, Marco Bava ha movimentato l'assemblea urlando e fermando i lavori. Nel suo discorso di apertura, Andrea Agnelli non ha parlato di Alessandro Del Piero. Ma nel libro che presenta il rendiconto di gestione, la Juventus ha dedicato una doppia pagina all'ex capitano bianconero, nella quale si ricordano tutti i suoi successi. Alla fine campeggia anche un "Grazie Alex" a caratteri cubitali. E alcuni azionisti si soffermati su Alex chiedendo perché non gli è stato trovato un posto in società.

APPROVA IL BILANCIO E LA BATTUTA DI AGNELLI - È stato approvato il Bilancio dell'esercizio 2011/12. Agnelli prende la parola alla fine della discussione del primo punto all'ordine del giorno: "In Italia, noi juventini siamo la maggioranza, ma ci sono anche tanti, tantissimi anti-juventini, perché la Juventus è tanto amata, ma anche tanto odiata. E' c'è molto odio nei nostri confronti ultimamente". Applausi dell'assemblea. 

LE RISPOSTE DI MAZZIA - L'ad della Juventus Aldo Mazzia ha risposto alle domande di carattere economico rivolte dagli azionisti bianconeri. In particolare, ha spiegato l'operazione Continassa.«Abbiamo acquisito il diritto di superficie per 99 anni, rinnovabile, su un'area di 180 mila metri adiacente allo Juventus Stadiun, per il costo di 10 milioni e mezzo. Questa cifra comprende anche il diritto di costruire lottizzando l’area a nostra disposizione. L'investimento complessivo ammonterà a 35-40 milioni: oltre ai 10,5 e a un milione per le opere di urbanizzazione, il residuo servirà per costruire la sede e il centro sportivo. La copertura finanziaria sarà in parte coperta dal Credito Sportivo che, il giorno dopo la presentazione del progetto, ci ha contattato manifestando interesse a finanziare l'opera. L'obiettivo è quello di arrivare al minimo esborso possibile, dotando il club di due asst importanti». Per quanto riguarda il titolo in Borsa, Mazzia ha sottolineato che «il prezzo lo fa il mercato: rispetto al valore di 0,14 euro al momento dell'aumento del capitale, oggi vale circa il 43% in più. Questo apprezzamento deriva dai miglioramenti sportivi ma soprattutto economici».

PAROLA A COZZOLINO - Azionista Cozzolino: "I consiglieri per me devono essere tutti di provata fede juventina. La Juventus è una trincea mediatica. E il Cda della Juve è più visibile di quello di Fiat. Mi rivolgo a Bongiorno, non sarà più l'avvocato che ha difeso Andreotti, ma quella che siede nel Cda juventino. Non mi convince la sua vicinanza a quegli ambienti romani e antijuventini, che hanno appoggiato il mancato revisionismo su Calciopoli. La dottoressa Grazioli-Venier la conosco poco, certo, il doppio cognome alla Juventus non porta bene... Paolo Garimberti si è sempre professato juventino ed è presidente del nostro museo, nel suo curriculum abbondano incarichi importanti nei media. Eppure non ricordo neppure un articolo a difesa della Juventus nel periodo calciopoli quando era a Repubblica e quando era presidente della Rai perché non ha arginato la deriva antijuventina della tv di Stato? Mazzia, si sa, era granata, ma in fondo lo era anche Giraudo. Le ricordo comunque che Giraudo esultava allo stadio quando segnava la Juventus, si dia da fare anche lei".

GIULIA BONGIORNO NEL CDA JUVE - Si passa al secondo punto all'ordine del giorno: nomina degli organi sociali. Si vota per rinnovare il Cda e si parla dei compensi ai consiglieri (25mila euro all'anno ad ognuno dei consiglieri). Il Consiglio proposto è: Camillo Venesi, Andrea Agnelli, Maurizio Arrivabene, Giulia Bongiorno, Paolo Garimberti, Assia Grazioli-Venier, Giuseppe Marotta, Aldo Mazzia, Pavel Nedved, Enrico Vellano. Agnelli ringrazia i consiglieri uscenti, fra cui c'è l'avvocato Briamonte. 

DIECI CONSIGLIERI - L'assemblea degli azionisti Juventus ha votato la nomina dei 10 componenti del Cda bianconero. Il Consiglio avrà un mandato di tre anni e ogni consigliere percepirà 25 mila euro l'anno. Del Cda fanno parte Andrea Agnelli, Beppe Marotta, Aldo Mazzia, Pavel Nedved e Camillo Venesio, tutti confermati, e le new entry Giulia Bongiorno, Paolo Garimberti, Enrico Vellano, Assia Grazioli-Venier e Maurizio Arrivabene.

 

Marina Salvetti
Guido Vaciago

 

 

 

 

 

- TROPPA GENTE VUOLE FARSI PUBBLICITÀ SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI 

 

 

Lettera 2
caro D'Agostino, trovo il tuo sito veramente informato ,serio,ed equilibrato,fosse tutta così la comunicazione in Italia !!!!! Dopo questa piccola premessa volevo dirti alcune cose su Edoardo agnelli.Tutto quello detto scritto da vari personaggi ,giornalisti,scrittori presunti amici lo trovo molto superficiale ma solo per il fatto di farsi un Po di pubblicità o altro, ma li conosceva davvero questa gente ? Dubito molto non avendoli mai visti accanto ad edo .In questi anni ho sentito tutto ed il contrario di tutto e volevo intervenire prima ,ma solo sul tuo sito, perché ti riconosco una sicura onesta intellettuale.

 

Negli ultimi 20 anni di vita di Edoardo sono stato il suo vero amico accompagnandolo in tutte le parti del mondo,e assistendolo nel suo lavoro,c erano con noi a volte anche altri amici sempre sinceri e che stavano al loro posto non pronti,come ora a farsi pubblicità ogni volta che esce il nome dello sfortunato amico.Finisco dicendoti che,la mattina del 15 novembre 2000 giorno del fatale incidente ,edoardo fece ,prima ,solo 4 telefonate ed una era al sottoscritto come tutte le mattine 
.Ti ringrazio per la tua cortese attenzione e buon lavoro con sincera stima 
Fabio massimo cestelli

CARO MASSIMO CESTELLI , DETTO DA EDOARDO CESTELLINO, io parlo con le sentenze tu forse lo fai usando il linguaggio delle note dell'avv Anfora ? Mb

 

 


Giuseppe Puppo

3 h · 

Ringraziando Marco Bava per l'avviso che mi ha fatto utile per l'ascolto in diretta, segnalo - a tutti voi, ma, mi sia concesso, a Marco Solfanelli in particolare, in quanto editore del mio nuovo libro dedicato agli ultimi sviluppi, "Un giallo troppo complicato", in fase di stampa - che questa mattina il programma "Mix 24" su Radio24 del Sole 24 ore - emittente nazionale - condotto da Giovanni Minoli si è lungamente occupato del caso della tragica morte di Edoardo Agnelli, mistero italiano ancora irrisolto, dai tanti risvolti importanti quanto inquietanti, con ciò - ed è particolarmente degno di nota - rilanciandolo all'attenzione generale. 
In sostanza, egli ha riadattato per il mezzo radiofonico la puntata del suo programma televisivo "La storia siamo noi" andato in onda tre anni fa, pure però con un'aggiunta significativa, un'intervista a Jas Gawronski, amico dell' "avvocato" Gianni Agnelli, in cui ha fatto affermazioni molto forti sul controverso rapporto padre-figlio, che è una delle chiavi di lettura di dirompente efficacia per la comprensione dell'intero caso. 
Sia la puntata televisiva di tre anni fa, sia il programma odierno di Minoli sono facilmente rintracciabili e consultabili sul web. 
Per il resto, a fra pochi giorni per le mie ultime, sconvolgenti acquisizioni che, oltre al riesame per intero della complessa questione, sono dettagliate in "Un giallo troppo complicato"... Grazie a tutti.

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Giuseppe Puppo http://www.radio24.ilsole24ore.com/player.php?channel=2

 

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Giuseppe Puppo http://ildocumento.it/mistero/edoardo-agnelli-dixit.html

 

Edoardo Agnelli - L`ultimo volo (La Storia Siamo Noi) | Il documentario in streaming

ildocumento.it

Edoardo Agnelli muore il 15 novembre del 2000. Ripercorriamo la vita del rampoll...Altro...

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Gianni Agnelli e Marella Caracciolo raccontati da Oscar De La Renta: vidi l'Avvocato piangere per ...

Blitz quotidiano

ROMA – Con l'aneddotica su Gianni Agnelli si potrebbero riempire intere emeroteche. ... Lo so, c'è chi sostiene il contrario, ma è una stupidaggine.

 

 

Edoardo, l’Agnelli da dimenticare

 

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Lunedì 17 Novembre 2014, ore 17,12
 

Non un necrologio, una messa, un ricordo per i 14 anni dalla scomparsa del figlio dell'Avvocato. Se ne dimentica persino Lapo Elkann, troppo indaffarato a battibeccare a suon di agenzie con Della Valle. E la sua morte resta un mistero - di Gigi MONCALVO

 

Il 15 novembre di quattordici anni fa, Edoardo Agnelli – l’unico figlio maschio di Gianni eMarella – moriva tragicamente. Il suo corpo venne rinvenuto ai piedi di un viadotto dell’autostrada Torino-Savona, nei pressi di Fossano. Settantasei metri più in alto era parcheggiata la Croma di Edoardo, l’unico bene materiale che egli possedeva e che aveva faticato non poco a farsi intestare convincendo il padre a cedergliela. L’unica cosa certa di quella vicenda è che Edoardo è morto. Non sarebbe corretto dire né che si sia suicidato, né che sia stato suicidato, né che sia volato, né che si sia lanciato, né che sia stato ucciso e il suo corpo sia stato buttato giù dal viadotto. Nel mio libro Agnelli Segreti sono pubblicati otto capitoli con gli atti della mancata “inchiesta” e delle misteriose e assurde dimenticanze del Procuratore della Repubblica diMondovì, degli inquirenti, della Digos di Torino. Tanto per fare alcuni esempi non è stata fatta l’autopsia, né prelevato un campione di sangue o di tessuto organico, né un capello, il medico legale ha sbagliato l’altezza e il peso (20 cm e 40 kg. In meno), non sono state sequestrate le registrazioni delle telecamere di sorveglianza della sua villa a Torino, gli uomini della scorta non hanno saputo spiegare perché per quattro giorni non lo hanno protetto, seguito, controllato come avevano avuto l’ordine di fare dalla madre di Edoardo. Nessuno si è nemmeno insospettito di un particolare inquietante rivelato dalla Scientifica: all’interno dell’auto di Edoardo (equipaggiata con un motore Peugeot!) non sono state trovate impronte digitali né all’interno né all’esterno. Ecco perché oggi si può parlare con certezza solo di “morte” e non di suicidio o omicidio o altro. 

 

Dopo 14 anni l’inchiesta è ancora secretata – anche se io l’ho pubblicata lo stesso, anzi l’ho voluto fare proprio per questo -, e nessun necrologio ha ricordato la morte del figlio di Gianni Agnelli. Nella cosiddetta “Royal Family” i personaggi scomodi o “contro” vengono emarginati, dimenticati, cancellati. Basta guardare che cosa è successo alla figlia Margherita, “colpevole” di aver portato in tribunale i consiglieri e gli amministratori del patrimonio del padre: Gianluigi Gabetti, Franzo Grande Stevens e Siegfried Maron (il capo del “family office” di Zurigo che amministrava il patrimonio personale di Gianni Agnelli nascosto all’estero). Margherita, quando ci sono dei lutti in famiglia, viene persino umiliata mettendo il suo necrologio in fondo a una lunga lista, anziché al secondo posto in alto, subito dopo sua madre, come imporrebbe la buona creanza. Per l’anniversario della morte di Edoardo nessun necrologio su laStampa né sul Corriere – i due giornali di proprietà di Jaky -, né poche righe di ricordo, nemmeno la notizia di una Messa celebrativa. Edoardo, dunque,  cancellato, come sua madre, comeGiorgio Agnelli, uno dei fratelli di Gianni, rimosso dalla memoria per il fatto di essere morto tragicamente in un ospedale svizzero. E cancellato perfino come Virginia Bourbon del Monte, la mamma di Gianni e dei suoi fratelli: Umberto, Clara, Cristiana, Maria Sole, Susanna, Giorgio. Gianni non andò nemmeno ai funerali di sua madre nel novembre 1945. Tornando a oggi Edoardo è stato ricordato da un paio di mazzi di fiori fatti arrivare all’esterno della tomba di famiglia di Villar Perosa (qualcuno ha forse negato l’autorizzazione che venissero collocati all’interno?) da Allaman, in Svizzera, da sua sorella Margherita e dai cinque nipoti nati dal secondo matrimonio della signora con il conte Serge de Pahlen (si chiamano Pietro, Sofia, Maria, Anna, Tatiana). Margherita ha fatto celebrare una Messa privata a Villar Perosa, così come a Torino ha fatto l’amico di sempre, Marco Bava.  

 

Tutto qui. I due nipoti di Edoardo, Jaky e Lapo, hanno dimenticato l’anniversario. Lapo ha trascorso la giornata a inondare agenzie e social network di stupidaggini puerili su Diego Della Valle. Invece di contestare in modo convincente e solido i rilievi del creatore di Hogan, Fay e Tod’s (“L'Italia cambierà quando capirà quanto male ha fatto questa famiglia al Paese"),  il fratello minore di Jaky, a corto di argomentazioni, ha detto tra l’altro: "Una macchina può far sognare più di un paio di scarpe”.  Evidentemente Sergio Marchionnenon gli ha ancora comunicato che la sua più strepitosa invenzione è stata quella della “fabbrica di auto che non fa le auto”. E al tempo stesso, evidentemente il fratello di Lapo non gli ha ancora spiegato che la FIAT (anzi la FCA) ha smesso da tempo di produrre auto in Italia, eccezion fatta per pochi modelli di “Ducato” in  Val di Sangro o qualche “Punto” a Pomigliano d’Arco con un terzo di occupati in meno, o poche “Maserati Ghibli” e “Maserati 4 porte” a Grugliasco (negli ex-stabilimenti Bertone ottenuti in regalo, anziché creare linee di montaggio per questi modelli negli stabilimenti Fiat chiusi da tempo: a Mirafiorilavorano un paio di giorni al mese 500 operai in cassa integrazione a rotazione su 2.770). Oggi FCA produce la Panda e piccoli SUV in Serbia, altri modelli in Messico, Brasile, Polonia (Tichy), Spagna (Valladolid e Madrid), Francia.

 

Eppure Lapo una volta davanti alle telecamere disse di suo zio Edoardo: «Era una persona bella dentro e bella fuori. Molto più intelligente di quanto molti l'hanno descritto, un insofferente che soffriva, che alternava momenti di riflessività e momenti istintivi: due cose che non collimano l'una con l'altra, ma in realtà era così». A Villar Perosa "ci sono state tante gioie ma anche tanti dolori". Dice Lapo: «Con tutto l'affetto e il rispetto che ho per lui e con le cose egregie che ha fatto nella vita, mio nonno era un padre non facile... Quel che si aspetta da un padre, dei gesti di tenerezza, non parlo di potere... i gesti normali di una famiglia normale, probabilmente mancavano». E poi riconosce quanto abbia pesato su Edoardo l'indicazione di far entrare Jaky nell'impero Fiat: «Credo che la parte difficile sia stata prima, la nomina di Giovanni Alberto. Poi, Jaky è stata come una seconda costola tolta. Ma Edoardo si rendeva conto che non era una posizione per lui».

 

Questo è vero solo in parte. Certo, Edoardo annoverava tra gli episodi che probabilmente vennero utilizzati per stopparlo e rintuzzare eventuali sue ambizioni, pretese dinastiche o velleità successori, anche la virtuale “investitura” – attraverso un settimanale francese – con cui venne mediaticamente, ma solo mediaticamente e senza alcun fondamento reale, concreto, sincero, candidato suo cugino Giovanni Alberto alla successione in Fiat. In realtà non c’era nessuna intenzione seria dell’Avvocato di addivenire a questa scelta, nessuno ci aveva nemmeno mai pensato davvero, se non Cesare Romiti per spostare l’attenzione dai guai giudiziari e dalle buie prospettive che lo riguardavano ai tempi dell’inchiesta “Mani Pulite”. Il nome del povero Giovannino venne strumentalizzato e dato in pasto ai giornali, una beffa atroce, mentre le vere intenzioni erano ben altre e quel nome così pulito e presentabile veniva strumentalizzato con la tacita approvazione di suo zio Gianni (lo rivela documentalmente  in un suo libro l’ex direttore generale Fiat, Giorgio Garuzzo).

 

Edoardo non conosceva in profondità questi retroscena, aveva anch’egli creduto davvero che la scelta del delfino fosse stata fatta alle sue spalle, si era un poco indispettito, non per la cooptazione del cugino, o perché ambisse essere al posto suo, ma perché riteneva che non ci fosse alcun bisogno di anticipare i tempi in quel modo, tanto più che a quell’epoca Giovannino era un ragazzo non ancora trentenne. C’era un altro punto che lo infastidiva: il fatto che Giovannino non lo avesse informato direttamente, i rapporti tra loro erano tali per cui Edoardo si aspettava che fosse proprio lui a dirglielo, prima che la notizia uscisse sui giornali. L’equivoco venne risolto in fretta. Giovannino non appena venne a conoscere l’irritazione di Edoardo per questo aspetto formale della vicenda, volle subito vederlo, si incontrarono, chiarirono tutto, il figlio di Umberto gli spiegò come stavano davvero le cose, e come stessero usando il suo nome senza che potesse farci nulla. Edoardo si indispettì ancora di più contro l’establishment della Fiat e si meravigliò che il padre di Giovannino non avesse reagito con maggiore durezza. Ma Umberto, francamente, che cosa avrebbe potuto fare? Stavano, per finta, designando suo figlio per il posto di comando e lui poteva permettersi di piantare grane?  

 

 

Poi Giovannino morì e al suo posto, pochi giorni dopo il funerale nel dicembre 1997, nel consiglio di amministrazione della Fiat venne nominato John Elkann, che di anni ne aveva appena ventidue e nemmeno era laureato. Edoardo, nella sua ultima illuminante intervista a Paolo Griseri de il Manifesto (15 gennaio 1998), dà una risposta netta sul suo, e di suo padre, “nipotino” Jaky: “Considero quella scelta uno sbaglio e una caduta di stile, decisa da una parte della mia famiglia, nonostante e contro le perplessità di mio padre, che infatti all’inizio non voleva dare il suo assenso. Non si nomina un ragazzo pochi giorni dopo la morte di Giovanni Alberto, per riempire un posto. Se quel posto fosse rimasto vacante per qualche mese, almeno il tempo del lutto, non sarebbe successo niente. Invece si è preferito farsi prendere dalla smania con un gesto che io considero offensivo anche per la memoria di mio cugino”. Edoardo, e questo è un passaggio fondamentale, afferma che suo padre nutriva perplessità per quella scelta su Jaky. Sostiene che l’Avvocato “in un primo tempo non voleva dare il suo assenso”. Forse era davvero questa la realtà. Forse Gabetti e Grande Stevens già stavano tramando per mettere sul trono, dopo la morte dell’Avvocato, una persona debole, giovane, inesperta, fragile e quindi facilmente manovrabile e condizionabile. Le trame si erano concretizzate tra la fine dell’inverno e la primavera del 1996 e la vittoria di Gabetti e Grande Stevens era stata sancita nello studio del notaio Morone di Torino il 10 aprile. Fu quello il momento in cui Edoardo venne, formalmente, messo alla porta, escludendo il suo nome dall’elenco dei soci della “Dicembre”. Anche se, in base al diritto successorio italiano, al momento della morte di suo padre Edoardo sarebbe entrato di diritto, come erede legittimo, nella “Dicembre”. La società-cassaforte che ancor oggi controlla FCA, EXOR, Accomandita Giovanni Agnelli e tutto l’impero. Una società in cui Gabetti e Grande Stevens (insieme a sua figlia Cristina) e al commercialista Cesare Ferrero posseggono una azione da un euro ciascuno che conferisce poteri enormi e decisivi.

 

Al di là di questo, c’era un’immagine che dava un enorme fastidio a Edoardo: che suo padre si circondasse in molte occasioni pubbliche, e private, di Luca di Montezemolo. In quanti hanno detto, almeno una volta: “Ma Montezemolo, per caso, è figlio di Gianni Agnelli?”. Comunque sia, un figlio, un vero figlio, che cosa può provare nel vedere suo padre che passa più tempo con un estraneo (perché è certo: Luca non è figlio dell’Avvocato, anche se ha giocato a farlo credere) piuttosto che con lui? Ad esempio in occasioni pubbliche come lo stadio, i box della formula 1 durante i Gran Premi, per le regate di Coppa America, in barca, sugli sci, in altre mille occasioni. Un giorno di novembre del 2000 un signore di Roma era nell’ufficio di Gianni Agnelli a Torino per parlare d’affari. All’improvviso si aprì la porta, entrò Edoardo come una furia ed esclamò: “Sei stato capace di farmi anche questo! Hai fatto una cosa per Luca che per me non hai mai fatto in tutta la mia vita. E non saresti nemmeno mai stato capace di fare”. Sbattè la porta e se ne andò. Una settimana dopo è morto.    

  

Comunque sia, ecco perché Jaky non ha voluto ricordare nemmeno quest’anno suo zio Edoardo. Ma Lapo, che ha vissuto una vicenda per qualche aspetto analoga a quella dello zio e che per fortuna si è conclusa senza tragiche conseguenze (l’overdose a casa di Donato Brocco in arte “Patrizia”, la scorta che anche in questo caso “dimentica” di seguirlo, proteggerlo, soccorrerlo, e infine dopo l’uscita dal coma Lapo “costretto” a vendere le sue azioni per 168 milioni di euro), non avrebbe dovuto, non deve e non può dimenticarsi di zio Edoardo. E’ proprio vero: questi giovanotti, autonominatisi “rappresentanti” della Famiglia Agnelli” mentre invece sono solo degli Usurpateurs, non sanno nemmeno in certi casi che cosa voglia dire rispetto, rimembranza, memoria, dolore, culto dei propri parenti scomparsi.

 

www.gigimoncalvo.com

 

 

Gabetti, premio fedeltà (agli Agnelli) neppure a loro ! Mb

 

Scritto da Gigi Moncalvo
Pubblicato Sabato 12 Dicembre 2015, ore 7,30
 

"Torinese dell'anno" il manager che per oltre mezzo secolo ha tenuto le fila dell'impero finanziario della Famiglia e ancora oggi ne custodisce i segreti più reconditi. Il caso della "Dicembre" e gli slurp (incauti) di Ilotte - di GIGI MONCALVO

Nei giorni scorsi Vincenzo Ilotte, che da un anno ha ereditato dall’ex dipendente Fiat,Alessandro Barberis, la presidenza della Camera di Commercio di Torino, ha accantonato tutti gli impegni di lavoro e ha dedicato molto del suo tempo per la cosa cui teneva e tiene di più: correggere, rivedere, aggiustare, il “libretto” che riguarda il “Torinese dell’anno”, Gianluigi Gabetti, che verrà premiato domenica. I problemi maggiori per Vincenzo sono venuti, non solo dal proprio ufficio stampa, ma soprattutto dal premiato, il quale ha voluto controllare tutto, sistemare ogni virgola, verificare come era stato impaginato il libretto, quali caratteri di stampa e quale carta erano stati scelti, con quale e quanto spazio erano state pubblicate le foto che egli aveva graziosamente selezionato e fornito: lui alla scrivania molto giovane con una riproduzione alle spalle (un quadro di Ben del 1969 con la scritta: “N’importe qui peut avoir une idée”), una immagine di Gabetti con suo figlio e Ilotte in piena salivazione, GLG con Elserino Piol a New York, alle spalle (come sempre) di  Gianni Agnelli che non lo guarda, con Umberto Agnelli, con Lindon Johnson, con David Rockefeller, conPertini e il marchese Diana che gli conferiscono il cavalierato del lavoro, con Marchionne e infine con la sua creatura, con tanto di braccia sulle spalle, Jaki Elkann. A proposito del quale Gabetti ha preteso fosse scritta la sua nota teoria che non trova riscontro in alcun atto ufficiale o in alcuno scritto del defunto Gianni Agnelli: “successore designato” (da chi?).

 

Con l’aggiunta di alcune falsità storiche. Ad esempio su Marchionne: “…in perfetta sintonia Gabetti e John Elkann chiamano Sergio Marchionne ad assumere la carica di Amministratore Delegato della FIAT…”. A proposito dell’equity-swap, che non viene mai chiamato con tale nome - anche perché evoca una circostanza, cioè una condanna penale e amministrativa e una prescrizione che se uno è innocente non solo dovrebbe aver rifiutato ma che invece è stata ben accolta – l’ufficio stampa di Gabetti (pardon, di Ilotte) glissa e mente: “Tocca a Gabetti il compito di difendere l’integrità del controllo della FIAT dalle speculazioni, mediante un complesso di operazioni messe in opera con l’avvocato Franzo Grande Stevens, che si concludono con un buon esito, permettendo così lo straordinario rilancio del Gruppo”. Ilotte farebbe bene a consigliare ai suoi ghost-writer di informarsi meglio: non dico di chiedere la versione del dottor Giancarlo Avenati Bassi ché sarebbe pretendere troppo, ma almeno di evitare termini come “complesse operazioni”. In questo passaggio emerge la prova che Gabetti ha corretto di suo pugno, facendo aggiungere il nome di Grande Stevens cui evidentemente ancora non ha perdonato quei vecchi guai e nella sua mente ultranovantenne è sempre convinto che in quel periodo fu Franzo a eseguire e a seguire i suoi ordini mentre egli, come sempre, nascondeva la mano e mandava avanti l’altro.

 

Ciò che, soprattutto, non va perduta, è però la testimonianza firmata da Gabetti in persona, dal titolo “Le radici della mia Torinesità”. Con il che rinnega la sua amata Ginevra, dove ha fatto andata e ritorno più volte per quanto riguarda il passaporto e la residenza, specie fiscale, in rue Jean Calvin nella città vecchia, e soprattutto aMurazzano, il paesino in provincia di Cuneodove è cresciuto e ancora abita. Gabetti sulla sua “torinesità” la prende molto alla larga, ma cita e quindi subliminalmente ti induce a pensare di essere come loro, i benefattori dell’Ordine Mauriziano che crearono l’Ospedale, i Savoia che vollero la Palazzina di Caccia di Stupinigi, i benemeriti del Monte di Pietà, “da cui sorse l’Istituto San Paolo”, coloro che vollero l’Università, l’Accademia delle Scienze e l’Istituto Galileo Ferraris, per arrivare fino “a Don Giovanni Bosco, Padre Giuseppe Cottolengo e molte altre figure spirituali”. E lui, Gianluigi, arriva fa pensare proprio – almeno nelle sue intenzioni – a San Giovanni Bosco e al Padre Cottolengo. Quando si dice la modestia!

 

LEGGI QUI L'AGIOGRAFIA DI GABETTI

 

Comunque sia, dopo tanta fatica alla fine il difficoltoso “parto” del libretto è avvenuto, e il risultato è davvero sorprendente. Sia per quello che il premiato, Gianluigi Gabetti, ha scritto di sé che per le clamorose omissioni che lo stesso insignito, ma soprattutto Ilotte hanno fatto emergere, anche se questo verbo può sembrare una contraddizione trattandosi di omissioni, silenzi, vere e proprie “omertà”. Va bene che Ilotte è un esperto di chiusure-lampo e che l’azienda di famiglia (cui stranamente dedica poche righe nel suo curriculum in cui ha fatto cancellare, chissà perché, il suo luogo di nascita e ha perfino ignorato la fondamentale e illustre figura imprenditoriale paterna), ma questa volta la chiusura è stata davvero ermetica, proprio all’altezza dei prodotti della Divisione Fonderia della “2A” di Santena, quella in cui si producono le famose zip, oltreché parti dei propulsori di autocarri.

 

Che cosa è accaduto? Ilotte forse non sa o fa finta di non sapere che la persona che ha scelto di premiare ha commesso una serie di gravi irregolarità e mancanza di riguardi, oltreché autentiche violazioni di legge, proprio nei confronti della Camera di Commercio, cioè proprio l’ente che ha deciso di sceglierlo come “cittadino benemerito”. Invece di perdere tempo a correggere, impaginare, lusingare, lisciare il pelo al noto “lupo” (in contrapposizione con gli agnelli, sia con la a maiuscola che minuscola), il presidente Ilotte doveva, avrebbe dovuto fare una cosa semplicissima. Ed è ancora in tempo a farla, così si rende conto della sola che ha propinato al buon nome di Torino e della Camera di Commercio. Deve chiamare la sua dipendente, dottoressa Maria Loreta Raso, dirigente responsabile del “Registro delle Imprese”, e chiederle: “Dato che ho deciso di premiare Gabetti, vuole per cortesia verificare in archivio se è tutto in regola per quanto riguarda costui?”. La dott. Raso aveva di fronte due opzioni: rispondere subito (poiché ben conosce la situazione) oppure guadagnare tempo, fingere di consultare le carte in archivio e dopo un po’ dare al presidente Ilotte l’agognata (da lui) risposta. Che era ed è la seguente: “Beh, guardi, caro Presidente, farebbe meglio a cambiare la scelta del premiato perché nei nostri confronti non è stato molto corretto né serio”.

 

Ilotte si sarebbe probabilmente inalberato, visto che la macchina era ormai avviata e non si poteva revocare la designazione e mandare al macero le copie del libretto così ricco di peana e di ditirambi, e si sarebbe pentito – come è ancora in tempo a fare – per la sua scelta, dettata tra l’altro, pensate un po’ ma lo ha scritto egli stesso, dal fatto che “grazie all’amicizia fraterna con suo figlioAlessandro, ho potuto frequentarlo durante ormai quasi mezzo secolo e poter così ricevere numerosi stimoli…”. Il che significa che, avendo Ilotte quarantanove anni di età, ha cominciato a frequentare Gabetti senior fin da quando il futuro presidente della Camera di commercio era nella culla e lanciava i primi vagiti. E la frase che Gabetti gli ripeteva (“Non perdere l’abbrivio”) non si sa a quale fase della vita di Ilotte si riferisca. Alla prima infanzia, quando ha smesso di gattonare e ha mosso i primi passi? Oppure quando era impegnato sul vasino? O invece quando andava all’asilo o alle elementari? Chissà. Comunque Ilotte cresceva e Gianluigi Gabetti continuava a esortarlo instancabilmente: “Non perdere l’abbrivio”. Per questo Ilotte ha sempre preferito le discese, le spinte, coloro che gli tiravano la volata, l’appoggio, il rinculo su muro di gomma che fungeva da propulsore, sempre per prendere l’abbrivio e soprattutto non perderlo. Ilotte scrive di aver scelto Gabetti “in deroga allo stile di riservatezza che ci contraddistingue” (riferendosi alla Camera di Commercio). E conclude con un autentico osanna per il premiato, sottolineando che ha contribuito “con lungimirante visione alla continuità dell’azienda e alla creazione di occupazione e innovazione”. Ilotte dall’alto della sua carica istituzionale dovrebbe ben sapere, contrariamente alla Stampa che lo sa ma non lo scrive, quanti giorni al mese viene aperto lo stabilimento di Mirafiori e per quanti, a rotazione, dei migliaia di cassaintegrati. Per non parlare di quel che resta degli altri stabilimenti…. Dovrebbe spiegare che cosa ha fatto, come presidente, per salvare l’indotto FIAT vessato, costretto a spostarsi dove FCA produce (Serbia, Polonia, Spagna, Francia, Messico, Brasile, Stati Uniti) e ormai ridotto ai minimi termini (lui dovrebbe saperlo dato che la sua azienda fornisce pezzi all’IVECO).

 

Ma torniamo alla dottoressa Raso e alla Camera Commercio presa in giro, così come il Tribunale e i Giudici delle Imprese, dal dottor Gabetti. Il premiato, in qualità di socio e amministratore della “Dicembre società semplice” - un’invenzione di Grande Stevens che racchiude la ex cassaforte della ex famiglia Agnelli, in cui oggi non figura più nessuno che porti questo cognome - ha sempre rifiutato di fornire, come impone la legge, i dati, gli atti, gli statuti, la composizione societaria, la quantità di azioni detenute dai singoli soci, che la Camera di Commercio nel corso di ventitré anni ha chiesto a lui e agli altri componenti della “Dicembre”. Il dottor Gabetti, di cui è noto il rilevante e preminente ruolo nella “cassaforte”, non ha nemmeno mai risposto alle lettere raccomandate che la dottoressa Raso gli ha inviato chiedendo di mettersi in regola e di fornire al “registro delle Imprese” presso la Camera di Commercio i dati riguardanti quella importante società che controlla dall’alto tutto l’impero ex-Fiat. E quindi anche EXOR, FCA, Accomandita Giovanni Agnelli, Juventus, e via discorrendo. Per quale ragione il dottor Gabetti, torinese dell’anno, non ha mai risposto alle richieste della Camera di Commercio, le ha ignorate, ha violato la legge? Per quale ragione ci sono volute ben due ordinanze del Giudice delle Imprese (prima la dottoressa Anna Castellino, 25 giugno 2012, e poi il dottor Giovanni Liberati, 24 maggio 2013, ha avuto bisogno di un ordine del Tribunale) per riuscire a ottenere l’iscrizione d’ufficio della “Dicembre” e soltanto nel 12 luglio 2012 ad opera, pensate un po’ del giornalista che qui scrive? Come mai, Gabetti non ha ottemperato alle fasi successive completando la documentazione mancante visto che il sottoscritto, a causa della “reticenza” del notaio Ettore Morone, ha potuto avere un solo documento rogato dallo stesso, nonostante richieste e interventi perfino del Notariato Nazionale? Chi ha “richiamato” e “tirato le orecchie” al notaio rimproverandogli di avermi mandato tale documento, e gli ha fatto scrivere una risposta successiva, di fronte alle richieste di altri documenti, che ha fatto ridere l’intero notariato italiano? E cioè (27 marzo 2012): “Gli atti da Lei richiesti non sono stati da me conservati, in quanto consegnati da me al cliente. Non ne ho quindi la materiale disponibilità e non mi è conseguentemente possibile rilasciarne copia”. E non rilascia nemmeno il numero di repertorio e nemmeno come lo ha archiviato. Il che fa sorgere una domanda: ma l’archivio dello studio Morone in quale stato è? Donna Giuseppina vuole parlare lei col suo adorato fratel Ettore?

 

Bene, a fronte di tutto questo, il presidente Vincenzo Ilotte se va a dare un’occhiata al registro delle Imprese di cui egli è, tra l’altro responsabile, troverà che la “Dicembre società semplice”, la più importante, ricca e illustre società che ricadono sotto la sua giurisdizione torinese, una società che ogni anno incassa milioni di euro di dividendi da EXOR e Accomandita Giovanni Agnelli, risulta registrata in questo singolare modo: “Codice Fiscale 96624490015. Sede legale: via del Carmine 2 (dove c’è lo studio Grande Stevens) -  Soci: CARACCIOLO Marella, anni 88; GABETTI Gianluigi, anni 91; ROMITI Cesare, anni 92”. La società risulta fondata nel 1984. Tutti sanno che Romiti non ha più nulla a che fare con la Fiat dal 1998, da ben diciassette anni. Ma non solo questo dimostra quanto sono aggiornati, e come li tiene aggiornati, il presidente Ilotte. Attenzione al colpo di scena. Il pacchetto azionario risulta così suddiviso (valori espressi ancora in lire): CARACCIOLO Marella, 10 azioni da mille lire ciascuna per un totale di 10.000 lire: GABETTI Gianluigi, una azione da mille lire; ROMITI Cesare, una azione da mille lire”. Totale: 12 azioni per un controvalore di euro 6,20. Questo vorrebbero farci credere Gabetti & C. E allora presidente Ilotte, quando sul palco premierà il torinese dell’anno, prenda l’abbrivio e in nome della limpidezza, della trasparenza, della legge, del suo dovere istituzionale gli chieda: «Senta, Gabetti, a parte questa “marchetta” che io e lei stiamo facendo su questo palco davanti a tutta questa bella gente, quand’è che finalmente si decide a mandare tutti gli atti riguardanti la “Dicembre”, la sua “Dicembre”, al mio ufficio, come prevede la legge?». Dai, Ilotte prenda l’abbrivio. E, soprattutto – come le ha detto Gabetti in questo mezzo secolo - non lo perda.

 

Post Scriptum: Se poi vuole, glieli forniamo noi i nomi e le quote societarie della “Dicembre”. In tal modo anche Jaki Elkann - tra una pausa e l’altra di quelle gare contro Lavinia, con la sua amata e inseparabile playstation, perfino quando sono allo stadio per vedere la Juve - verrà finalmente a sapere che cosa “rischia” ad avere nella “Dicembre” come soci, anche se con una sola azione, i signori  Gabetti, Grande Stevens Franzo, Grande Stevens Cristina, Ferrero Cesare. Stia sereno, neh!

 

 

 

 

 

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DOCUMENTI - ECCO IL LINK AL PDF DELLA RICHIESTA DI AUTORIZZAZIONE AD ESEGUIRE PERQUISIZIONI NEL DOMICILIO DEL DEPUTATO BERLUSCONI, INVIATA DAL PROCURATORE BRUTI LIBERATI AL PRESIDENTE DELLA CAMERA

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http://bit.ly/eTwkdL  17-01-2011]

 

 

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La ringraziamo sinceramente per il Suo  interesse nei confronti di una produzione duramente colpita dal recente terremoto, dalle stalle, ai caseifici fino ai magazzini di stagionatura. Il  sistema del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano sono stati fortemente danneggiati con circa un milione di forme crollate a terra a seguito delle ripetute scosse che impediscono a breve la ripresa dei lavori in condizioni di sicurezza. Questo determina di conseguenza difficoltà nella distribuzione del prodotto “salvato”, che va estratto dalle “scalere” accartocciate, verificato qualitativamente e poi trasferito in opportuni locali prima di poter essere posto in vendita. Abbiamo perciò ritenuto opportuno mettere a disposizione nel sito http://emergenze.coldiretti.it tutte le informazioni aggiornate relative alla commercializzazione nelle diverse regioni italiane anche attraverso la rete di vendita degli agricoltori di Campagna Amica.

 

Cordiali saluti.

Ufficio relazioni esterne Coldiretti

 

 

ENI-REPORT

 

28.04.13

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Report, puntata 7 aprile 2013: lo Stato fallimentare
Investire Oggi
Proprio mentre sul web infiamma la polemica per la richiesta di risarcimento intrapresa dalla compagnia energetica nazionale a seguito dell'inchiesta Eni di Report (è anche partita la raccolta firme, Report: firma la petizione per il diritto di ...

 

Report - La Congregazione e l'Eni 07/04/2013
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16.12.12

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A2A-REPORT

 

02.12.12

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-4bbfdc78-c99f-4341-a233-3723e00c78a0.html

 

 

 

 

ALITALIA-REPORT

 

07.04.13

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MPS-REPORT

 

09.12.12

 

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-8d9c77dd-a34f-4268-951d-34b2d830b2a7.html

 

 

 

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Auto e Moto d’Epoca 2013

 

- Nuovo sistema tutela auto e moto d'epoca;
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Veicoli d'interesse storico, la fiscalità e il redditometro;
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Norme per la circolazione dei veicoli storici;
- 
Veicoli d'interesse storico e collezionistico: circolazione e fiscalità 

 

 

 

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http://www.obiettivonews.it/

 

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http://www.borsaitaliana.it/borsa/notizie/price-sensitive/home.html?lang=it

 

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http://smarthyworld.com/renault.html

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http://avantimeitalia.forumattivo.it/

http://it.wikipedia.org/wiki/PSA_ES_e_Renault_L7X

http://www.avantime-club.eu/

http://www.centropestelli.it/  scuola di giornalismo torinese

www.foia.it x la trasparenza

http://www.lingottoierieoggi.com la storia del lingotto

www.ipetitions.com PETIZIONI

http://www.casa.governo.it GUIDA AGEVOLAZIONI CASA

http://www.comune.torino.it/ambiente/bm~doc/report-siti-procedimenti-di-bonifica_informambiente.pdf AREE EX SITI INDUSTRIALI TORINESI DA BONIFICARE

 

 

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http://motori.corriere.it/prezzi-auto/

http://europa.eu/epso/index_it.htm

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http://www.dinoferrari.altervista.org/homepage.htm

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http://www.opzionezero.org/

 

http://www.frontisgovernance.com/index.php?lang=it

 

 

Niente multe se l'autovelox non è ben segnalato

Una sentenza del giudice di pace accetta il ricorso per apparecchi non adeguatamente segnalati in prossimità degli incroci.

http://www.motori.it/attualita/19152/niente-multe-se-lautovelox-non-e-ben-segnalato.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-20+Niente+multe+se+l'autovelox+non+%c3%a8+ben+segnalato

 

TomTom GO Mobile: navigazione gratis per Android

TomTom ha rilasciato l'app GO Mobile per Android in versione freemium, cioè gratuita per chi percorre fino a 75 km al mese.

http://www.motori.it/tecnica/19173/tomtom-go-mobile-navigazione-gratis-per-android.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-22+TomTom+GO+Mobile%3a+navigazione+gratis+per+Android

 

Carburanti: arriva OsservaPrezzi, l'app del MISE

Si chiama OsservaPrezzi ed è l'app gratuita voluta dal MISE per consentire agli automobilisti di conoscere in mobilità i prezzi dei carburanti.

http://www.motori.it/attualita/19174/carburanti-arriva-osservaprezzi-lapp-del-mise.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=Newsletter:+Motori.it&utm_content=2014-05-23+Carburanti%3a+arriva+OsservaPrezzi%2c+l'app+del+MISE

 

03.06.14 

 

 

 

 

 

1 - "MORS TUA, LA VITOLA MEA" E IL BANANA RICARICA SULLA CASA/CASINO DI MONTECARLO - 2- CARTE DAL PARADISO FISCALE DI SANTA LUCIA: L’APPARTAMENTO DI AN è DEL "COGNATO" - 3- FINI HA SEMPRE NEGATO E HA AFFERMATO: "SE QUESTO SARÀ ACCERTATO, MI DIMETTO" - 4- LA DOCUMENTAZIONE ARRIVATA UNA SETTIMANA FA, AL MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI - A BREVE LA FARNESINA POTREBBE ANCHE DECIDERE DI TRASMETTERLA AL GIP DI ROMA CHE FRA POCHISSIMI GIORNI (IL PROSSIMO DUE FEBBRAIO) DOVRÀ DECIDERE SULL’ARCHIVIAZIONE O SULL’EVENTUALITÀ DI AVVIARE NUOVE INDAGINI. IL CARTEGGIO SAREBBE CUSTODITO NELLA CASSAFORTE DEL MINISTRO FRATTINI, E AL MOMENTO È TOP SECRET –

 

1- IN ARRIVO CARTE DA S. LUCIA «LA CASA È DI TULLIANI»
Fiorenza Sarzanini per il "Corriere della Sera"

 

Nuove carte spedite dal governo di Santa Lucia per dimostrare che l'appartamento di rue Princess Charlotte a Montecarlo è di Giancarlo Tulliani, il cognato del presidente della Camera Gianfranco Fini. L'indiscrezione circola in serata e sembra fornire conferma alle voci che si rincorrono già da qualche giorno. Per via diplomatica sarebbero arrivati alla Farnesina i documenti che attestano come la Timara e la Printemps, le due società off shore titolari della casa nel Principato dopo averla acquistata da Alleanza Nazionale, siano in realtà di proprietà di Tulliani.

 

Finora questa circostanza è stata sempre negata da Fini e dal suo entourage tanto che il 25 settembre scorso, in un videomessaggio trasmesso da Youtube, lo stesso presidente ha affermato: «Se questo sarà accertato, mi dimetto» .

 

Il nodo della questione è stato più volte evidenziato: l'appartamento fu lasciato in eredità da Annamaria Colleoni ad Alleanza Nazionale e dunque nel luglio 2008 Fini avrebbe sfruttato il proprio ruolo di leader nel partito consentendo al cognato di acquistarlo a un terzo del suo reale valore: 300 mila euro anziché 900 mila.

 

La procura di Roma ha chiesto l'archiviazione del procedimento per truffa avviato dopo la denuncia presentata da alcuni ex esponenti del partito, tra i quali c'è Francesco Storace. Nelle motivazioni si spiega che c'è stato un danno economico perché all'epoca della vendita, l'appartamento valeva 819 mila euro, dunque il triplo dei 300 mila euro versati dall'acquirente, la società off shore Printemps, ma nessun raggiro e dunque gli eventuali risarcimenti dovranno essere stabiliti in sede civile.

 

Non è invece entrata nel merito degli assetti proprietari pur sottolineando come in calce alla registrazione del contratto di affitto ci fosse la stessa firma- quella di Tulliani appunto - nella casella riservata al proprietario e quella per l'affittuario. In realtà una lettera nella quale si specificava come Tulliani fosse «il beneficiario reale» delle off shore era già stata mostrata dal ministro della Giustizia dell'isoletta caraibica e adesso il governo locale avrebbe inviato a quello italiano un nuovo e più attendibile certificato.

Le indiscrezioni assicurano che un ruolo in questa nuova puntata della vicenda l'avrebbe Walter Lavitola, il direttore de L'Avanti che già in passato si era mostrato vicino a Silvio Berlusconi, tanto da organizzargli una festa con un gruppo di ballerine durante il suo soggiorno brasiliano. Sarebbe stato proprio lui a mediare con le autorità di Santa Lucia per convincerle a spedire i documenti.

Ora bisognerà vedere se siano utili per l'udienza del 2 febbraio dove si deciderà se l'inchiesta debba essere davvero archiviata, tenendo conto che non sono stati i magistrati a chiederli.

2- "LA CASA DI MONTECARLO È DEL COGNATO DI FINI"
Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica per Il Giornale

 

La casa di Montecarlo sarebbe direttamente riconducibile al signor Giancarlo Tulliani, cognato del presidente della Camera, Gianfranco Fini (tuttora indagato per truffa). Lo attesterebbero le conclusioni dell'indagine interna avviata dal ministero della Giustizia di Santa Lucia, l'isola dei Caraibi dove sono state create le società offshore Printemps e Timara, utilizzate per acquistare (e rivendere) l'appartamento monegasco al 14 di Boulevard Princesse Charlotte di proprietà di An.

La documentazione proveniente dal paradiso fiscale sarebbe arrivata una settimana fa al ministero degli Affari Esteri. A breve la Farnesina potrebbe anche decidere di trasmetterla al gip di Roma che fra pochissimi giorni (il prossimo due febbraio) dovrà decidere sull'archiviazione o sull'eventualità di avviare nuove indagini. Il carteggio scottante sarebbe custodito nella cassaforte del ministro Frattini, e al momento è top secret.

 

Dall'isola di Saint Lucia arrivano solo mezze conferme. Il ministro Lorenzo Rudolph Francis, contattato dal vicedirettore del tg di La7, Pina Debbi, ha confermato che le investigazioni sulle società offshore Timara e Printemps si sono concluse, ma al telefono il Guardasigilli caraibico non ha voluto aggiungere una parola di più.

Va ricordato che secondo le prime risultanze di questa stessa indagine, che Francis comunicò nel celebre "confidential memo" diretto al primo ministro dell'isola Stephenson King, era emerso che proprio il «cognato»di Fini,Giancarlo Tulliani, fosse il «beneficiario effettivo » delle due società, e dunque anche della casa monegasca.

Siamo dunque alla svolta nella ricostruzione societaria dellaproprietà del quartierino nel Principato sulla quale persino il presidente della Camera, dopo tre mesi di imbarazzo, in un videomessaggio arrivò a sollevare dubbi pesantissimi sul cognato. Dubbi palesati proprio in seguito alle rivelazioni arrivate dai Caraibi, con la lettera riservata su Tulliani «beneficial owner», datata 16 settembre 2010, pubblicata da più quotidiani di Santo Domingo e poi confermata nella sua autenticità, in due diverse conferenze stampa organizzate nella sede del governo locale, nella capitale Castries, dalle autorità di Saint Lucia.

A innescare l'indagine relativa alla lettera, spiegò l'«attorney general» Francis, il timore della pubblicità negativa per il piccolo Stato caraibico provocato dallo scandalo sollevato dal Giornale.

 

E le prime informazioni raccolte avevano fatto appunto individuare in Tulliani il «nome» coperto dalle due offshore di Saint Lucia. Ma il castello d'occultamento era ormai sotto attacco per l'inchiesta governativa. Quella che adesso si è conclusa. Il fascicolo conterrebbe, tra l'altro,anche una serie di e-mail scambiate tra i referenti delle società a cui il proprietario della casa di Montecarlo si sarebbe rivolto per «nascondersi»al momento dell'acquisto.

Il blitz a Saint Lucia del direttore dell'«Avanti» Valter Lavitola, che tanto fece discutere, era incentrato proprio su un messaggio di posta elettronica in cui James Walfenzao, il fiduciario che firmò per conto di Printemps l'acquisto dell'appartamento da An, spiega ai suoi referenti a Saint Lucia di essere preoccupato per lo scontro tra Berlusconi e Fini perché «la sorella del cliente sembra avere uno stretto legame con uno dei due politici coinvolti». Nel materiale giunto da Saint Lucia, dunque, potrebbero nascondersi molte sorprese.

 

Intanto, contro l'opposizione alla richiesta di archiviazione della procura di Roma sull' affaire monegasco, la difesa di Gianfranco Fini, indagato per truffa, si affida a una memoria difensiva presentata dai suoi legali, Giuseppe Consolo e Francesco Compagna, che in gran parte sembra far affidamento più che sulle proprie argomentazioni sulle convinzioni espresse dai pm romani.

 

Il documento è infarcito di espressioni colorite dirette al Giornale , definito «dichiaratamente ostile » a Fini. Per diluire la vistosa mancanza di congruità del prezzo di vendita, congruità negata dalle stesse autorità del Principato ( il valore tra '99 e 2008 è cresciuto del 300 per cento, non del 30), si smentisce l'esistenza di «concrete offerte» superiori al prezzo di 300mila euro a cui la casa venne venduta alla Printemps. Sulle offerte rifiutate, però, il Giornale aveva raccolto diverse testimonianze.

E così la difesa di Fini arriva a depositare come allegato l'«autosmentita » di Giorgio Mereto sul Corriere della Sera , «incautamente indicato dal Giornale come autore di una lauta offerta nel 2008», secondo i legali finiani. Peccato che quelle dichiarazioni di Mereto ( registrate, dunque a prova di smentita) erano relative alla presenza di Fini a Montecarlo, non a fantomatiche offerte dello stesso per l'immobile.

 

Eppure i legali di Fini nella memoria citano qualcuno che l'offerta l'aveva fatta eccome, ossia Filippo Apolloni Ghetti. Ma ne parlano indicandolo come interlocutore di un Fini incerto sul valore della casa, che avrebbe dato al leader una «incredibile valutazione» (1,3 milioni di euro). Dimenticandosi, dunque, che Apolloni Ghetti ha dichiarato pubblicamente di essersi offerto, direttamente con l'ex delfino di Almirante, per comprare quella casa, nel 2002, per un milione di euro.

Fu Fini a rifiutare, per ragioni di opportunità, di vendere a un dirigente dell'allora An la casetta del Principato. Quella in cui sei anni dopo, grazie alla cessione alle «misteriose» ma non troppo offshore, è andato a vivere il «cognato », Giancarlo Tulliani. Diventato inquilino dopo l'interessamento personale ai lavori di ristrutturazione della sorella Elisabetta e solo dopo l'installazione della famosa cucina Scavolini acquistata da Fini e signora a Roma, che s'è dimostrato essere stata montata a Montecarlo come le fotografie pubblicate dal Giornale il 28 settembre attestano. Al di là di ogni irragionevole dubbio.

 25-01-2011]

 

 

1 - NON SOLO MONTECARLO: “IL MONDO” SCOPRE CHE LA STRANA COPPIA ROTONDI-CUTRUFO HA A CHE FARE CON L’ACQUISTO DI UNA TORRETTA A BEVAGNA (PERUGIA) DI PROPRIETÀ DELLA VECCHIA DC PASSATA DIVERSE VOLTE DI MANO NEL CAOS POST-TANGENTOPOLI - 2 - UN VERO AFFARE (85MILA E 70MILA €) PER LA SOCIETÀ EDITORIALE DEL MINISTRO E PER L’IMMOBILIARE DELLA MOGLIE DEL VICESINDACO DI ALE-DANNO. E ORA, ADEGUATAMENTE RISTRUTTURATO, LO STABILE È IN VENDITA - 3 - CHE IMBARAZZO PER LA POLIZIA MUNICIPALE E IL SINDACO RIFONDAROLO CHE CADE DALLE NUVOLE, ANCHE SE IL MUNICIPIO E IL PALAZZO SONO SULLA STESSA STRADA -

Marco Persico per "Il Mondo"

 

Dalle sezioni della Democrazia cristiana ad affari privati dei nuovi dirigenti cattolici. Alcuni di quelli che negli anni Novanta tra i gorghi di tangentopoli sono riusciti a cavalcare la cresta dell'onda salendo ai piani alti di piazza del Gesù e della politica nazionale. Arrivando a mettere le mani sulla ricca eredità della Balena bianca.

 

In tutto circa 300 immobili all'inizio della dismissione dopo il crollo della Dc. Finiti in gran parte in una girandola di cessioni e acquisizioni non tutte proprio lineari e cristalline. E ora si aggiunge il sospetto che nei vari passaggi di mano qualche chicca sia scivolata direttamente o indirettamente più o meno sotto costo nelle tasche di qualcuno di quei dirigenti. In qualche caso per essere poi rimessa in circolazione a prezzi di mercato.

Per le dieci stanze «con annessa torretta medievale» dell'aristocratico palazzotto di Bevagna, nel cuore dell'Umbria, saggiamente divise, la società editoriale che fa capo al ministro Gianfranco Rotondi e l'immobiliare del senatore del Pdl Mauro Cutrufo, attuale vicesindaco di Roma, e di sua moglie, Danila Gibiino, la Chiaralba srl, hanno spuntato un prezzo davvero niente male. Rispettivamente 85 mila e 70 mila euro. E la trattativa non deve essere stata neanche particolarmente lunga e difficile perché dall'altra parte del tavolo come venditore c'era sempre lui, Rotondi, ma nelle vesti di tesoriere del Cdu.

 

Non solo. Se si seguono le tracce catastali dell'appartamento si scopre che il Cdu di Rotondi l'aveva acquistato nel 2003 dall'Immobiliare Universo, una di quelle scatole societarie in cui il costruttore veronese con la finanza alle calcagna per una serie di presunte bancarotte fraudolente aveva travasato circa 130 immobili dell'impero democristiano, da poco acquistati, facendoli sparire oltreconfine, in Croazia (il Mondo, 49 e 50). Ma ora salta fuori che la proprietà di quelle dieci stanze di Bevagna non è andata molto lontano: non in Croazia, ma metà ad Avellino e l'altra metà a Roma, appunto.

AMICI E VICINI DI CASA IN UMBRIA
«Non credo che il proprietario gradirà. E' uno molto in vista della politica di Roma. Francamente a questo punto devo parlarne con il comandante». Dicembre 2010. Bevagna, provincia di Perugia. Uno dei cento borghi medievali più belli d'Italia, a 250 metri sul livello del mare e a due passi da Assisi e Spello. La voce della donna che risponde al centralino della locale polizia municipale è incerta, spiazzata dalla questione che le è piovuta addosso. Le abbiamo chiesto l'indirizzo della vecchia sede della Dc lì a Bevagna e un contatto con chi l'ha acquistata. Che fine ha fatto? E' la seconda volta che ci proviamo nel giro di un'ora.

 

Inizialmente il tono è disponibile. «Nessun problema», risponde. Anzi, «datemi qualche minuto e vedrete che riuscirò anche a farvi aprire le porte dello storico palazzo di corso Matteotti 86». Ecco la prima informazione. I democristiani di Bevagna avevano stabilito il loro quartier generale nel cinquecentesco Palazzo degli Antici (la nobile famiglia recanatese che tra i suoi discendenti diretti vanta Giacomo Leopardi).

 

Ma come sia andata la conversazione tra la poliziotta e il suo comandante lo possiamo immaginare. Le porte del palazzo sono rimaste chiuse e nella seconda telefonata il registro è cambiato: «La questione si fa delicata. Non sono autorizzata». Nel frattempo devono averle detto che «quel secondo e terzo piano con annessa torretta medievale», 10 stanze per circa 200 metri quadrati con tanto di volte affrescate («affreschi ottocenteschi», dicono fonti del luogo) e stemmi araldici sul portale è finito indirettamente nelle mani di Rotondi per 85 mila euro e nel portafoglio dell'immobiliare del senatore e vicesindaco di Roma, Mauro Cutrufo, e signora, che per l'operazione ha sborsato circa 70 mila euro.

Un condominio anche piuttosto ben referenziato quello di corso Matteotti 86: tra i proprietari degli altri appartamenti del palazzotto ci sono gli eredi della scrittrice e attrice Elsa de' Giorgi, nobildonna pesarese, moglie del conte Sandro Contini Bonacossi e negli anni Cinquanta amante di Italo Calvino.

 

AFFARI IN FAMIGLIA
Cutrufo si è fatto tutta la gavetta politica da democristiano doc. Da consigliere comunale fino a vicesegretario nazionale del Cdu prima e della Democrazia cristiana di Rotondi poi. Insomma, un vecchio compagno di strada. A parte quella sbandata nel 1996, quando è entrato a Montecitorio con i popolari dell'Ulivo per poi ripensarci nella stessa legislatura e unirsi a Buttiglione e Rotondi che facevano rotta verso destra. E dalla radiografia catastale di «quel secondo e terzo piano con annessa torretta medievale» si ha l'impressione che Rotondi e Cutrufo abbiano tirato su una parete e da buoni amici se li siano divisi.

 

A conti fatti anche equamente. Perché nella spartizione Rotondi ha preferito non separarsi dalle sale affrescate e Cutrufo ha scelto la torretta medievale. Neanche il vicesindaco rifondarolo di Bevagna ha molta voglia di parlare di questa storia. Anzi, fa quello che cade dalle nuvole. «Del resto non posso accorgermi di tutto quello che si muove in paese». Come dargli torto tenendo conto che nella metropoli umbra, tolte le sette frazioni, si muoveranno più o meno mille anime? E che tra il Municipio (Palazzo Lepri, corso Matteotti 58) e l'appartamento di Palazzo Antici ci sono ben oltre dieci numeri civici di distanza?

In effetti, però, i due vicini di casa non hanno molta voglia di dar pubblicità alla cosa. Cutrufo quelle sei stanze che gli sono toccate in sorte le ha acquistate attraverso la srl di famiglia, l'immobiliare Chiaralba, di cui la moglie è amministratrice unica e socia insieme all'altra società dei coniugi Cutrufo, la Sathya. Ma Cutrufo e consorte non vogliono essere tirati in ballo. La moglie Danila Gibiino in una specie di diffida preventiva scrive che «non conosco con precisione il contenuto della suddetta inchiesta giornalistica, ma denuncio la totale estraneità della società che rappresento nelle vicende che riguardano l'oggetto trattato nel vostro settimanale, salvo l'acquisto di una porzione di un appartamento semidistrutto in località Bevagna».

 

E Cutrufo ripete che lui con la dismissione degli immobili dell'ex Dc non c'entra niente. E quell'appartamento a Bevagna? «E' una cortesia che ho fatto a Rotondi», dice. E sarà senz'altro così se il ministro si prende la briga di confermare: «E' quasi un punto di onore. Ma in effetti voglio precisare che Cutrufo ha risposto a un mio appello».

 

Una cortesia a Rotondi, allora. Ma già che c'era l'immobiliare di Cutrufo e signora ha fatto circa 70 mila euro di lavori lì a Bevagna, frazionando le sei stanze e ricavandone complessivamente quasi dieci vani. E oggi il cartello affisso sul portone dice: «Totalmente ristrutturata impresa vende torretta medievale».

Rotondi, invece, «punto di onore» a parte, semplifica la faccenda con un chiaro e tondo: «In Umbria non ho immobili intestati». E ha perfettamente ragione. Ma quando il suo Cdu ha deciso di vendere l'altra porzione dell'appartamento di Bevagna il ministro di Avellino non ha trovato soluzione migliore che proporlo alla cooperativa editoriale avellinese la Balena bianca. Incidentalmente, si tratta della società che pubblica il suo giornale, Democrazia cristiana. E l'amministratore unico è Alfredo Tarullo, direttore della testata ma soprattutto suo storico addetto stampa, oggi con lui al dicastero dell'Attuazione del programma. Quello stesso Tarullo che dal 2007 è l'uomo di Rotondi nella Siae e fino a un anno fa nella finanziaria Altachiara. [07-01-2011]

“IL MONDO” È ROTONDI - IL MINISTRO REPLICA AL SETTIMANALE: “CASA BEVAGNA ERA UNA VECCHIA BICOCCA COL MUTUO INCAGLIATO E UN’ISCRIZIONE PREGIUDIZIEVOLE. CHIESI A DUE AMICI LA CORTESIA DI RILEVARSI IL MUTUO, LORO LO FECERO E SUBITO HANNO MESSO IN VENDITA LA CASA. CHI VUOLE SE LA PRENDA ALLO STESSO PREZZO… - -

Riceviamo e pubblichiamo:

 

Caro Dago, casa Bevagna, ultimo immobile rimasto al Cdu, era una vecchia bicocca col mutuo incagliato e un'iscrizione pregiudizievole. Chiesi a due amici la cortesia di rilevarsi il mutuo, loro lo fecero e subito hanno messo in vendita la casa. Chi vuole se la prenda allo stesso prezzo e se troviamo un volontario, ringraziamo "Il Mondo" del presunto scoop.

Cordialmente,
Gianfranco Rotondi07-01-2011]

 

 

A CHI L’ATAC? A NOI! - DEDICATO A CHI PENSAVA CHE NON FOSSERO PIÙ I FASCI DI UNA VOLTA - ECCO COSA SI DICONO SU FACEBOOK L’EX NAR FRANCESCO BIANCO (ASSUNTO DALLA MUNICIPALIZZATA) E ALTRI AMICI MENTRE PASSA UN CORTEO DI MANIFESTANTI: “C’HO I ROSSI QUA SOTTO ALLA RIMESSA, TIRIAMOGLI LA PECE O DUE COLPI DI MORTAIO...”; “NAPALM A PIOGGIA FRA’…” - LA SVOLTA FILO-ISRAELIANA DI GIAN-BECCHINO E SOCI NON SEMBRA AVER FATTO BRECCIA: “ME SEMBRANO PACIFICI… LASCIALI PASSA’”. “GIUSTO PACIFICI... PRATICAMENTE GIUDEI”…

Claudio Marincola per "Il Messaggero"

«C'ho i rossi sotto la rimessa», avverte via Facebook Francesco Bianco. E Stefano risponde all'appello: «..che famo...caricamo». «Napalm a pioggia Fra'...», suggerisce Silvia, anche lei neoassunta. Alla conversazione si aggiungono via via altri impiegati e iscritti del social-network.

 

La scena si può immaginare. Si svolge sopra e sotto la rimessa dell'Atac, ex sede di Trambus, tra le 15,20 e le 15,48 di mercoledì scorso. Il corteo degli studenti arriva sotto la rimessa e passa proprio vicino agli uffici amministrativi. L'idea è portare «solidarietà ai lavoratori dell'azienda di trasporto vicina al collasso economico», «invitarli a manifestare con noi».
Slogan su parentopoli, qualche striscione, cori poco convinti. Qualche autista familiarizza con i manifestanti ma nessuno si aggiunge al corteo. Più su qualche finestra si apre e subito si richiude. Tutto tace.

 

 

Fin qui le immagini di quel giorno. Il resto, quello che accadde nelle stanze, lo seguiamo su Facebook dalla bacheca di Francesco Bianco, un ex dei Nar assunto all'Atac. Contenuti visibili a tutti. «Ero tentato da tirà qualcosa dal terrazzo, ma co 'sta panza rischiavo de cade' de sotto», chatta Bianco, che non si è fatto mancare niente. Forza Nuova, i raid con Giusva e Cristiano Fioravanti, Giovanni Alibrandi e Franco Anselmi.

«Processato per rapine, aggressioni, omicidio e tentato omicidio», ricordarono i giornali, quando il 3 dicembre scorso venne fuori la storia della sua assunzione come impiegato. Il suo nome si aggiungeva a un elenco, una "fascistopoli", ramificazione interna della stratificata parentopoli Atac.

 

Il nome di Bianco venne associato all'altro ex estremista. Gianluca Ponzio, anche lui assunto all'Atac come capo del servizio relazioni industriali, buon amico di Antonio D'Inzillo e vicino a Gennaro Mokbel, implicato nello scandalo Finmeccanica, nonché in contatto con Stefano Andrini, ex di Terza Posizione assunto dall'a.d. Panzironi e promosso manager Ama.

Ma torniamo alla nostra bacheca. Jessica alle 15,23 fa notare: «Me sembrano pacifici..lasciali passa'». E Silvia, sempre lei, alle 15,29: «giusto pacifici... praticamente giudei», dove il riferimento al presidente della Comunità ebraica Riccardo Pacifici è più di un sospetto.

Insomma, sarà pure uno scherzo ma si va decisamente sul pesante. Tanto da confermare che qualcosa sui criteri di selezione adottati da Atac nella scelta del personale non ha funzionato.

Bianco intanto consiglia ai manifestanti: «Annate a lavora'e se non ci riuscite fatevi raccomanda'». Susanna sembra meno interessata al dialogo, più ai metodi. Al napalm preferisce, «il classico olio bollente efficace ed ecologico». E Bianco propone una gamma di soluzioni alternative: «Due colpi di mortaio? Pece bollente o piume d'oca? L'ho sempre detto che le donne nostre so' più tranquille...». E infatti Jessica: «L'olio bollente non è ecologico, inquina! sono per due sane manganellate...sono per l'attività fisica!». E due righe più avanti «...me so' scordata...pure due carci al culo». Susanna però insiste: «No, l'olio è ecologico se lo prepari secondo la "tradizione"...». Ma Silvia non recede, torna alla carica, ispirata forse da Apocalypse Now, la scena è quella degli elicotteri, accompagnati dalla Cavalcata delle valchirie di Wagner «...napalm come se piovesse...non lascia tracce e disinfetta».

 

Prima però Bianco saluta e se ne va. Su Facebook ha altri amici, tipo Andrea Insabato (ex Nar, pluricondannato) o Luigi Ciavardini (accusato per la strage di Bologna). Strano che l'Atac se li sia fatti scappare. 27-12-2010]

 

 

Nemmeno il santo natale addolcisce sallustoni: "Un milione di euro a Fini e Bocchino" - Ai pm di Napoli il memoriale di un assessore comunale: così l’imprenditore Romeo finanziava i politici per garantirsi gli appalti. La fonte: un assessore morto suicida – Bocchino: “Cazza¬te. Soldi da Romeo? Mai avuti. Sono cazzate che vi servono per fare un po’ d’ammuina

Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica per Il Giornale

Politici, appalti, voci di misteriosi fi¬nanziamenti: un milione di euro, per l'esat¬tezza. L'ultima novità giudiziaria dal fronte partenopeo si ricollega all'inchiesta Romeo, quella sull'appalto «Global service» per la manutenzione delle strade del comune di Napoli.

Un terremoto giudiziario che vide il suicidio di uno degli assessori del sindaco partenopeo Rosa Russo Iervolino, Giorgio Nugnes, e l'arresto di altri quattro, due dei quali mentre erano ancora in carica. E che coinvolse anche il livello politico nazionale, con il figlio di Antonio Di Pietro intercettato e con due parlamentari indagati per i quali fu invano chiesto l'arresto: Renzo Lusetti prima Pd e ora Udc, e Italo Bocchino, all'epoca an¬cora in An.

 

Del figlio di Di Pietro non s'è più saputo nulla. La posizione dei due politici è stata invece stralciata e poi archiviata, il pro¬cesso per gli altri si è chiuso con l'assoluzione degli assessori e dello stesso Romeo, condan¬nato però a due anni per corruzione, insieme all'ex provveditore alle Opere pubbliche di Campania e Molise, Mario Mautone.

Ed è proprio sui rapporti tra Bocchino e l'imprenditore Alfredo Romeo che si incen¬tra, oggi, un nuovo documento presentato al¬la procura di Napoli da un ex consigliere co¬munale napoletano della Margherita, Mau¬r¬o Scarpitti, molto vicino a Nugnes.

 

Per capi¬re di co¬sa si tratta occorre rifarsi all'inchiesta ¬madre dove Bocchino fu coinvolto per una serie di intercettazioni in cui il politico, secondo i ma¬¬gistrati, sembrava spender¬si con l'amico imprendito¬re per agevolare il ritiro dal consiglio comunale di una serie di emendamenti ostruzionistici per la deli¬bera Global service.

 

Per esempio, il 27 marzo del 2007, gli inquirenti registra¬no una telefonata tra l'espo¬nente di Fli e l'imprendito¬re. Secondo i pm, poi smen¬titi dall'evoluzione del pro¬cedimento, era indicativa di una trattativa per «am¬morbidire » l'opposizione di centrodestra, anzi il gruppo di Alleanza nazio¬nale, che aveva presentato «un'ottantina di emenda¬menti » per rallentare il via libera al Global service.

Bocchino, che non ha mai negato l'amicizia con Romeo, da subito smentì sdegnato il ruolo che i pub¬blici ministeri gli avevano cucito su misura. Sostenen¬do con i magistrati napole¬tani che lo interrogarono che all'epoca dei fatti lui, nel gruppo partenopeo di An, non contava politica¬mente nulla.

 

Quanto ai so¬spetti sull'appalto Global service, il giudizio di primo grado ha provveduto a fu¬garli. Ma la questione solle¬vata adesso da Scarpitti è ben diversa. L'ex consiglie¬re h a consegnato al pm par¬tenopeo Giancarlo Novelli, titolare di un'inchiesta «pa¬rallela » su Nugnes e l'im¬prenditore Vincenzo Cotu¬gno, una memoria relativa a un incontro che si tenne all'hotel Vesuvio nella pri¬mavera del 2005.

 

Oltre a Scarpitti, c'erano Nugnes, un altro consigliere comu¬nale e Cotugno. Nugnes, racconta Scarpitti, «si sof¬fermò sulla gara del Global service (...) sui suoi rappor¬ti con Romeo, sui rapporti stretti da quest'ultimo con Francesco Rutelli, Ciriaco De Mita, Rosa Russo Iervoli¬no, sul delicato equilibrio che Romeo cercava di rag¬giungere anche con il cen¬trodestra ». E quest'ultimo tema venne «ripreso suc¬cessivamente - prosegue la memoria - durante una ce¬na tra simpatizzanti della Margherita».

A tavola Nu¬gnes, appena nominato as¬sessore ai Lavori pubblici, raccontò «che oramai era pronta la gara del Global service, grazie anche alla copertura politica garanti¬ta dal centrodestra, e in par¬ticolare dai buoni uffici rag¬giunti da Romeo con Fini, tramite Italo Bocchino». Fin qui, la sostanza è la stessa del teorema dei pm nell'inchiesta del 2008. Ma Scarpitti aggiunge qualco¬sa. Dice che Nugnes preci¬sò «che un cospicuo finan¬ziamento era stato dato a Fi¬ni per il tramite di Bocchi¬no, contributo stabilito nel corso di una gita sulla bar¬ca di Romeo». E l'assessore morto suicida «aggiunse che proprio questo finan¬ziamento era stato fonda¬mentale per il riavvicina¬mento di Bocchino al suo presidente».

 

Ed è ancora Scarpitti a mettere in re¬lazione il presunto finan¬ziamento, e il conseguente riavvicinamento Bocchino-Fini, con il ritiro degli «emendamenti pregiudi¬zievoli alla delibera sul Glo¬bal service». Accuse, ovvia¬mente, tutte da dimostra¬re. Uno dei partecipanti a quella cena, al Giornale , conferma le parole di Scar¬pitti riservandosi di farsi avanti qualora il pm inten¬da approfondire.

 

Ma l'im¬prenditore e il politico tira¬ti in ballo dalla memoria, contattati dal Giornale , smentiscono tutto. «Scar¬pitti? No, non lo conosco. Quanto al resto, sono ovvia¬mente strabiliato da tutte queste chiacchiere. Finan¬ziamenti a partiti? Se n'è parlato solo per la Marghe¬rita, ma era una vicenda che con questa non c'entra nulla. Soldi a Bocchino as¬solutamente non li ho dati, non dovreste nemmeno chiedermelo, anche se ap¬prezzo la correttezza di avermi telefonato. Direi che si tratta di fantasie, non so da chi inventate, fatte di¬re da un poveretto che non c'è più».

Lapidario il com¬mento di Bocchino: «Cazza¬te. Soldi da Romeo? Mai avuti. Peraltro lo conosco da anni e non credo che ab¬bia una barca. Scarpitti, in¬vece, non l'ho mai nemme¬no sentito nominare. E Nu¬gnes è morto. Sono cazzate che vi servono per fare un po' d'ammuina ».

 24-12-2010]

 

MA QUANTI COGNATI HA GIAN-BECCHINO? - STAVOLTA È IL MARITO DELLA SORELLA DELL’EX MOGLIE DANIELA A METTERE IN IMBARAZZO IL PRESIDENTE DELLA CAMERA - CHE PROBLEMA IL TRASLOCO DI MOBILIA (ANTONIO), DG DELL’OSPEDALE MILANESE SAN CARLO - FORMIGONI LO SCARICA A FAVORE DEL LEGHISTA GIUSEPPE ROSSI, E A POCO SERVONO LE RACCOMANDAZIONI DI ROMANO LARUSSA (FRATELLO DI), ANCHE PERCHÉ TRA MEDICI E INFERMIERI NON LASCIA UN BEL RICORDO, MA UN BUCO DA 40 MLN €…

Alessandro Da Rold per Lettera 43

 

C'è un uomo preoccupato che in questi giorni si aggira per i corridoi dell'Ospedale San Carlo di Milano. È il direttore generale Antonio Mobilia che giovedì 23 dicembre 2010 potrebbe non vedersi confermata la sua carica dalla giunta lombarda del presidente Roberto Formigoni. Giovedì prossimo, infatti, si conosceranno i nuovi nomi della sanità lombarda. A Mobilia, sposato con la sorella di Daniela Di Sotto, prima moglie del presidente della Camera Gianfranco Fini, non sembrano essere bastate le raccomandazioni di Romano La Russa, fratello di Ignazio, sua ultima sponda al grattacielo Pirelli. Il suo posto andrà con tutta probabilità a un uomo della Lega Nord, già individuato in Giuseppe Rossi, chitarrista della band del ministro dell'Interno Roberto Maroni.

 

UN INSEGNA DA 200 MILA EURO.
Del resto, Mobilia, non lascia un ospedale in salute. Poco apprezzato da infermieri e medici per i suoi metodi repressivi in accoppiata con il direttore sanitario Savina Bordoni, durante il suo mandato, oltre a un'insegna nuova dell'ospedale costata più di 200 mila euro, ne sono successe di tutti i colori.

 

Venerdì 17 settembre 2010, (di certo il giorno non ha scaramanticamente aiutato), uno dei nove ascensori è andato in caduta libera per oltre trenta metri. E i passeggeri sono rimasti chiusi all'interno per un'ora abbondante. D'altra parte, gli impianti risalgono al 1967, quando all'inaugurazione presenziò l'allora presidente del Consiglio Aldo Moro. I costi di manutenzione secondo una stima approssimativa si aggirano intorno ai 2 milioni di euro. Ma in questi anni Mobilia ha pensato ad altro, visto che al momento tre ascensori sono ancora bloccati.

IL PASSATO DI MOBILIA
Abruzzese dell'Aquila, il momento d'oro dell'attuale direttore generale del San Carlo risale al 1999 quando fu messo a capo della Asl città di Milano. I dipendenti di corso Italia ricordano soprattutto il suo braccio destro, la già citata Bordoni, che brillava per la sua intransigenza: quando qualcuno protestava veniva spostato in altri reparti. Al termine del suo mandato Mobilia precipitò pure nella classifica regionale dei migliori manager della sanità lombarda. Ma l'ex cognato del presidente della Camera se lo ricordano anche al tribunale di Milano, quando i pm che indagavano sullo scandalo Santa Rita, l'ospedale degli orrori, intercettarono una sua telefonata con il socio unico della Clinica Francesco Pipitone.

 

L'OSPEDALE DEGLI ORRORI.
«Se ci stanno a intercettà ci arrestano tutti e due», si raccontavano l'un l'altro nel 2007. Mobilia, infati, fino al dicembre di quell'anno non solo firmava il contratto di finanziamento con il Santa Rita per l'Asl, ma decideva anche sulla eventuale sospensione della convenzione in caso di problemi. A settembre di quello stesso anno, infatti, l'uomo in quota An, sospese l'accreditamento del Reparto di chirurgia toracica del Santa Rita, dopo una verifica dei Noc (Nuclei operativi di controllo) dell'anno prima, ma poi riaccreditò l'istituto dopo soli due mesi.

Persino dopo lo scandalo delle operazioni fasulle per gonfiare i contributi regionali lui e Pipitone rimasero in ottimi rapporti. Tanto che nel maggio del 2008, in un'altra intercettazione, fu lo stesso notaio della clinica a raccomandare un dirigente da assumere nella direzione sanitaria. Scampato al pericolo Santa Rita, da cui è uscito indenne, Mobilia ha trovato casa al San Carlo.

 

DAL BUNKER ALL'ELIPORTO
«Qui i problemi sono tanti. L'ospedale cade a pezzi», dice a Lettera43.it il sindacalista Gianni Santinelli, del Collettivo lavoratori ospedalieri. «Dal 1992 chiediamo di intervenire sul problema dell'amianto. Al momento abbiamo una vertenza con l'amministrazione per arretrati di circa un milione e 400 mila euro». Nel maggio del 2008, quando arrivò, disse che l'ospedale andava completamente rifondato. Tutt'ora i muri esterni, per un ospedale da 537 posti letto con 18 mila ricoveri all' anno, sono a rischio sgretolamento.

In realtà, dopo tre anni, le cose sono rimaste più o meno le stesse, a parte l'assunzione di almeno 60 uomini della Asl di Milano, una ristrutturazione degli uffici dei manager (circa 180 mila euro) tra cui il «bunker» personale del direttore generale, la creazione di un eliporto (che costa ogni mese 12 mila euro) e svariati appalti esterni per circa 200 mila euro ciascuno.

 

GLI APPALTI IN SICILIA.
L'appalto per la costruzione e gestione dell'eliporto è stato affidato a Elisicilia, che ha sede a Raganzino, provincia di Ragusa, in Sicilia. A proposito di appalti, al San Carlo se ne occupa l'ex direttore amministrativo della Asl milanese, Giuseppe Grisolia. In pensione da qualche anno, a Grisolia è stato assicurato uno stipendio di circa 49 mila euro l'anno.

L'ufficio di Mobilia, invece, è difficilissimo da "espugnare". Un medico che chiede l'anonimato racconta che «è praticamente impossibile raggiungerlo. Ci sono telecamere dappertutto e una segretaria che sorveglia chi entra e chi esce».

Nel giro di tre anni l'ospedale, che costa circa 200 milioni di euro l'anno con un fatturato di 190, è andato a picco sui conti. Attualmente il buco è di circa 40 milioni di euro, ma non è detto che nel frattempo non si sia approfondito: per avere un quadro bisognerà aspetterà gennaio con la chiusura del bilancio 2010. Se ne occuperà ancora Mobilia oppure il maroniano Rossi? «Il punto non è Mobilia», conclude Santinelli, «sono gli uomini che sono arrivati insieme a lui: ci vorrebbe un pullmann per portarli via».22-12-2010]

 

 

per chi suona la campania? per Lavitola! - NUOVA LOGGIA da far sloggiare nel mirino del centauro Woodcock - tra caramba infedeli, avvocati curiosoni e compilatori di dossier, Perquisita la casa del mitico editore dell’Avanti, quello che recupero’ il documento caraibico che inchioda i Tullianos alla proprieta’ dell’appartamento di Montecarlo - il ruolo delL’EX PM PAPA, IL DEPUTATO PDL che FINÌ NELL’INCHIESTA POSEIDONE DI DE MAGISTRIS…

Marco Lillo e Antonio Massari per "il Fatto Quotidiano"

 

1 - NUOVA LOGGIA CAMPANIA...POLITICI, FUNZIONARI E AFFARISTI: UN'ALTRA LOBBY SOTTO IL VESUVIO LA PROCURA DI NAPOLI FA PERQUISIRE LA CASA E IL QUOTIDIANO DI LAVITOLA
Sono state 48 ore movimentate per Valter Lavitola. Due giornate difficili anche per un tipo tosto come l'editore amico di Silvio Berlusconi, abituato a maneggiare nell'interesse del suo leader e amico indagini transoceaniche e dossier scivolosi tra le due sponde dell'oceano, come avvenuto nel caso Fini-Montecarlo.

Lavitola è divenuto famoso quando è volato fino all'isola caraibica di Saint Lucia per trovare le prove utili per dimostrare le malefatte immobiliari del cognato del presidente della Camera Gianfranco Fini. Missione compiuta quando ha pubblicato sul suo giornale, L'Avanti, la lettera del commercialista James Walfenzao al ministro della giustizia di Saint Lucia che "incastrava Tulliani". Stavolta l'editore socialista che per anni ha gestito un'impresa che commercializza pesce in Brasile, potrebbe essere rimasto vittima della sua passione per le carte scottanti.

 

Mercoledì l'editore dell'Avanti, è stato sentito dai pm di Napoli sui suoi rapporti con un maresciallo del Ros, Enrico La Monica, e con altri soggetti molto più potenti di questo carabiniere 43enne, che per l'accusa appartengono a un'associazione segreta "vietata dall'articolo 18 della Costituzione in seno alla quale venivano svolte attività dirette a interferire sull'esercizio delle funzioni di organi costituzionali, di amministrazioni pubbliche, anche ad ordinamento autonomo, di enti pubblici anche economici nonché di servizi pubblici essenziali di interesse nazionale".

 

In parole semplici i pm Henry John Woodcock e Francesco Curcio, coordinati dall'aggiunto Francesco Greco, ritengono di avere individuato una sorta di P4, dopo la cosiddetta P3 scoperta a Roma dal pm Giancarlo Capaldo.

Lavitola non è indagato ma i pm lo hanno messo nel mirino perché sospettano che il principale indagato, il maresciallo dei carabinieri del Ros Enrico La Monica, in virtù dei "rapporti di fiducia" con l'editore dell'Avanti gli abbia affidato documenti delicati e altre cose da custodire.

Dopo averlo sentito mercoledì sui suoi rapporti con il maresciallo del Ros e con le altre persone indagate per appartenenza all'associazione segreta vietata dalla legge Anselmi e per rivelazione di segreti di ufficio, i pm lo hanno perquisito ieri.

 

L'editore nega tutto, persino l'esistenza dell'indagine: "Non è vero nulla, non sono stato né sentito né perquisito", dice in serata a il Fatto Quotidiano. Ma la realtà è un'altra: i pm hanno disposto la perquisizione ieri della sede del giornale "L'Avanti" in via del Corso 117 e della sua residenza romana. Nessuno ha molta voglia di parlare di questa indagine che si svolge in gran segreto dal luglio scorso. I pm nelle scorse settimane hanno sentito molti magistrati, come il presidente Umberto Marconi, già coinvolto nell'inchiesta sulla P3, e anche politici come Mara Carfagna.

Su cosa stanno lavorando i pm Curcio e Woodcock? Un "sistema parallelo" nel quale operano soggetti che sono "espressione dello Stato" e del "mondo degli affari". Questa sorta di P4 spunta all'ombra del Vesuvio ma ha probabilmente la sua testa a Roma dove può contare su personaggi di prima grandezza. Al livello più basso c'è il sottufficiale dell'Arma dei Carabinieri indagato e perquisito ieri: Enrico La Monica, ben introdotto nei palazzi di giustizia napoletani anche perché è stato in passato molto legato a una donna magistrato sotto il Vesuvio.

 

Reati contro la pubblica amministrazione e contro l'amministrazione della giustizia: la loggia occulta agiva ad ampio raggio e - come nel caso della "P3" - tentava di interferire "sull'esercizio delle funzioni di organi costituzionali". Anche l'avvocato Patrizio della Volpe di Santa Maria Capua a Vetere è stato perquisito ieri ed è indagato. I pm ora però hanno messo nel mirino un soggetto molto più importante: Alfonso Papa, ex magistrato napoletano, oggi parlamentare del Pdl e membro della commissione Giustizia.

Perquisito anche Raffaele Balsamo, rivenditore di telefonini titolare di alcuni negozi a Napoli. Secondo l'ipotesi dell'accusa Balsamo, in passato arrestato e condannato definitivamente per associazione a delinquere e ricettazione, forniva ai membri di questa sorta di P4 numerose schede di telefonini intestate fittiziamente a extracomunitari per permettere loro di parlare senza rischiare di essere intercettati.

 

Ma di cosa parlavano gli indagati? ll maresciallo La Monica per i pm era in grado di acquisire notizie "riservate e secretate inerenti anche a procedimenti penali in corso". Per i pm napoletani, il gruppo occulto aveva creato "un vero e proprio 'sistema parallelo' e surrettizio, gestito sia da soggetti formalmente estranei alle istituzioni pubbliche e alla pubblica amministrazione sia, invece, da soggetti espressione dello Stato".

2 - L'EX PM PAPA, IL DEPUTATO PDL FINÌ NELL'INCHIESTA POSEIDONE DI DE MAGISTRIS...
Alfonso Papa non figura tra le persone perquisite ieri né il suo nome è presente nel decreto notificato al maresciallo del Ros Enrico La Monica, indagato per violazione della legge Anselmi insieme a un gruppo di altri soggetti molto più importanti e potenti di lui.

 

I magistrati napoletani in questi giorni hanno sentito molte persone importanti: politici come il ministro Mara Carfagna e magistrati come Umberto Marconi, già capo della Corte di appello di Salerno, poi trasferito alla sezione lavoro della Corte di Napoli, in seguito al coinvolgimento nelle intercettazioni dell'indagine sulla cosiddetta P3.

Marconi non è indagato ed è stato sentito come testimone per la sua grande conoscenza dei magistrati campani, essendo stato per vent'anni un punto di riferimento di Unicost, e dal 1986 al 1990 un membro influente del Csm. Al Fatto Quotidiano risulta che al centro dell'attenzione della Procura di Napoli nelle domande poste ai testimoni in questi giorni è un ex magistrato ora approdato in Parlamento.

Si tratta di Alfonso Papa, 40 anni, napoletano, già pubblico ministero a Napoli, poi alto dirigente del ministero sia con centrodestra sia con il centrosinistra, ora deputato del Pdl e influente membro della commissione giustizia della Camera. Papa è stato vicecapo di gabinetto quando il dicastero era retto dal leghista Roberto Castelli ed è poi stato promosso direttore generale degli affari civili quando Clemente Mastella era il guardasigilli del governo di Romano Prodi.

 

Il nome di Papa era già apparso, ma mai iscritto nel registro degli indagati, negli atti dell'indagine Poseidone di Luigi De Magistris. Quando l'allora pm di Catanzaro aveva perquisito l'ufficio di Antonio Saladino, leader della Compagnia delle Opere nel Mezzogiorno, aveva trovato una lettera firmata da Massimo Stellato, agente dei servizi segreti militari italiani, che raccomandava un'azienda di Padova, la Meeting service, per alcuni lavori molto delicati nell'ambito del progetto E-justice proprio ad Alfonso Papa, allora vice-capogabinetto del ministro Roberto Castelli.

 

Nella lettera si legge: "L'azienda risulta in possesso di qualificate risorse umane, conoscenze progetti e software ad alta tecnologia destinati a consentire l'accesso riservato via web al fascicolo dibattimentale (progetto e-justice) nonché programmi gestionali destinati alle Cancellerie dei Tribunali (office automation), trattasi di azienda ben referenziata presso Tribunali e Procure, Csm, Reparti investigativi dello Stato, meritevole", scriveva Stellato a Papa, "a mio modesto parere di attenzione per l'atteso sviluppo delle procedure informatiche del ministero della Giustizia".

Chissà che fine avrà fatto poi quella raccomandazione. Una cosa è certa, scartabellando i faldoni delle vecchie indagini di Catanzaro si scopre che il numero telefonico di Alfonso Papa era stato contattato dal funzionario dei servizi segreti che scriveva quella lettera, ma anche da molti altri illustri indagati delle indagini Poseidone e Why Not dell'ex pm ora europarlamentare.

 

Tutti i soggetti in questione sono poi stati archiviati ma la lettura dei tabulati è utile per descrivere l'ambito dei rapporti dell'attuale parlamentare del Pdl quando era ancora un magistrato prestato al ministero. Papa aveva molti contatti telefonici con l'imprenditore Valerio Carducci, con il generale della guardia di finanza Fabrizio Lisi, con il segretario dell'Udc Lorenzo Cesa e con personaggi dalle pubbliche relazioni variegati e altolocati come Luigi Bisignani.

La voce di Papa era stata intercettata anche nel 2006 dalla squadra mobile di Potenza su delega del solito Woodcock mentre partecipava a una conversazione telefonica a tre con lo stesso Barbieri (che era indagato e intercettato allora) e con Augusta Iannini, moglie di Bruno Vespa. Ora il nome di Alfonso Papa torna negli atti di un'inchiesta per costituzione di associazione segreta, probabilmente perché per gli investigatori napoletani potrebbe essere uno dei referenti istituzionali dell'associazione.

 17-12-2010]

 

- "IL GIORNALE" INCARTA BOCCHINO: "PUNTA A CACCIARE MINZOLINI PER FAR POSTO A UN GIORNALISTA MOLTO PIÙ GRADITO, MARIO ORFEO, ATTUALE NUMERO UNO DEL TG2" - 2- IL TRAIT D’UNION TRA I DUE (ENTRAMBI NAPOLETANI) È ANCORA IL MITOLOGICO VINCENZO MARIA GRECO, DETTO ’O PROFESSORE, "L’INGEGNERE DELL’ETERNA TANGENTOPOLI" (corriere della sera) PLURINDAGATO, REGISTA DEGLI APPALTI DEL DOPO-TERREMOTO IN IRPINIA, LEGATO A DOPPIO FILO ALL’ALLORA DC NAPOLETANA, AREA POMICINO - 3- IL CASO VUOLE CHE IL "BOCCHINIANO" GRECO SIA ANCHE IL CUGINO DI MARIO ORFEO -

Paolo Bracalini per "Il Giornale"

 

Da giornalista «coraggioso» con una «grande storia professionale» alle spalle, uno che al Tg1 confeziona editoriali «politicamente, giuridicamente e storicamente perfetti» ma «volgarmente attaccati dalla sinistra», a servo ignobile «sfacciatamente berlusconiano» che dovrebbe porsi «il problema delle dimissioni», tanto può sempre «farsi assumere da una delle tv del premier». Italo Bocchino deve aver cambiato televisore a casa sua perché il Tg1 che vedeva prima non è più lo stesso.

 

In sei mesi il capogruppo Fli si è tramutato da difensore di Minzolini a suo implacabile accusatore. Bocchiniana, del resto, è l'idea di una mozione alla Camera per sfiduciare politicamente (cosa peraltro impossibile) il «direttorissimo» tanto odiato dai finiani. Il motivo, sentenziano i corridoi Rai, è presto detto: Bocchino punta a cacciare Minzolini per far posto a un giornalista molto più gradito, Mario Orfeo, attuale numero uno del Tg2. In questo modo il brevilineo Italo farebbe un favore al suo partito, ma soprattutto a se stesso, legato com'è da antichi vincoli con Orfeo.

 

Il trait d'union tra i due (entrambi napoletani) è ancora quel Vincenzo Maria Greco di cui si è parlato sul Giornale cercando di ricostruire la fitta rete di interessi e relazioni al cuore dell'avventura bocchinian-finiana. Greco, detto 'O Professore, è «l'ingegnere dell'eterna Tangentopoli» (Corriere della sera), plurindagato, regista degli appalti del dopo-terremoto in Irpinia, legato a doppio filo all'allora Dc napoletana, area Pomicino.

 

Questo vent'anni fa, ma oggi? Greco è un imprenditore, si dice viva tra l'Hotel Vesuvio di Napoli e l'Hotel de Russie di Roma, e sembra avere un rapporto molto stretto con Italo Bocchino, con cui - stando a quanto riporta l'informatissima Voce delle voci - si intersecano complicate reti di interessi, soprattutto nell'editoria (passione di Bocchino).

Il caso vuole che il «bocchiniano» Greco sia anche il cugino di Mario Orfeo, essendo questi il nipote del capostipite della famiglia, quel Ludovico Greco che alla fine degli anni '50 fu vicedirettore de Il Roma (all'epoca proprietà di Achille Lauro, recentemente di Italo Bocchino) e consigliere comunale monarchico a Napoli il quale, dopo aver abbandonato in quattro e quattr'otto il partito per buttarsi con la Dc, divenne per la cronaca uno dei «Sette puttani di Napoli», ma in cambio anche un potente senatore democristiano.

 

Ed fu proprio Ludovico Greco, 'O zio, il padrino giornalistico del giovane Orfeo, che esordì a Napolinotte per passare poco dopo al Giornale di Napoli, quotidiano di area Psi con alle spalle pezzi da novanta del Garofano, come Carmelo Conte e Giulio Di Donato, ma anche un certo cavalier Eugenio Buontempo, imprenditore cresciuto all'ombra del Psi campano.

Dice qualcosa il cognome? In effetti è quello della moglie (Gabriella) di Italo Bocchino, e in effetti è proprio il padre di lady Bocchino, produttrice di fiction per la Rai. Anche papà Buontempo ha avuto i suoi guai giudiziari, sempre epoca Tangentopoli. Latitante per un anno, nel '94 fu arrestato in un ristorante a Praga, inseguito da quattro ordini di custodia cautelare per tangenti e appalti ferroviari.

 

Sono ancora le parentele che, dunque, riportano all'asse Bocchino-Buontempo-Greco-Orfeo. Ma torniamo alla brillantissima carriera di Orfeo, presto soprannominato «culo di pietra» dai colleghi, per lo stakanovismo e la precisione nel lavoro al desk. Arrivato al Giornale di Napoli, Orfeo brucia le tappe e dopo tre mesi è già capo dello sport.

Lavora così bene che Repubblica lo chiama a Napoli per poi portarlo a Roma, come caporedattore centrale, sotto l'ala protettrice di Ezio Mauro. Poi (anni dopo) la direzione del Mattino, famiglia Caltagirone (parenti di Casini...), dove arriva a soli 36 anni seguito dai commenti acidi degli invidiosi in redazione («Dopo Sergio Zavoli, Paolo Graldi e Paolo Gambescia è arrivato il signor nessuno...»).

 

Dopo, nel 2009, è l'ora del Tg2, sponsorizzato - ca va sans dire - da Italo Bocchino. Un professionista apprezzato a destra (Fli, Udc in testa) e sinistra (la Repubblica salutò la sua nomina con articoli stile marchetta), così bipartisan da essere scelto come moderatore dell'incontro in cui Fini, alla festa del Pd di Genova nel 2009, fu applaudito clamorosamente dal popolo di sinistra. Ma soprattutto, adesso, una pedina utile per far fuori Minzolini, nuovo nemico di Fli, in particolare di Bocchino. Il quale, con un amico sulla tolda del primo tg Rai, potrebbe dare il turbo alla sua ambiziosa scalata personale09-12-2010]

 

vergogna e libertà! - Adolfo Urso si dimette da viceministro dello Sviluppo economico e lascia come ricordino una consulenza da 54 mila euro a favore di tale Rosario Cancila, consigliere di FareFuturo. Ma che è anche azionista dell’immobiliare agricola Lo Schioppo i cui soci sono Pietro, Dario e Paolo Urso, figli e fratello di Adolfo

Da "Il Mondo" -

 

Lui se ne è andato. Il socio dei figli ancora no. Adolfo Urso, il 15 novembre, così come gli altri esponenti di Futuro e Libertà, ha lasciato l'incarico di governo dimettendosi da viceministro dello Sviluppo economico. Eppure al ministero ha lasciato qualcosa. Nello scorso mese di giugno, infatti, è scattato un incarico di consulenza da 54 mila euro con scadenza il 31 dicembre. Beneficiario è Rosario Cancila, un imprenditore di origine siciliana trapiantato a Bologna che figura tra i consiglieri di FareFuturo, il think tank di Gianfranco Fini. Ma che è anche azionista dell'immobiliare agricola Lo Schioppo i cui soci sono Pietro, Dario e Paolo Urso, figli e fratello di Adolfo.

 26-11-2010]

 

 

 

SIAMO FINI O CAPORALI? – CHE SCANDALO (GIUSTAMENTE) SE IL CAPOSCORTA DEL RE DEL BUNGA BUNGA CHIAMA IN QUESTURA PER LA MAROCCHINA RUBY, NESSUNO SCANDALO INVECE SE IL CAPOSCORTA DI GIAN-ELISABETTO FA PRESSIONI SULLE AUTORITÀ LOCALI PER FAR IMMERGERE IL PRESIDENTE DELLA CAMERA E LA SUA GENTILE COMPAGNA NELLE ACQUE PROIBITE DI GIANNUTRI – MALGRADO LE VERSIONI CONTRASTANTI I PM PERÒ DECIDEVANO DI ARCHIVIARE (MA LA CASSAZIONE HA ACCOLTO IL RICORSO CODACONS

Gian Marco Chiocci per "Il Giornale"

 


Ci sono telefonate e telefonate. C'è scorta e scorta. E soprattutto ci sono politici e politici. Ci sono quelli che vengono criticati perché abusano del loro potere e altri che pur abusando degli stessi poteri criticano gli altri e mai se stessi. Esempio: se la telefonata di raccomandazione alla questura di Milano la fa il caposcorta di Silvio Berlusconi, la cosa - per dirla con Gianfranco Fini - mette «l'Italia in imbarazzo per l'uso privato di un incarico pubblico». Se al contrario le telefonate di raccomandazioni alla Capitaneria di Porto di Grosseto e ai vigili del fuoco le fa il caposcorta del presidente della Camera, nulla questio.

 

Di cosa stiamo parlando? Di ciò che abbiamo iniziato a trattare nei giorni scorsi a proposito della decisione della Cassazione di accogliere il ricorso del Codacons che si opponeva all'archiviazione dell'inchiesta sulle immersioni fuorilegge del 2008 di Fini e signora nei fondali inaccessibili dell'isola di Giannutri. Un bagno vietatissimo nelle acque off limits del parco nazionale toscano reso possibile da una serie di curiose circostanze. Prime fra tutte, le telefonate di raccomandazioni fatte dal caposcorta dell'uomo di Montecarlo per evitare l'embargo.

Gli atti dell'inchiesta raccontano che il 30 settembre 2008 il Codacons inviava un esposto all'autorità giudiziaria nel quale riferiva che l'onorevole Fini, presidente della Camera, per suo diletto personale, accompagnato dalla compagna Elisabetta, veniva accompagnato da un motoscafo dei vigili del fuoco (immortalato con fotografie da uomini di Legambiente) per effettuare un'immersione subacquea in una zona del parco di massima protezione.

 

Le indagini permettevano al pm di accertare come effettivamente «una imbarcazione dei vigili del fuoco era entrata nella zona parco 1, località Grottoni, pur non avendo ottenuto i preventivi del nulla osta dell'Ente Parco». I successivi accertamenti «identificavano i pubblici ufficiali che partecipavano all'escursione, ritenuti possibili responsabili del reato».

Il pm, però, viste le dichiarazioni contrastanti delle persone interrogate, anziché affidare al dibattimento l'accertamento delle responsabilità (peraltro già accertate con lo sconfinamento documentato dalle foto nell'area protetta di barche a motore senza autorizzazione) chiedeva a sorpresa al Gip di archiviare. «È emerso - scrive il pm - che i vigili del fuoco (a cominciare dal capo reparto Quintilio Capecchi) sarebbero stati indotti in errore dalle dichiarazioni del capo scorta di Fini, Fabrizio Simi, il quale - continua il pm - avrebbe assicurato agli stessi di avere le necessarie autorizzazioni per effettuare l'escursione».

 

Al contrario il caposcorta del presidente della Camera ha dichiarato «di essere stato indotto in errore dal comportamento dei vigili del fuoco e della capitaneria di porto (nella persona di Maurizio Tattoli) i quali avrebbero, i primi, individuato la località Grattoni quale meta ideale per l'escursione, indicando nella capitaneria di porto e nel corpo forestale l'ente preposto ad autorizzare tale attività, il secondo (capitaneria) che avrebbe espressamente autorizzato tale attività assicurando anche di informare personalmente il corpo forestale per le competenze di tale ultimo ente.

 

Sia i vigili che la capitaneria hanno smentito energicamente l'uomo ombra di Fini. I primi, con Capecchi, ricordano di «aver fatto presente al caposcorta che quella era una zona protetta e dunque interdetta alla navigazione e alle immersioni. Il caposcorta mi ha detto che era tutto a posto, che erano stati contattati gli uffici preposti e dunque l'autorità era stata autorizzata».

 

Niente di più falso come spiega il capitano Tattoli della Capitaneria di porto: «Il 26 agosto il capo della scorta di Fini mi chiamò sul mio cellulare e mi comunicò che il presidente Fini, la scorta e i vigili del fuoco con una imbarcazione di questi ultimi si stavano recando sull'isola di Giannutri per effettuare una immersione senza specificare il luogo preciso. Mi fece due telefonate, nella seconda mi chiese di informare la Forestale (...).

 

So bene di non avere nessun potere autorizzatorio sulle immersioni a Giannutri. So perfettamente che nemmeno il Corpo forestale ha tale potere e per questo non ho mai pensato né di autorizzare una simile escursione né in concreto l'ho mai fatto. Non ho mai avuto neppure la richiesta di tale autorizzazione da parte del caposcorta».

Un processo avrebbe potuto chiarire chi diceva il falso e chi il vero, in che modo Fini riuscì a immergersi senza permesso, perché la scorta e i pompieri lo seguirono in acqua, se il caposcorta fece tutto da solo al telefono oppure su indicazione del Principale. Telefonate, raccomandazioni, affermazioni non veritiere. No, non è il caso Berlusconi-Ruby, è il caso che sull'uso privato di un incarico pubblico Fini d'ora in poi taccia.

05-11-2010]

 

 

 

1- GIUSTIZIA AD PERSONAM? OH, YES! LA PROCURA DI ROMA HA FATTO I SALTI MORTALI PER TUTELARE GIAN-ELISABETTO FINI. LO HA ISCRITTO NEL REGISTRO DEGLI INDAGATI SOLO UN MINUTO PRIMA DI CHIEDERNE L’ARCHIVIAZIONE, EVITANDOGLI QUELLE FASTIDIOSE FUGHE DI NOTIZIE CHE COLPISCONO LA MAGGIOR PARTE DEI POLITICI FINITI NELLE GRINFIE DELLA GIUSTIZIA, SOPRATTUTTO SE IL LORO COGNOME INIZIA PER B - 2- TRA I DOCUMENTI ACQUISITI DAI PM C’È ANCHE IL FAMOSO CONTRATTO D’AFFITTO TRA IL "COGNATO" GIANCARLO TULLIANI E LA SECONDA SOCIETÀ OFF-SHORE CHE HA COMPRATO L’APPARTAMENTO DONATO DALLA CONTESSA COLLEONI AD AN. E TULLIANI QUELL’ATTO LO FIRMA DUE VOLTE: COME AFFITTUARIO E COME PROPRIETARIO DELL’IMMOBILE (SERVE ALTRO?)

1- IL BUNGA BUNGA DI FINI
Massimo De Manzoni per Il Giornale

 

Adesso Gianfranco Fini deve dimettersi. Non perché lo diciamo noi, ma perché l'ha detto lui. Ricordate? Videomessaggio stile Bin Laden del 26 settembre scorso: «Se dovesse emergere con certezza che Tulliani è il proprietario della casa di Montecarlo, non esiterei a lasciare la presidenza della Camera».

 

Bene: non esiti, perché oggi la certezza c'è. E si trova proprio in quelle carte della Procura di Roma che tanto l'avevano rallegrato qualche giorno fa, quando era stata annunciata la richiesta di archiviare la sua posizione in merito al reato di truffa aggravata.

Tra i documenti acquisiti dai pm, infatti, c'è anche il famoso contratto d'affitto tra il «cognato» Giancarlo Tulliani e la seconda società off-shore che ha comprato l'appartamento donato dalla contessa Colleoni ad An. E Tulliani quell'atto lo firma due volte: come affittuario e come proprietario dell'immobile.

 

Nessun dubbio. Lo scrivono gli stessi magistrati capitolini: «Il contratto di locazione intervenuto tra il locatore Timara Ltd, priva della indicazione della persona fisica che la rappresentava, e il locatario Giancarlo Tulliani reca sotto le diciture "locatore" e "locatario"due firme che appaiono identiche, così come quelle apposte sulla clausola integrativa recante la data 24/2/2009, allegata al contratto».

 

Linguaggio burocratico e un po' sgrammaticato, ma chiaro: il «cognatino» ha firmato per sé e per la Timara. Dunque l'appartamento è suo e, di conseguenza, Fini è tenuto a sloggiare dalla Camera. La Procura di Roma ha fatto i salti mortali per tutelare l'ex leader di An. Lo ha iscritto nel registro degli indagati solo un minuto prima di chiederne l'archiviazione, evitandogli quelle fastidiose fughe di notizie che colpiscono la maggior parte dei politici finiti nelle grinfie della giustizia, soprattutto se il loro cognome inizia per B.

Ha ridotto al minimo il raggio dell'inchiesta, prendendo in esame solo la congruità del prezzo di vendita del quartierino e riuscendo nel mezzo miracolo di chiedere al Gip di affossarla anche una volta stabilito che il prezzo congruo non era affatto. Ha perfino depistato i cronisti, quando il Giornale ha pubblicato la registrazione del contratto d'affitto con le firme identiche, facendo filtrare la notizia che sul contratto vero e proprio le firme invece erano diverse.

 

Di più, onestamente, Fini non poteva chiedere. I documenti, a differenza delle parole, non sono manipolabili. Ora tocca al presidente della Camera dimostrare di essere un uomo d'onore. Aspettiamo fiduciosi. Ma non troppo.

 

2- CASA DI MONTECARLO, LE CARTE DELLA PROCURA
Lavinia Di Gianvito per Corriere della Sera

La data è la stessa: martedì scorso, 26 ottobre. Quel giorno la Procura ha iscritto Gianfranco Fini nel registro degli indagati e, contemporaneamente, ha chiesto l'archiviazione dell'accusa appena contestata. Il dettaglio è nelle carte depositate in vista dell'opposizione annunciata da Roberto Buonasorte e Marco Di Andrea, gli esponenti de La Destra che hanno denunciato l'affaire della casa di Montecarlo.

La rapidità con cui è stata vagliata la posizione del presidente della Camera rischia di ridestare le polemiche, anche perché, finora, era emerso che Fini era stato iscritto quando il Principato di Monaco aveva inviato i documenti della rogatoria-bis, il 13 ottobre.

È di oltre 900 pagine la documentazione raccolta dai magistrati nel corso dell'inchiesta. Agli atti, tra l'altro, ci sono gli interrogatori dei testimoni, a partire da quello del 14 settembre del senatore Francesco Pontone, ex segretario amministrativo di An. «Tra la fine di giugno e luglio 2008 - riferisce Pontone - il presidente Fini mi contattò per dirmi che l'appartamento di Montecarlo si vendeva e che il prezzo era di 300 mila euro. Mi precisò che la signora Rita Marino, sua segretaria particolare, mi avrebbe comunicato il giorno in cui mi sarei dovuto recare a sottoscrivere l'atto di compravendita. Io, fino al momento della stipula del contratto, non ho saputo chi fosse l'acquirente».

 

In passato, tra il 2000 e il 2001, spiega poi Pontone, da Montecarlo erano arrivate «richieste di informazioni generiche» sulla disponibilità del partito a vendere l'immobile. «Nel corso delle telefonate - precisa il senatore (che ha seguito Fini in Fli) - non furono mai indicate cifre concrete». Due giorni dopo, il 16 settembre, il collega Antonino Caruso (rimasto invece nel Pdl) dà un'altra versione: «Ricordo che ricevetti una telefonata da una persona (il notaio Paul Louis Aureglia o lo studio Dotta Immobilier, che amministrail condominio; ndr) che mi rappresentò che era intenzionata ad acquistare l'appartamento o a fare da intermediario. Mi disse che l'offerta era attorno ai sei milioni di franchi francesi». Cioè 914 mila euro, il triplo del prezzo a cui la casa è stata ceduta nel 2008. «Il senatore Pontone - aggiunge Caruso - mi disse che in quel momento An non era intenzionata vendere».

 

Anche sulla quotazione di 300 mila euro al momento della cessione alla Printemps emerge una contraddizione. «L'onorevole Donato Lamorte - riferisce ancora Pontone il 14 settembre - mi disse che era stato richiesto dal presidente Fini di un parere sul valore dell'immobile, in quanto Lamorte era esperto in materia perché geometra e, in passato, immobiliarista».

Ma il deputato, interrogato il giorno successivo, alla domanda: «Lei ha esperienza nella valutazione degli immobili?», dà una risposta forse inattesa. «Certamente no - assicura -. Ho espletato la mia attività professionale, in qualità di geometra, alla Società generale immobiliare di utilità pubblica e agricola con sede in Roma per 32 anni circa.

 

I miei compiti furono, nel tempo, prima di topografo, addetto al rilievo dei terreni e alle lottizzazioni; successivamente fui addetto al catasto per fornire i dati e le documentazioni necessarie alle vendite degli immobili». Lamorte e la Marino avevano visitato l'immobile a iprimi di novembre 2002 e l'avevano trovato fatiscente. Solo per questo, spiega il deputato, a richiesta di Fini «conclusi che l'offerta di 300 mila euro poteva pure andare».

 

Anche se l'inchiesta non ha tenuto conto del ruolo di Gianfranco Tulliani, «cognato» di Fini e inquilino dell'appartamento, nella richiesta di archiviazione si precisa che, sotto il contratto d'affitto, le firme del locatore e del locatario «appaiono identiche». E le carte sembrano confermare il dubbio che Tulliani sia in realtà il proprietario, visto che ha pagato contemporaneamente il canone (1.600 euro al mese) e le spese di ristrutturazione.

 30-10-2010]

 

 

LA CASSAZIONE TIENE A MOLLO FINI (NON SIA MAI GLI VENISSE IN MENTE DI FARE LA PACE COL PUZZONE DI HARDCORE) - LA SUPREMA CORTE DÀ RAGIONE AL CODACONS E COSTRINGE ALLA RIAPERTURA L’INCHIESTA SUL BAGNETTO VIETATISSIMO CHE GIAN-ELISABETTO E LA SUA COMPAGNA FECERO NEL 2008 NELLE ACQUE DI GIANNUTRI (COL CORTESE SUPPORTO DEI VIGILI DEL FUOCO) - UN CLASSICO CASO DI “USO PRIVATO DI INCARICO PUBBLICO” CHE TANTO AMA CONTESTARE AL CAINANO…

Gian Marco Chiocci per "il Giornale"

 

La Cassazione tiene a mollo Gianfranco Fini, e dai fondali del tribunale di Grosseto fa riemergere l'inchiesta sulle immersioni fuorilegge. Per capire di cosa si stia parlando occorre andare indietro nel tempo: a domenica scorsa e al 26 agosto del 2008. Tre giorni fa il presidente della Camera, infischiandosene del suo ruolo istituzionale, ha criticato la «disinvoltura» e il «malcostume» del presidente del Consiglio «nell'uso privato di incarico pubblico».

Disinvoltura e malcostume che, ad avviso dell'uomo di Montecarlo e delle raccomandazioni Rai, hanno «messo l'Italia in una condizione imbarazzante». Niente a che vedere, ovviamente, con l'imbarazzante condizione che nel 2008 portò lui e la sua compagna Elisabetta, scortati dai pompieri, a immergersi nelle acque vietatissime del parco nazionale dell'isola di Giannutri.

 

Incurante dei divieti noti anche al più profano degli appassionati di diving, il sommozzatore Fini venne beccato e fotografato - come si legge nelle carte dell'inchiesta - «con altre persone a passare da uno yacht all'imbarcazione dei vigili del fuoco, il tutto in un'area marina iper protetta, la costa dei Grottoni, zona uno, vale a dire un'area interdetta a qualsiasi attività che non sia di carattere scientifico».

La gita in barca immortalata dalle sentinelle di Legambiente autorizzò le associazioni ambientaliste a parlare sia di «utilizzo dei parchi naturali come piscine riservate alle alte cariche dello Stato» sia di vigili del fuoco distratti dal loro lavoro per consentire a Gianfranco e ad altre persone «di immergersi nelle acque vietate per fini ludici e vacanzieri in mancanza del nulla-osta dell'EnteParco».

 

Beccato in flagranza Fini mandò avanti il portavoce: «Non abbiamo alcuna difficoltà a commentare una colpevole leggerezza non conoscendo esattamente i confini dell'area protetta». Una leggerezza. Non conoscevano. Aggiunse, il portavoce, una cosa ovvia: se c'è da pagare una multa questa verrà doverosamente pagata. Così è stato.

Per l'immersione proibita con scorta di pompieri Gianfranco ed Elisabetta sono stati costretti a conciliare 206 euro a testa. Antonio Di Pietro liquidò la figuraccia istituzionale alla sua maniera: «La cosa più grave non è solo quella che (Fini, ndr) ha fatto immersioni in una zona proibita ma che ci stava con una barca dei vigili del fuoco spendendo soldi dello Stato per fare il bagnetto lui e l'amichetta sua. Aver impegnato mezzi dello Stato così è penalmente rilevante o no?».

 

Il 3 settembre 2008 se lo chiedeva il presidente del Codacons, Giancarlo Rienzi, che ai vigili del fuoco di Grosseto inoltrava formale richiesta affinché pure lui e la sua barchetta ancorata a Tarquinia fossero scortate nella medesima area off limits per tutti, tranne che per Fini: «Avendo saputo che il vostro comando è stato a tal punto disponibile e premuroso da scortare il presidente della Camera alla zona in questione, sono certo che non vi saranno problemi da parte vostra nel voler accompagnare anche me».

Il comandante dei pompieri Francesco Notaro, imbarazzato, rispose a Rienzi che l'autorizzazione ad accedere a Giannutri «non rientra nelle nostre competenze» e che al massimo lo avrebbe potuto ospitare in centrale per mostrargli «la professionalità del personale sommozzatore e le speciali attrezzature a disposizione».

Che Fini non avesse lo straccio di un permesso lo confermò anche Mario Tozzi, presidente del parco nazionale dell'arcipelago toscano («nessuno mi ha chiesto il permesso, lì non ci si può nemmeno fare il bagno, figuriamoci immergersi con le bombole»). Il Codacons decise così di interessare la magistratura, ma sia il pm che il gip chiesero l'archiviazione non ritenendo sussistente e documentata alcuna fattispecie penalmente rilevante.

 

La terza sezione della Cassazione, però, il 4 ottobre ha accolto il ricorso del Codacons riconoscendolo «soggetto legittimato» a sollecitare chiarimenti ed ha riaperto il procedimento, accogliendo le rimostranze dell'avvocato Giuseppe Ursini che lamentava come il Codacons non fosse stato sentito dal gip come da procedura. Per questo motivo la corte di Cassazione ha annullato «senza rinvio il decreto impugnato» disponendo «di trasmettere gli atti al pm per l'ulteriore corso». [03-11-2010]

 

 

 

1- IL MEJO SHOW? E’ "SPRECOPOLI"! DAI 50 MLN PERSI CON SKY ALLE ASSUNZIONI FACILI - 2- LA COMMISSIONE PARLAMENTARE DI VIGILANZA INDAGA SULLA TRASPARENZA DEGLI APPALTI DELLE FICTION COSTATE ALLA RAI 190 MILIONI DI EURO, COMPRESI QUELLE ALLA FAMIGLIA TULLIANI E ALLA SOCIETÀ DELLA BONTEMPO, MOGLIE DI ITALO BOCCHINO (CHISSÀ CHE DOPO IL “REPORT” DELLA GABANELLI NON PARTA UN’ISTRUTTORIA ANCHE SU RAI CINEMA, CHE GESTISCE CENTO MLN IN PIÙ E HA IN CDA LA TATARELLA, SOCIA DI BOCCHINO) - 3- LA RAI HA CHIUSO IL 2009 CON UN PASSIVO DI 80 MILIONI DI EURO E, PUR CON LA CRISI, HA AUMENTATO I DIPENDENTI (CHE SFIORANO I DIECIMILA) DI UN CENTINAIO DI UNITÀ RISPETTO AL 2008. CRESCIUTI, NONOSTANTE LE PROMESSE DI ECONOMIE (CHE SI COMINCI A FARLE CON BENIGNI E SAVIANO?) ANCHE I COSTI OPERATIVI: DI 50 MILIONI DI EURO

Alberto Guarnieri per "Il Messaggero"

 

L'Adrai, associazione dei dirigenti Rai, è stata ieri sentita dalla commissione parlamentare di Vigilanza sugli appalti delle fiction, dove si è aperta un'istruttoria per verificarne la trasparenza dopo le polemiche a un'eccessiva presenza di soci legati a Mediaset nelle società che produco o per la Rai.

Gli appalti, tra cui quelli alla famiglia Tulliani e alla società della moglie di Italo Bocchino, sono costati alla Rai 190 milioni di euro. Chissà che dopo il "Report" di Milena Gabanelli non parta un'istruttoria anche su Rai Cinema, che gestisce cento milioni in più e ha in Cda la socia di un produttore.

 

I dirigenti Rai hanno colto l'occasione per invitare «i Vertici e, in particolare, il direttore generale, ad aprire un confronto con l'Adrai e con i soggetti che, all'interno dell'Azienda, hanno titoli e competenze per provvedere alle scelte necessarie e utili per il futuro della Rai, rispettando deleghe e procure ed abbandonando un comportamento verticistico».

 

L'Adrai ricorda di aver lanciato segnali di disagio e crisi già sei mesi fa e aggiunge che «il grave momento di difficoltà economica - che appare tutt'altro che superato e da un Piano industriale che, a quasi un anno dalla sua decorrenza, è ancora fermo sulla carta - non può che crescere esponenzialmente».

 

Allarme rosso insomma per i dirigenti. E anche per i vice direttori generali, che domani Mauro Masi incontra e che sono stati lì lì per scrivergli una lettera di toni analoghi. A trattenerli forse solo il fatto che una di loro, Lorenza Lei, è ormai in molti ambienti indicata come il successore, a breve, dello stesso Masi.

 

La Rai ha chiuso il 2009 con un passivo di 80 milioni di euro e, pur con la crisi, ha aumentato i dipendenti (che sfiorano i diecimila) di un centinaio di unità rispetto al 2008. Cresciuti, nonostante le promesse di economie (che si cominci a farle con Benigni?) anche i costi operativi: di 50 milioni di euro. Quanto di tutto ciò è responsabilità di Masi? Il dg dice che la Rai va rinnovata, portata sulla strada di un diverso sviluppo. Che ci riesca è da vedere, che finora abbia rinunciato a diverse entrate e speso molto è un fatto.

 

Insediato nell'aprile dello scorso anno, Masi ha debuttato rifiutando gli oltre 50 milioni di euro l'anno che Sky offriva per il bouquet di canali satellitari della tv pubblica. Oggi sostiene di aver già recuperato quella spesa perché proprio quei canali danno alla Rai un vantaggio di diversi punti di share sui Mediaset. Molti analisti sostengono però che di milioni ne sono stati recuperati massimo 40 e che comunque Sky (che si è "aperto" il digitale terrestre con una chiavetta) avrebbe lasciato a Rai il conteggio dei suoi ascolti.

 

Tra liquidazioni record (oltre un milione e mezzo a Buttiglione e Del Bosco), super gratifiche nonostante la crisi (un milione di euro di premi quest'anno) e un pattuglione di ben 22 vice direttori nominati in un mesetto, Masi si si sta attirando critiche bipartisan per la politica delle epurazioni. Che tra l'altro non porta mai a conclusione. Paolo Ruffini, direttore di Raitre, è stato reintegrato a furor di giudice.

 

La sospensione di Michele Santoro per due puntate (-300 milioni di euro per ciascuna) non è scattata ma non certo per volontà del dg. Al suo posto c'è ancora, per fortuna Carlo Freccero. Un direttore che ha portato Rai4 al due per cento di ascolto e sarebbe stato sostituito con motivazioni capziose se non ci fosse stata una sollevazione popolare.

 

L'elenco potrebbe essere lungo e arriva ad oggi con un'informata di big che va da Saviano a Fazio, i conduttori del programma sotto scacco, a Bono e Benigni, da Albanese a Rossi, per citare solo alcuni ospiti. Ruffini è clemente. Dice di non sapere quanto costerà, in termini di minori introiti e qualche penale, non mandare in onda "Vieni via con me". Azzardiamo: quattro puntate, ascolti garantiti di almeno il 18 per cento. Fa almeno un milione e mezzo di euro.

 

A tarda sera così Masi replica all'Adrai: «Non vi è da parte di nessuno alcuna tentazione di gestione verticistica, ma solo il convinto impegno a trovare le misure e le soluzioni idonee a fronteggiare le attuali difficoltà che come noto discendono in larghissima parte da fattori esterni e si sono consolidate nell'ultimo quinquennio». Ma quelle di cui abbiamo succintamente scritto qui sono degli ultimi diciotto mesi. 20-10-2010]

 

 

 - FELTRUSCONI NON MOLLA FINI, RITORNA A MONTECARLO E SCOPRE CHE la perizia sulla stima dell’immobile richiesta a fine settembre dalla magistratura monegasca al presidente dell’associazione delle agenzie immobiliari del Principato, Michel Dotta, confermerebbe la disparità tra il valore reale dell’immobile e il prezzo registrato a luglio 2008 - E ORA PER FINI L’ARCHIVIAZIONE SI FA PIÙ DIFFICILE.... Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica per "il Giornale"

 

Ok, il prezzo (non) è giusto. Incuriositi dal modo di fare della procura di Roma che dopo aver ricevuto, per rogatoria, le carte sul noto appartamento di Montecarlo è riuscita a «tradurre» dal francese all'italiano solo il dato che non importava a nessuno (la stima fiscale all'atto del passaggio di proprietà del 1999) anziché il valore degli immobili monegaschi nell'anno (il 2008) in cui Alleanza nazionale vendette alla società off-shore Printemps, siamo andati a chiedere direttamente alla casa madre.

 

Com'era previsto, però, le autorità monegasche si sono chiuse a riccio non appena abbiamo sollevato l'interrogativo sull'esito delle investigazioni svolte in relazione alla congruità del prezzo di vendita della casa in Boulevard Princess Charlotte 14. «La richiesta della procura di Roma - fa sapere una fonte del Principato interpellata dal Giornale - è stata esaudita. Tutto quel che avevamo da dire su questa cosa è nelle carte in possesso dei magistrati romani».

 

Non contenti della risposta, abbiamo battuto altre strade. E a forza di bussare agli indirizzi ritenuti utili abbiamo provato anche all'ufficio di Luciano Garzelli, il più importante costruttore locale, ai vertici del colosso Engeco in società con alcuni membri della famiglia del principe, l'imprenditore che rivelò d'aver seguito inizialmente i lavori di restauro dell'appartamento abitato da Giancarlo Tulliani e di aver parlato personalmente con la sorella Elisabetta, compagna di Gianfranco Fini.

A sorpresa Garzelli ci ha aperto rivelandoci quanto sospettavamo. E cioè che la perizia sulla stima dell'immobile richiesta a fine settembre dalla magistratura monegasca al presidente dell'associazione delle agenzie immobiliari del Principato, Michel Dotta, confermerebbe la disparità tra il valore reale dell'immobile e il prezzo registrato a luglio 2008, ovvero i 300mila euro liquidati dal partito di Fini alla società off-shore dell'isola di Saint Lucia. Una difformità importante pari a tre volte il valore vero dell'immobile: siamo «intorno al milione di euro», a ragionare per difetto.

 

«Che cosa mi ha detto Michel (Dotta, ndr)? - si chiede Garzelli - Che ha riferito al procuratore di Monaco, interessato a sua volta a trasferire l'informazione a Roma, che nel '99 il prezzo della casa era un po' sottostimato ma tutto sommato poteva anche andare, mentre per il 2008 il valore dell'appartamento era minimo minimo di un milione di euro (...). Io ho ribattuto che secondo me era almeno quattro volte di più, e non tre volte di più come diceva lui (...). Ma Dotta è il presidente di tutte le agenzie di Monaco, meglio di lui non può sapere nessuno il valore esatto».

Stando così le cose il prezzo di 300mila equivarrebbe a 5mila euro al metro quadro, una follia se si considera che oggi, due anni dopo, al metro quadro gli appartamenti a Montecarlo si vendono a 25/30mila euro. La stessa agenzia immobiliare di Michel Dotta, come scoperto dal Giornale nell'archivio di internet che mensilmente memorizza le istantanee dei siti web e le conserva all'indirizzo http://www.archive.org/web/web.php, nel luglio del 2008 dimostrava come immobili della stessa metratura costavano «ben oltre» il milione di euro.

 

Per ulteriori dettagli abbiamo provato a scomodare direttamente Dotta, che al telefono ci ha però liquidati così: «Non posso dire niente su quanto da me riferito. Contattate direttamente il procuratore, arrivederci». Il prezzo giusto, dunque, sarebbe «intorno al milione» di euro. Stando così le cose, per una procura come quella di Roma che sin dall'apertura del fascicolo su denuncia della Destra di Storace ha proceduto fra mille cautele e col freno a mano tirato (tant'è che non ha mai voluto ascoltare il dominus dell'affaire immobiliare, Giancarlo Tulliani) la paventata archiviazione si fa più difficile.

 

Fino ad oggi i magistrati romani ci hanno detto e ripetuto che l'inchiesta per truffa aggravata ruotava solo intorno alla verifica della congruità del prezzo di vendita e che, di conseguenza, aveva poca importanza quanto il Giornale ha scoperto sui giochi di società off-shore nei Caraibi, su Giancarlo Tulliani che propone l'operazione immobiliare e poi diventa inquilino, sulle firme identiche di proprietario e affittuario nell'atto di registrazione della locazione dell'immobile, sui lavori di ristrutturazione pagati da quella stessa società che il governo dell'isola di Saint Lucia ritiene faccia riferimento al giovanotto che girava in Ferrari fra i tornanti di Montecarlo.

 

Anche sulle prove «a tema» scovate dal Giornale in relazione alla non congruità del prezzo di vendita (coinquilini di Tulliani negli anni avrebbero avanzato offerte più vantaggiose, parlamentari di An hanno ricevuto un no secco dal partito di fronte a richieste sostanziose inoltrate per conto terzi, l'immobiliarista Apolloni Ghetti, consulente di fiducia di Fini, nel 2002 stimò il valore dell'immobile ben oltre il milione di euro) la procura di Roma ha nicchiato.

 

Ha aspettato la rogatoria. E quando le carte del Principato sono finalmente arrivate ha addotto un problema di traduzione. Che riguardava, però, il solo dato del 2008 (quello che preoccupa Fini) e non quello del 1999, che non interessava a nessuno, tranne a un signore che poco sportivamente ha esultato per aver vinto una partita quando la toga arbitrale non s'è ancora fatta sentire col suo triplice fischio finale.
(ha collaborato Melina Molinari) 18-10-2010]

 

 

I “SEGUGI” DI FELTRUSCONI SULLA PISTA CORALLO-FARNESINA - IL CASO VUOLE CHE LA MAIL CHE PROSPETTA UN POSTO DA CONSOLE ONORARIO A SAINT MARTEEN PER il capo del gruppo Atlantis FRANCESCO CORALLO ARRIVI DALLA SEGRETERIA GENERALE DEL MINISTERO DEGLI ESTERI, DOVE SIEDE IL TIPINO FINO GIAMPIERO MASSOLO (CAPO DI GABINETTO DI GIANFREGNONE QUANDO ERA MINISTRO) - il broker di montecarlo James Walfenzao è anche titolare per conto di Corallo di una fiduciaria che controlla parte del gruppo Atlantis dove ha lavorato anche Giancarlo Lanna, membro del comitato esecutivo della fondazione finiana Fare Futuro

Gianfranco Fini esultante

Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica per "Il Giornale"

Oggi la famigerata «fabbrica del fango» del Giornale affronta il «dossier Corallo-Farnesina», nell'occasione assemblato non dai «segugi» di questo quotidiano, ma da eccellenti colleghi di Repubblica e Annozero. La vicenda, che riguarda le presunte pressioni della Farnesina per «promuovere» console onorario a Saint Marteen il capo del gruppo Atlantis Francesco Corallo, è stata raccontata per la prima volta sulle pagine di Repubblica l'8 ottobre, giorno in cui anche il programma tv di Santoro ha affrontato la stessa, identica, questione.

RACCOMANDAZIONI MOLTO DIPLOMATICHE
Ossia che tra Roma e il consolato italiano a Miami vi fosse stato, in primavera, uno scambio di e-mail finalizzato a quella nomina per Corallo, con tanto di ipotesi di link con Montecarlo, poiché il broker James Walfenzao, protagonista diretto dell'affaire immobiliare monegasco, è anche titolare per conto di Corallo di una fiduciaria che controlla parte del gruppo Atlantis dove ha lavorato anche Giancarlo Lanna, membro del comitato esecutivo della fondazione finiana FareFuturo.

 

Ma a che pro il ministero degli Esteri, guidato da Franco Frattini, avrebbe dovuto sponsorizzare l'imprenditore italo-caraibico? In realtà il ruolo di Frattini appare inesistente. Non solo, come lo stesso ministro ha ribadito in una nota, perché «la nomina dei consoli onorari non avviene su designazione del ministro degli Esteri, il quale non ne firma neppure la nomina».

Ma anche perché tra i personaggi coinvolti nell'«ipotesi» Corallo-console ve n'è semmai più d'uno considerato collegabile all'ex inquilino della Farnesina, Gianfranco Fini. A cominciare dal potente segretario generale del ministero, Giampiero Massolo, che nel 2004 fu capo di gabinetto agli Esteri proprio con l'attuale presidente della Camera.

«CARO CONSOLE ROCCA CHE NE PENSI DELLA NOMINA?»
E proprio dalla segreteria particolare di Massolo partono le mail per Miami. Il Giornale è in grado di rivelarne il contenuto. La prima è del 7 maggio scorso.

 

Testuale: «Caro Marco, cara Sarah (il primo è Rocca, il console a Miami, la seconda una diplomatica italiana, ndr), è stata sottoposta al segretario generale l'aspirazione del signor Francesco Corallo a candidato quale console onorario a Philipsburg, capoluogo olandese dell'isola di Saint Marteen, nelle Antille Olandesi. Sarebbe opportuno al riguardo avere vostri elementi di massima per poter preparare una risposta. Allego sintesi della questione sulla base delle informazioni raccolte (...)».

Se l'aspirazione del signor Corallo è chiarissima, non è invece chiaro attraverso quali canali la «segnalazione» del suo nominativo arrivi alla segreteria generale della Farnesina. Chi la sponsorizzi, insomma. E perché. Abbiamo chiesto conto a Massolo, ma anziché rispondere a domande che riguardavano il suo ufficio, ha delegato a parlare il portavoce della Farnesina, Maurizio Massari.

Che all'interrogativo clou (chi ha segnalato Corallo al segretario generale?) non ha saputo/potuto rispondere: «È tutto spiegato nel comunicato dove si dice che è stata fatta solo una pre-istruttoria, ma non è iniziata nemmeno una procedura, una sorta di sondaggio informale. La segnalazione a Massolo? Rileva quanto può rilevare, segnalazioni di questo tipo ne arrivano a bizzeffe, e comunque non lo so, non sono in grado, non so che dire...».

Torniamo allo scambio di e-mail. Letta la posta elettronica, il console Rocca salta sulla sedia. È lui stesso a descrivere la sua reazione nella risposta del 10 maggio. «Venerdì scorso, quando ho letto la tua e-mail, ho fatto un mezzo salto sulla sedia. Perché ancora mi ricordavo dal mio precedente incarico a Miami (1992/96) che un tale Corallo di Saint Marteen era a suo tempo ricercato dalla giustizia italiana (...)».

«QUANDO HO LETTO LA LETTERA SONO CADUTO DALLA SEDIA»...
(...) «Sono andato a controllare il fascicolo e in effetti mi ricordavo bene. Gaetano Corallo, padre del Francesco Corallo che è stato segnalato al segretario generale, era nel 1990 ricercato in campo internazionale, in base ad un mandato di cattura internazionale del Tribunale di Milano per associazione per delinquere di tipo mafioso. Il nostro ministero di Grazia e giustizia aveva chiesto all'ambasciata a Washington di cercare di ottenere l'estradizione di Corallo, definito "pericolosissimo ricercato".

Non risulta dal fascicolo - prosegue il console nella e-mail di replica - se Corallo sia stato estradato in Italia. Risulta solo che sempre nel '90 presentò un appello contro la sentenza del Tribunale di Milano. Sul conto di Francesco Corallo, figlio di Gaetano, non risultano precedenti negativi, ma con una storia familiare, ancorché non personale, come quella sopra descritta, non mi sembrerebbe il migliore candidato per un incarico a console onorario».

 

Insomma, la segnalazione non trova una buona accoglienza oltreoceano, con il console Rocca che ritiene evidentemente non opportuno procedere alla nomina per via del padre. Che, per la cronaca, è stato sì condannato per associazione per delinquere, ma senza l'aggravante mafiosa, come ricordato da Gaetano Corallo al Giornale il 29 settembre.

Il carteggio però non si esaurisce. Seguono almeno altre due e-mail, nelle quali l'ufficio del segretario generale prima ringrazia Rocca «per la tempestiva e chiara risposta», poi pone altri quesiti sull'opportunità, più in generale, di procedere comunque alla creazione di un nuovo console a Saint Marteen, centro degli interessi caraibici di Corallo.

Proprio in uno dei ristoranti dei casinò di Corallo a Saint Marteen nel 2004 trascorse una serata Gianfranco Fini, accompagnato da una «delegazione informale» (amichevole) dell'allora Alleanza nazionale. È a questo punto che si innesca il racconto di Repubblica e di Annozero. Secondo i quali la faccenda prosegue con contorni da spy story. Dopo il primo diniego di Rocca, infatti, la jeep del console avrebbe preso misteriosamente fuoco mentre la guidava la moglie, scampata per miracolo al rogo.

 

L'INCHIESTA PARALLELA A QUELLA DI MONTECARLO...
Secondo Repubblica seguono anche minacce telefoniche alla feluca, che precedono l'invio dalla Farnesina di un secondo «sollecito» per la nomina a console di Corallo. Rocca rifiuterebbe anche stavolta, ma alla Farnesina non risulterebbe alcuna e-mail inviata a giugno.
«La questione si è chiusa con quel primo scambio di missive», spiega al Giornale una fonte ministeriale.

Per la Farnesina la questione è chiusa. Per la Procura di Roma, invece, sarebbe appena aperta. A piazzale Clodio, sempre secondo Repubblica, alla vicenda sarebbe stato dedicato un fascicolo d'indagine, parallelo a quello sull'affaire immobiliare di Montecarlo. E sulla (mancata) nomina di Corallo a console onorario, ci sarebbe persino un rapporto della Dea, passato ai magistrati italiani tramite Interpol.

 12-10-2010]

 

 

FINI TRAVAGLIATO - "il superlodo ’ad nanum’ che cancellerà i processi a B. - I finiani hanno già detto che lo voteranno. Ma, siccome si impancano a paladini della legalità – cioè della legge uguale per tutti –, sono un po’ imbarazzati nel sostenere una legge che rende uno, il solito, più uguale degli altri. Così annunciaNO “un sì, ma senza enfasi”. Del resto, secondo alcuni finiani, B. deve “governare senza condizionamenti giudiziari”. Ora i processi si chiamano così: “Condizionamenti giudiziari”....

Marco Travaglio per Il Fatto


Un allegro squadrone di linguisti e glottologi è asserragliato nelle segrete di Palazzo Grazioli e nelle redazioni di tg e quotidiani per trovare vocaboli e slogan accettabili da appiccicare alla prossima legge ad nanum che cancellerà i processi a B. Non son bastate le soavi espressioni "processo breve" (cioè morto) e "legittimo impedimento" (cioè illegittimo) a convincere gli italiani che la maggioranza non sta lavorando per Lui, ma per noi.

Dunque il sempre disponibile Michele Vietti, vicepresidente del Csm, per indorare la pillola del lodo Alfano costituzionale che farebbe del nostro l'unico paese occidentale dove il premier ha l'autorizzazione a delinquere, ha coniato lo stilnovistico "mettere in sicurezza il presidente del Consiglio".

Come se il premier fosse una fognatura da coibentare contro la fuoruscita di liquami puteolenti o un capannone industriale da mettere a norma con gl'impianti elettrici e antinfortunistici secondo la 626. L'espressione è subito piaciuta ai pompieri della sera: ieri il Corriere parlava di "mettere in sicurezza i processi del premier". Purtroppo, secondo tutti i dizionari, un conto è mettere in sicurezza qualcosa, un altro è cancellarlo. Ma l'importante è fregare la gente.

I finiani hanno già detto che il superlodo lo voteranno. Ma, siccome si impancano a paladini della legalità - cioè della legge uguale per tutti -, sono un po' imbarazzati nel sostenere una legge che rende uno, il solito, più uguale degli altri. Così Maurizio Saia, che li rappresenta in commissione Giustizia del Senato, annuncia "un sì, ma senza enfasi".

Avevano anche pensato di votare sì fischiettando l'Inno di Mameli, o facendo il muso lungo, o con un dito solo, o con una benda sugli occhi, o coi capelli spettinati, o "contestualizzando" secondo i dettami di mons. Fisichella, o a loro insaputa secondo l'uso di casa Scajola, o saltellando su una gamba, o indossando un berretto da Pulcinella, o con una mano davanti e l'altra dietro (il popolo di Internet si sta scatenando in un'ampia gamma di varianti possibili). Ma alla fine è prevalso il "sì senza enfasi". Quando accadrà, sarà un grande spettacolo. Del resto, secondo alcuni finiani, B. deve "governare senza condizionamenti giudiziari". Ora i processi si chiamano così: "Condizionamenti giudiziari".

Si spera che lo zio della povera Sarah non lo venga a sapere, altrimenti potrebbe chiedere di poter molestare e ammazzare il resto della famiglia "senza condizionamenti giudiziari". Che qualcuno insomma lo "metta in sicurezza". Casomai il lodo non arrivasse in tempo, comunque, La Stampa informa che "si ipotizza di inserire nel ddl anti-corruzione un capitoletto dedicato alla prescrizione", per accorciarla ancora un po' e ammazzare (anzi mettere in sicurezza) il processo Mills e tutti gli altri processi per corruzione.

Ma senza cambiare nome alla legge anti-corruzione: chiamarla pro-corruzione pare brutto, poi la gente capisce. In alternativa, rivela il Pompiere, si opterà per un "processo breve a impatto minimo": nel senso che cancella solo i processi a B. L'obiettivo, sostiene La Stampa, è "arginare il processo Mills": finora nel lessico giuridico i processi si istruivano e si celebravano. Ora invece si "arginano", manco fossero alluvioni, frane, slavine, valanghe, tsunami, insomma calamità naturali.

Del resto la legge del cosiddetto "processo breve" che estingue i processi dopo 6 anni e mezzo (cioè, statisticamente, tutti i processi, che in Italia durano in media 7-8 anni) si intitola "Misure per la tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi".

Prima o poi bisognerà, con l'aiuto dei linguisti di scuola arcoriana, riformulare il Codice penale articolo per articolo. Rapina a mano armata? No, "Prelievo bancario breve". Corruzione? "Legittimo emolumento". Furto con scasso? "Donazione non consenziente con lieve forzatura dei serramenti". Omicidio? "Vita breve". Uxoricidio? "Messa in sicurezza del celibato". Violenza privata del giornalista? "Stavamo a scherzà".10-10-2010]

 

 

NON SONO UNA CASA A SUA DISPOSIZIONE! - AGENTI IMMOBILIARI RONZANO INTORNO ALL’APPARTAMENTO DI MONTECARLO - SE OGGI IL “FANTOMATICO” PROPRIETARIO LO VENDESSE, RICAVEREBBE UNA PLUSVALENZA DI 1-1,5 MILIONI - CHE DOVREBBERO ANDARE ALLE CASSE DI AN, NON DEL CLAN TULLIANI (O DEL NOVELLO CLAN CASINÒ E LIBERTÀ) - IN OGNI CASO, FINCHÉ NON SI CHIUDE L’INCHIESTA PER TRUFFA, NATA DALL’ESPOSTO DE “LA DESTRA”, VENDERE LA CASA È REATO…

Fosca Bincher alias Franco Bechis per "Libero"

 

Se fosse stato celebrato un processo indiziario sulla proprietà della casa di Montecarlo, non ci sarebbe bisogno di grandi carte provenienti dai paradisi fiscali: qualsiasi tribunale italiano avrebbe sentenziato che quella casa è di Giancarlo Tulliani. Ci sono state condanne per omicidio in presenza di indizi assai meno forti di quelli che hanno già messo spalle al muro il cognato di Gianfranco Fini. Primo indizio, schiacciante: sul luogo del delitto, a Montecarlo, c'è lui e non altri.

Secondo indizio, non meno forte: la tecnica del delitto è stata suggerita proprio dal giovane Tulliani. È stato Gianfranco Fini infatti ad ammettere ufficialmente di avere venduto quella casa a una società che aveva trovato proprio il cognato. Altri indizi: dicono che sia sua il ministro della Giustizia dell'isola di Santa Lucia, l'amministratore della società proprietaria Timara in una e-mail inviata ai primi di agosto, l'impresa che ha fatto i lavori di ristrutturazione dell'appartamento, i dipendenti di un mobilificio che hanno venduto una cucina finita nel principato di Monaco, e perfino i vicini di casa.

 

C'è bisogno di una ulteriore prova? Forse della confessione, ma lì è inutile sperare. Certo - giusto per fare un esempio fra i tanti - Anna Maria Franzoni è stata condannata per omicidio del figlio in presenza di meno indizi forti di questi. L'esempio serve solo a fare capire cosa è un processo indiziario. Naturalmente Tulliani non è accusato di alcun omicidio: solo di avere graziosamente ricevuto dal partito del cognato presidente della Camera un appartamento (necessario a ottenere la residenza all'estero) a un prezzo di assoluto favore. Ma attenzione: si tratta di grande favore, come direbbero i matrimonialisti «rato e solo in parte consumato».

Solo in parte, perché Tulliani lì abita e probabilmente ha anche la proprietà della casa. Ma il vero vantaggio rischia di arrivare ora, con la scusa di obbedire al presunto diktat di Fini al cognato: «lascia quella casa!». Secondo gli abitanti dell'ormai celebre palazzo al 14 di Boulevard Princesse Charlotte negli ultimi giorni un agente immobiliare è venuto a fare visitare a presunti compratori quella casa che la contessa Anna Maria Colleoni lasciò in eredità ad Alleanza nazionale «per la buona battaglia».

 

Se questo atto fosse davvero compiuto, allora sì che si rischierebbe di vedere consumato fino in fondo il reato. Perché chi ha acquistato a 300-330 mila euro oggi potrebbe vendere nella peggiore delle ipotesi a un milione di euro in più. Ma forse anche guadagnandoci un milione e mezzo di euro. Somma che per il codice penale italiano sicuramente costituirebbe un illecito arricchimento indipendentemente da chi sia il proprietario della Timara Ltd.

Il caso però diventerebbe assai più grave dopo la vendita se il proprietario - come tutti gli indizi dicono - fosse proprio Tulliani. Perché quel milione-milione e mezzo di plusvalenza sarebbe stato sottratto ad Alleanza Nazionale per finire nelle tasche della famiglia Tulliani, cui è legato Fini da un sicuro vincolo sentimentale (non giuridico, visto che il presidente della Camera risulta ancora sposato con Daniela di Sotto). Quella vendita oggi farebbe ancora diventare più grave una vicenda su cui si sono addensate troppe ombre.

Con un'inchiesta in corso, che c'è davanti alla procura della Repubblica di Roma con l'ipotesi di truffa, si tratterebbe di sottrazione dell'oggetto del presunto reato. E in ogni caso quella casa o quella plusvalenza dovrebbe prendere una sola strada possibile: quella della tesoreria di Alleanza Nazionale, a cui la somma è stata sottratta colpevolmente o dolosamente. Di Alleanza Nazionale. Non del nuovo partito che stanno per fondare alcuni ex aderenti

 

 

[07-10-2010]

 

 

GUERRA TRA EX AN E FLI SUL TESORO DELLA CASA MADRE - in ballo 380 milioni di euro di asset, tra liquidità, attivo in bilancio e valore dei 70 immobili - la Russa e Gasparri intenzionati intanto a chiudere i rubinetti del finanziamento al Secolo, house organ un tempo di An ora di Fli - La PERINA scopre che: È VENDETTA (ma va?) - l’ex tesoriere Francesco Pontone, scaricato su montecarlo da gian-fregnone, presenta il consuntivo e lascia...

Carmelo Lopapa per "la Repubblica"

 

L´ordine di scuderia è congelare il tesoretto. Blindarlo e renderlo inaccessibile nella polverosa cassa di Alleanza nazionale. Quasi 380 milioni di euro di asset, tra liquidità, attivo in bilancio e valore dei 70 immobili.

L´input degli ex colonnelli che siedono alla destra di Berlusconi è semplice: evitare che anche solo il 30 per cento venga assegnato al neonato Futuro e libertà che già rivendica la propria quota. Ma i finiani, che hanno assoluto bisogno di risorse, non ci stanno. Si preparano a portare carte e libri contabili alla magistratura e a chiedere il commissariamento dell´intero patrimonio.

 

È solo l´ultimo, prevedibile fronte della guerra infinita tra nemici ormai acerrimi. Con i la Russa e Gasparri intenzionati intanto a chiudere i rubinetti del finanziamento al Secolo, house organ un tempo di An ora di Fli. E il direttore Perina che, coi fedelissimi del presidente della Camera, bollano la stretta come «ritorsione politica». Una cosa è certa. In mattinata, il premier Berlusconi ha incontrato a Palazzo Grazioli gli ex colonnelli La Russa, Gasparri, Matteoli, Alemanno.

È stata concordata in quella sede una tregua con gli avversari, anche sui conti di An. Tregua che fa il paio con rinvio di ogni discussione. E di ogni decisione. E infatti, per due volte - a metà giornata e in ultimo a sera - la riunione del comitato dei garanti di An che avrebbe dovuto iniziato a discutere del patrimonio e del giornale, è stata rinviata sine die.

 

Ufficialmente, per la richiesta del presidente dimissionario (l´ex tesoriere del partito) Francesco Pontone di tempo per presentare il consuntivo, prima di lasciare. Si dimetterà più in là. E per prenderne il posto, i berlusconiani Gasparri, La Russa e Matteoli hanno già scelto il senatore Giuseppe Valentino. Sono loro, d´altronde, a vantare ormai la maggioranza nel comitato: sei membri su nove.

Ma i finiani non mangiano la foglia e rivendicano subito almeno i 700 mila euro necessari a ripianare il disavanzo del Secolo. Ora quel rivolo di finanziamento pubblico si chiude, annuncia in diretta tv il coordinatore Pdl La Russa, rispondendo a Belpietro: «L´anno scorso il quotidiano da An ha avuto qualcosa come 3,6 milioni di euro. Per vivere ha bisogno di costi eccessivi: ritengo che un giornale debba vivere non con gli aiutini ma camminando sulle proprie gambe».

 

E dopo lui Valentino, in Transatlantico: «Sul Secolo vedremo, dobbiamo riflettere». Quelli di Fli capiscono l´antifona e partono al contrattacco. «Vogliono far tacere l´unica voce non berlusconiana nella stampa di centrodestra, un atto di disperazione politica» è la tesi di Carmelo Briguglio.

Ma a condurre la partita per i finiani è soprattutto il deputato e amministratore del Secolo, Enzo Raisi: «È una chiara vendetta politica, con la quale rischiano di far fallire e chiudere il quotidiano. E siccome quello è un bene di An e non vogliamo passare guai penali per colpa loro, porteremo i libri ai magistrati e chiederemo il commissariamento dell´intero patrimonio».

 

Tradotto: se non lo vogliono dividere, allora non saranno loro a gestirlo. Nell´immediato però vanno affrontate le difficoltà del giornale, alle prese anche con la stretta dei fondi per l´editoria di Palazzo Chigi.

«Da 55 anni, prima l´Msi e poi An ripiana i debiti del Secolo. Questo è un boicottaggio - protesta il direttore Perina - Ricordo ancora La Russa che urlava: "Meglio Libero o il Giornale, dobbiamo fare del Secolo una sorta di Padania, altrimenti meglio aprire una tv". La verità - continua - è che da quando abbiamo parlato di veline in lista, siamo stati sempre osteggiati, ben prima dello strappo di Fini: hanno dei problemi con le teste pensanti e non condizionabili. È il loro limite».

 

 

[07-10-2010]

 

 

 

“IO CONFESSO” - IL GIORNALISTA LIVIO CAPUTO RACCONTA LA VERA STORIA DELLO SCOOP: “MACCHÉ 007 DEVIATI, LO SCANDALO DI MONTECARLO L’HO SCOPERTO IO” - “UN MIO AMICO MI PARLÒ DELLA VICENDA E SCRISSI UNA MAIL A FELTRI E SALLUSTI PER INVITARLI AD INDAGARE” - “IN TANTI NON SAPENDO A COSA ATTACCARSI, CONTINUANO A VANEGGIARE DI DOSSIER E A ACCUSARCI DI SPARGERE FANGO. MA, COME PER IL WATERGATE, LA STORIA FINIRÀ COL DARE RAGIONE A NOI”...

Livio Caputo per "Il Giornale"

Premetto che mi sono sempre piaciute le storie di spionaggio. Quando ero militare, tanti anni fa, ho seguito il corso «I», che stava per informatore. E quando, molto tempo dopo, mi capitava di fare l'inviato nei Paesi comunisti, mi divertivo a mettere in pratica quello che avevo imparato sotto le armi per depistare i segugi che le autorità mi mettevano puntualmente alle calcagna.

Ma, con tutto ciò, non mi sono divertito affatto quando, dopo lo scoop dell'appartamento di Montecarlo, mi hanno virtualmente - e del tutto arbitrariamente - «promosso» a 007 in servizio permanente, per giunta «deviato». Come ha già scritto in più di una occasione Vittorio Feltri, con questa faccenda i servizi, i dossier, le spie e quant'altro è stato tirato in ballo non solo dai finiani che cercavano di difendere il loro leader, ma anche dalle sinistre e da una parte consistente della stampa nazionale, non c'entrano proprio niente.

 

Ecco come sono andate in realtà le cose. Nel pomeriggio del 21 luglio ho ricevuto una telefonata da un vecchio amico, fedele lettore del Giornale: «Livio - mi ha detto - nei giorni scorsi sono stato a Montecarlo e un italiano residente nel Principato mi ha raccontato una strana storia riguardante un appartamento lasciato in eredità ad An e in cui adesso si sarebbe insediata la famiglia Tulliani...».

«Stop - l'ho interrotto - con sette milioni di intercettati, come dice il nostro presidente del Consiglio, queste non sono faccende da trattare al cellulare. Vieni domattina a casa mia e ne parliamo». L'indomani è arrivato e mi ha riferito quanto aveva appreso. Il suo racconto mi ha convinto abbastanza da indurmi a mandare subito alla direzione la nota che Il Giornale ha già pubblicato una volta, che l'amico Sallusti ha mostrato anche in Tv, ma che nel contesto di questo racconto ritengo necessario riprodurre nuovamente, inesattezze comprese.

 

MEMO URGENTE DA LIVIO CAPUTO PER VITTORIO FELTRI E ALESSANDRO SALLUSTI
Un mio amico e lettore del Giornale (...) mi ha segnalato la seguente vicenda, che forse potrebbe essere di interesse per noi. Una dozzina d'anni fa una nobildonna bergamasca, la contessa Colleoni, ha lasciato in eredità ad Alleanza nazionale un appartamento di circa 75 mq., situato in Montecarlo, al pianterreno di rue Princesse Charlotte 14.

L'amministrazione di questo bene ha sempre fatto capo all'on. Donato Lamorte, fedelissimo di Fini, che per anni ha rifiutato qualsiasi offerta di affitto o acquisto. Nel 2009 invece, improvvisamente, l'appartamento, del valore stimato di 2 milioni di Euro, è stato ceduto alla società inglese Timara Ltd. per una somma da accertare, prontamente ristrutturato a cura della società Tecabat di Montecarlo e finito nelle mani di Elisabetta(?) Tulliani, la compagna di Fini, che ora vi risiede con tanto di nome sul citofono. Lo stesso Fini è stato visto più volte entrare e uscire dalla casa.

 

Il mistero, che toccherebbe al «Giornale» svelare, è duplice: 1) A che prezzo il tesoriere di An ha ceduto il bene (dovrebbe risultare dal catasto di Montecarlo)? 2) Chi si nasconde dietro la Timara? È un vera immobiliare, che poi ha affittato regolarmente la casa alla Tulliani, o con un gioco di prestigio il Lamorte ha messo l'appartamento a disposizione della compagna del suo capo?

 

Come si può vedere, gli elementi della storia c'erano già tutti, raccontati da un cittadino a un altro cittadino e poi riferiti a un giornalista che li ha doverosamente trasmessi alla sua direzione; c'era, perfino, l'indicazione che della ristrutturazione della casa si è occupata personalmente Elisabetta Tulliani, come è stato clamorosamente confermato martedì sera a Porta a porta. Sono stati poi bravissimi gli inviati del Giornale e gli altri colleghi che si sono interessati alla vicenda a correggere le imprecisioni, cercare conferme, trovare nuovi particolari: è stato un bell'esempio di giornalismo investigativo, raro di questi tempi, di cui vado fiero per la nostra categoria.

La mia parte, comunque, è finita con l'invio della nota informativa, e devo ammettere che non mi aspettavo di scatenare una tempesta di queste proporzioni. Ma ero, e sono più che mai convinto oggi, che nel trasmettere la denuncia dell'abuso ho reso un servizio non agli avversari politici di Fini, ma all'opinione pubblica in generale: grazie alla rivelazione dell'inghippo di Montecarlo, gli italiani avranno infatti modo, quando si andrà alle urne, di valutare meglio la figura di un protagonista della politica che si presenta come un campione della legalità e della correttezza, ma ha anche lui il suo bello scheletro nell'armadio.

 

In conclusione, come ci si sente a essere all'origine dello scandalo dell'estate? Bene, anzi benissimo, se non fosse per l'insistenza con cui tanti, non sapendo a cosa attaccarsi, continuano a vaneggiare di dossier e a accusarci di spargere fango. Ma, come accadde per il Watergate, la storia finirà col dare ragione a noi.

 

 

[07-10-2010]

 

 

MI PORTI UNA QUERELA A "PORTA A PORTA" - ELISABETTA TULLIANI SPERICOLATA: DICHIARA GUERRA A BRUNO VESPA - QUALCUNO LE DICA CHE ATTACCARE FINI VALE LA CARTUCCIA DI UN QUOTIDIANO, BRU-NEO VUOL DIRE UNA BOMBA MEDIATICA DI MILIONI DI PERSONE - ELY IN "SEGRETO" VEDE GIAN-FREGNONE ALLA CAMERA - ARIA DI PAX: SÌ DELLA RAI ALLA FICTION TV DI LADY BOCCHINO....

 

1- SÌ DELLA RAI ALLA FICTION TV DI LADY BOCCHINO...
Da "Libero" - Sì, certo la scelta dei conduttori di Sanremo, con relativa vittoria del direttore di Rai Uno, Mauro Mazza sul direttore generale della Rai, Mauro Masi, prima di tutto. Ma il cda di viale Mazzini che dà il via libera alla fiction dedicata ad Anita Garibaldi non è cosa da poco.Perché dopo ripetuti rinvii per questioni procedurali la mini-serie televisiva "Anita", essendo prodotta dalla moglie di Italo Bocchino, Gabriella Buontempo, è un "fatto" politico più che televisivo.

Evidentemente le «quote» invocate dai finiani, ancor prima che Futuro e Libertà diventasse ufficialmente un partito, non sono un'astrazione lessicale, ma un dato oggettivo. Sia pur a fatica e con rinnovati contrasti fra i consiglieri espressi dalla maggioranza, emersi nel corso della riunione, il consiglio di amministrazione ha concesso l'ok per la messa in onda della fiction prodotta dalla "Goodtime" di Massimo Martino e Gabriella Buontempo, moglie del deputato finiano.

 

Nelle scorse settimane la mancata autorizzazione del cda aveva scatenato una ridda di voci che facevano risalire il "no" di viale Mazzini al contingente momento politico. «Letture maliziose» secondo i diretti interessati, smentite a più riprese da parte di alcuni consiglieri per i quali il mancato via libera ad "Anita" era dovuto solamente a perplessità di carattere amministrativo-giuridiche.

 

Oltre a quella sulla moglie di Garibaldi, il cda ha dato l'ok anche per la messa in onda della fiction sul grande tenore Enrico Caruso, prodotta dalla Ciao Ragazzi, la società di produzione controllata da Claudia Mori, la moglie di Adriano Celentano, soffiando così un altro spazio a Luca Barbareschi.

2- LA TULLIANI QUERELA "PORTA A PORTA". E IN "SEGRETO" VEDE GIANFRANCO ALLA CAMERA
Da "Il Giornale" - Di ufficiale non c'è niente. Né comunicati, né lanci d'agenzia. Eppure il fatto sembra certo. Occhi indiscreti hanno colto l'attimo e documentato l'incontro, in terreno non neutrale ma istituzionale, della coppia più chiacchierata del momento. Perché dove altro può essere andata lady Tulliani in Fini dopo essere entrata alla Camera se non dal suo Gianfranco? Conferme, va ribadito, non ce ne sono.

Quel che è certo però è che ieri mattina Elisabetta è stata avvistata a Montecitorio: jeans, camicia bianca, per mano la figlia Carolina. Dal garage della Camera si è avviata, dopo aver scambiato due parole con i parcheggiatori, verso un'entrata laterale del palazzo. Sorridente e, almeno apparentemente, serena. Peccato che in serata sia uscita un'agenzia, questa sì ufficiale: Elisabetta aveva appena dato mandato al suo avvocato di querelare «Porta a Porta». Bruno Vespa si è detto sorpreso: «Ai Tulliani avevo offerto un collegamento in diretta per replicare».

 

 

[07-10-2010]

 

 

- ANCHE "REPUBBLICA" FA "KILLERAGGIO" E SPARA UN BEL PEZZO SUL CASO FINI-TULLIANI - 1/ LA STESSA OFF SHORE PER I DUE ROGITI - 2/le utenze dell’affittuario Tulliani domiciliate a casa Walfenzao - 3/I DUBBI DEL NOTAIO Aureglia, dopo aver firmato il primo rogito da 300 mila euro - 4/ ELISABETTO COSTRETTO A LASCIARE LA CASA - IL FISCO DEL PRINCIPATO ha già attivato un controllo sulle cifre pagate dalle società schermate (300 mila e poi 330 mila euro) e sul presunto valore dell’immobile....

Corrado Zunino per "la Repubblica"

 

Avenue Princesse Grace 31, un palazzo color ocra di diciannove piani che si affaccia sul Golfo di Larvotto. Questo è l'ultimo indirizzo che emerge nel giallo della Casa di Alleanza nazionale a Montecarlo. Tutto il primo piano si scopre dedicato a una società off-shore che si chiama Jason sam e si occupa, secondo statuto fondativo, di "Corporate management e servizi fiduciari". La Jason gestisce da Montecarlo, per esempio, pianificazioni immobiliari «per persone fisiche ad alto reddito».

Si muove con agilità, dice il sito web dell'azienda, alle Antille olandesi e a Santa Lucia, l'isola dove nel 2008 sono state fondate a poche ore una dall'altra le due società off-shore - Printemps ltd e Timara ltd - che acquisteranno in successione l'appartamento dove per due anni ha vissuto il cognato di Gianfranco Fini, Tulliani jr.

 

Al primo piano del palazzo ocra ha posto la sua residenza Susan Elizabeth Beach: nel secondo rogito "off-shore", attraverso la Jason, la donna ha rappresentato la società Timara, ovvero l'ultima acquirente (per 330 mila euro) della casa in Boulevard Princesse Charlotte 14.

 

Bene, nella stessa Jason - si scopre - lavora quel Bastian Antoine Izelaar che al primo rogito rappresentava la Printemps: fu lui ad acquistare la casa da Alleanza nazionale per 300 mila euro e a girarla - con un guadagno di soli 30 mila euro - alla stessa Timara della Susan Beach. Acquirente e venditore della casetta in cui ha vissuto Gian Carlo Tulliani, quindi, lavorano insieme, ed entrambi nell'orbita del grande broker silente James Walfenzao. Già.

Al primo piano del palazzo ocra si apre la porta della misteriosa Jason: «Non abbiamo niente da dire», richiude, agitata, una signora di mezz'età. Quest'ultimo dettaglio - acquirente e venditore operano nella stessa società - arriva dopo la mail di Walfenzao che definiva il cognato di Fini «un nostro cliente» e la pubblicazione della nota del ministro di Giustizia di Santa Lucia che lo definiva invece il "beneficiario" delle off-shore. E poi ci sono le utenze dell'affittuario Tulliani domiciliate a casa Walfenzao, che in Avenue Saint Roman 7 possiede un villone (oggi disabitato).

 

Gli avvocati del ragazzo, lo studio Izzo, replicano: «La prova dell'innocenza non va chiesta a Tulliani, sono gli accusatori che devono trovare la pistola fumante. Noi sosteniamo da sempre che il nostro assistito ha un rapporto con le società off-shore solo come affittuario». La famiglia Tulliani, su insistenza di Elisabetta, in queste ore ha spedito a Montecarlo conoscenti fidati: vuole liberarsi della maledetta casa nel modo più indolore.

 

Nel Principato di Monaco c'è infine lo studio della famiglia notarile Aureglia-Caruso. È in Boulevard des Moulins 4, sopra il casinò e il Cafè de Paris frequentati con assiduità dal ragazzo con la Ferrari nera.

Paul Louis Aureglia, dopo aver firmato il primo rogito da 300 mila euro, è andato in pensione. A una festa con amici si lasciò scappare qualche dubbio su come è stata gestita la vicenda. La figlia, Nathalie, ha ereditato l'ufficio e assistito al rogito due, la vendita da 330 mila euro. È stato lo stesso Walfenzao in una mail confidenziale a chiamare in causa i notai: «Aureglia mi ha assicurato che a lui il prezzo stava bene e che avrebbe garantito sui problemi fiscali».

Già, in un Principato che non fa pagare tasse sulla casa ma solo sul rogito (il 9%), i servizi fiscali hanno già attivato un controllo sulle cifre pagate dalle società schermate (300 mila e poi 330 mila euro) e sul presunto valore dell'immobile nel centro di Montecarlo (secondo alcuni più alto). Nelle casse del Fisco monegasco mancherebbero 250 mila euro. Li dovranno versare le due off-shore di Walfenzao. Meglio, le persone che quelle società-canaglia controllano.

 

 

 [05-10-2010]

 

 

2 -ALLA FINE DI QUESTO IMMENSO CASINO DI MONTECARLO C'È IL RISCHIO CHE A PAGARE PER TUTTI SIA UNA POVERA GIORNALISTA CHE COLLABORA AL SITO "GIOCOEGIOCHI.COM". IN UN ARTICOLETTO LA FANCIULLA HA AVUTO L'ARDIRE NEI GIORNI SCORSI DI INDICARE IN CORALLO E LABOCCETTA DUE ARTEFICI DELLA DESTRA D'AZZARDO
Nella cucina della politica e dell'opinione pubblica, il piatto di Montecarlo è diventato quasi ininfluente e incomprensibile.

 

Sono tanti e tali i nomi scaraventati in questa vicenda da far perdere il filo della chiarezza. Ieri sera Mentana ha rivelato che la trama ha avuto origine a febbraio di quest'anno, ma nel groviglio di società offshore e di personaggi misteriosi è difficile raccapezzarsi.

Ogni giorno qualcuno dei soggetti chiamati in causa minaccia querele e c'è chi come il direttore dell'"Avanti!", Valter Lavitola, teme di essere arrestato dai ministri loquaci di Santa Lucia. Oggi è la volta di un altro personaggio misterioso, Gaetano Corallo, detto Tanino, il 75enne che secondo i giornali del Cavaliere sarebbe il grande vecchio del gruppo Atlantis specializzato nei giochi delle slot machines.

 

Questo Corallo dai precedenti pericolosi che lo hanno portato a rifugiarsi a Miami nel 1983, dichiara a "Il Giornale" di Feltri-Sallusti di avere le idee chiare sul proprietario dell'alloggio di Montecarlo. Poi parla di Walfenzao, un altro personaggio misterioso balzato alla cronaca, amico di suo figlio e del deputato Laboccetta. Alla fine dell'intervista si legge che in tarda serata l'avvocato di Corallo ha minacciato querela qualora "Il Giornale" avesse proceduto alla pubblicazione.

 

Questa minaccia è caduta nel vuoto come è probabile che cadano nel vuoto le numerose querele che sono state annunciate nei giorni scorsi.

Alla fine di questo immenso casino che comincia a provocare una forte nausea, c'è il rischio che a pagare per tutti sia una povera giornalista di nome Claudia Cencini, che collabora al sito "giocoegiochi.com". In un articoletto che riprendeva in gran parte un articolo di "Repubblica", la fanciulla ha avuto l'ardire nei giorni scorsi di indicare in Corallo e Laboccetta due artefici della destra giocherellona. Subito è scattata la querela nei confronti dell'editore del sito "giocoegiochi.com" che fa capo alla società di Terni "Ltm Network".

 

Con una raccomandata spedita venerdì stesso lo studio di Catania dell'avvocato Lino Barreca ha annunciato "querela penale per il reato di diffamazione aggravata" a difesa del fantomatico signor Corallo e del deputato napoletano.

01.10.10

 

IL SENSO DEL "BOSS" CORALLO PER I TULLIANOS - "Anche i bambini hanno capito com’è andata questa storia, di chi è la casa, chi la occupa" - silenzio! parla il Grande Vecchio del gruppo Atlantis, specializzato nel racimolare miliardi con le slot machine, guidato dal figlio Francesco, che ha come "amministratore" Walfenzao, sul quale dice: "Chi va da lui lascia tracce" - L’intervista non ha avuto il via libera finale di Corallo, ma Chiocci aveva registrato tutto e se n’è giustamente sbattuto

Gian Marco Chiocci per "Il Giornale"

 


«Pronto? Buonasera, sono l'asseritamente "boss" Corallo, tirato in ballo per le vicende dei Caraibi e la casa di Montecarlo. Ho letto su alcuni giornali che sarei latitante chissà dove. Bene. Volevo comunicarle che domani mi costituisco all' Ansa, così tutti potranno essere informati sul mio effettivo stato di cittadino, libero, con passaporto, senza alcuna pendenza giudiziaria. Se non l'avesse capito glielo spiego meglio: non sono latitante, io».

L'esordio è tutto un programma. Gaetano Corallo, detto Tanino, 75 primavere, condannato a sette anni per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione nella vicenda dei casinò di Sanremo, sospettato di frequentazioni pericolose nel 1983 quando scappò a Miami per sfuggire a un retata sul clan Santapaola, è di nuovo sui giornali per le vicende del quartierino del Principato di Monaco.

 

Perché, stando ai resoconti giornalistici e giudiziari, Corallo senior sarebbe il Grande Vecchio del gruppo Atlantis, specializzato nel racimolare miliardi con le slot machine, guidato dal figlio Francesco, che ha come «amministratore» James Walfenzao, il procuratore della Primtemps che l'11 luglio del 2008 acquistò l'appartamento da An e che indirettamente compare nelle varie società che controllano la Timara Ltd, a tutt'oggi proprietaria dell'immobile monegasco.

Walfenzao, a cui il cognato del presidente della Camera domicilia le sue utenze personali, è anche la «fonte» del governo di Saint Lucia che indi­ca proprio in Giancarlo Tulliani il vero proprietario della casa di Boulevard Princesse Charlotte. Il resto della storia, compreso il pranzo di Fini al suo ristorante, ce lo racconta lui, assistito dall'avvocato Giuseppe Lipera.

Signor Corallo, lei cosa sa di questa storia?
«Poco o niente».

 

Cominciamo male. Il gruppo Atlantis, diretto da suo figlio, a causa dell'amministratore Walfenzao, suo malgrado è finito col ricoprire un ruolo di primo piano nella vicenda che si snoda fra Roma, Montecarlo, Santo Domingo e Saint Lucia...
«Allora. Mio figlio, con il quale non parlo più per questioni familiari, è incensurato. Il sottoscritto ha pagato il suo debito con la giustizia, mi hanno arrestato a Miami, in Florida, estradizione respinta per mancanza di indizi, poi sei anni condonati, otto mesi di affidamento in prova a Roma, ho un certificato di carichi pendenti pulito, e quindi...».

Va bene. Le chiedevamo cosa sa di Montecarlo...
«So quel che leggo dai giornali, anzi dal vostro giornale. E cioè che la verità è quella che scrivete voi».

 

Scriviamo tante cose signor Corallo. A cosa, in particolare, si riferisce?
(ride) «La prego, su. Come posso dire... Mi fa pena questo presidente della Camera, non vorrei infierire su uno che sta già così male».

Lei lo ha conosciuto?
«Io no, io».

Lo sa che c'è una fotografia che ritrae il presidente Fini, nel 2004, nel suo ristorante ai Caraibi, nell'isola di Saint Martin. Lo stesso Amedeo Laboccetta, deputato di An ora nel Pdl, ci ha confermato che nel suo ristorante, oltre all'attuale presidente della Camera, c'era anche Francesco Cosimi Proietti, detto Checchino, ex braccio destro di Fini ed oggi parlamentare di Futuro e libertà. Non neghi l'evidenza.
(lungo sospiro) «Non è il mio ristorante, ma è il ristorante di mio figlio. Conosco Laboccetta perché conosco la famiglia, la moglie, la madre della moglie quando ancora erano fidanzati».

Almeno l'onnipresente Walfenzao lo conosce?
«Lo conosco, certo, è una persona per bene. Un professionista serio. Era direttore di una banca a Saint Martin - dove vive mio figlio e dove Laboccetta va in vacanza - , poi si è dimesso e l'ho rivisto solo recentemente a Miami, dove lui s'è fatto un ufficio per gestire queste società off- shore».

 

E non sa che l'uomo cardine dell'intrigo monegasco è anche l'amministratore e consulente nella vostra Atlantis World che grazie ad An avrebbe ottenuto benefici in Italia per delle concessioni, come rivela l'inchiesta di Potenza sui Monopòli, dove proprio Checchino Proietti finisce intercettato?
«Dovreste chiedere a mio figlio perché io ne so poco delle vicende dei monopoli. Non so cosa sia successo su Montecarlo, potrebbe essere che hanno usato lo stesso studio di James Walfenzao che poi ha aperto una succursale pure nel Principato dove è scoppiato tutto questo scandalo».

 

E dove Tulliani, al suo amico Walfenzao, gira pure la posta...
«Appunto».

E lei è pronto a giurare che lo zampino di suo figlio non spunti...
«Guardi, sinceramente... Io non credo. Non vedo che interesse potrebbe avere mio figlio, che è un imprenditore affermato, a fare un'operazione del genere».

Magari per fare un favore a qualche amico o ad un amico di un amico...
«Ma non è che può fare il mediatore lui».

 

Lui no, ma Walfenzao sì...
«Può essere, ma io non lo so. Leggendo tutto quello che scrivete, i documenti che pubblicate, le società e i nomi che si rincorrono, verrebbe da pensare come la pensate voi. Io, però, non credo».

E cosa crede?
«Credo che non serve a niente fantasticare su cose indimostrabili. È la sostanza quella che conta».

 

E qual è per lei questa benedetta «sostanza» signor Corallo?
«Anche i bambini hanno capito com'è andata questa storia, di chi è la casa, chi la occupa. La off-shore serve a nascondere il reale compratore, non si scappa. Chi ha il pacchetto delle azioni al momento è il proprietario ma non è detto che non si possa risalire al primo proprietario, quello della cessione della casa da An alla società. Una traccia resta sempre, non è che un fantasma bussa, che so, va da Walfenzao e costituisce una società. Ci dev'essere qualcuno che fisicamente si presenta, nome e cognome».

Ed è rintracciabile questa traccia?
«Penso proprio di sì».

Ps: Ieri, in tarda serata, dopo aver riletto l'intervista (ovviamente registrata) all'avvocato di Corallo e averne ottenuto il via libera alla stampa, siamo stati raggiunti da una telefonata dello stesso Corallo che minacciava querela qualora avessimo proceduto alla pubblicazione. Se l'intervista è in pagina è per il doveroso rispetto al nostro lavoro e al dovere di informare i lettori di fatti comunque di interesse pubblico. [30-09-2010]

 

 

LAVITOLA: “IO HO La PROVa in una mail inviata da Walfenzao che dimostrerebbe come Giancarlo Tulliani sia il beneficiario di Timara e Printemps” - la mail sparata dall’editore dell’"Avanti" è stata confermata dal ministro della giustizia francis ed è negli incartamenti del dossier - La verità è quindi solo questione di ore? "Non farò nulla prima che abbia parlato Berlusconi"...

Francesco Semprini per "La Stampa"

 

Un blitz tra Caraibi e Centro America per posizionare gli ultimi tasselli del mosaico «Affaire Montecarlo», un giallo con soluzione a tempo determinato. Il protagonista è Valter Lavitola. Pantaloni beige e camicia blu di lino, l'editore-direttore dell'Avanti! si presenta dinanzi al ministro della Giustizia di Saint Lucia col taschino gonfio di carte, sono le «smoking gun», le prove che dimostrerebbero come Giancarlo Tulliani sia il beneficiario di Timara e Printemps, le due off-shore mediatrici nella compravendita dell'appartamento monegasco una volta proprietà di An.

 

E' appena arrivato sull'isola caraibica dove si muove a bordo di due van assieme ad altre cinque persone tra cui José Antonio Torres di el Nacional, il quotidiano di Santo Domingo che per primo ha pubblicato la lettera con la quale Francis informava il premier sull'esito dell'indagine preliminare. «La soluzione del caso è in una mail inviata da James Walfenzao a Michael Gordon», messaggio che, come conferma l'Attorney General, è negli incartamenti del dossier.

Come Lavitola sia arrivato a sbrogliare il bandolo della matassa ce lo spiega più tardi, sotto i portici dell'Auberge Seraphine di Castries. «Sto lavorando a un'indagine di tutt'altro genere», una storia di riciclaggio di denaro con una società di Costa Rica che ha sede a Napoli, dove «ci sono in ballo molti soldi in contanti». E' su questo filone che si innesta quello monegasco.

 

«Per puro caso - spiega l'editore dell'Avanti! - dopo che era scoppiato il caso, una persona ci dice che tra le prove raccolte nell'ambito dell'inchiesta madre», c'era un carteggio che riguardava la vicenda che vedeva coinvolto il cognato del presidente Gianfranco Fini. E' questa la genesi dell'indagine che porta Lavitola un paio di volte ad atterrare a Saint Lucia, l'ultima due giorni fa mentre Francis convocava la conferenza stampa.

«Ci siamo visti con i miei collaboratori a Puerto Rico e poi siamo venuti qui», spiega. «Avevo saputo che l'indagine era chiusa, e sono venuto per chiedere un'intervista al ministro, e così ho saputo dell'incontro». Perché ingaggiare proprio Torres? «E' uno dei migliori e se anche fosse un velinaro come qualcuno dice, che problema c'è?». Ma il documento sul suo tavolo come è arrivato? «Attraverso un free press dal Guatemala». Mario Sanchez? «Una persona dello staff. Non mi piace citare le fonti».

 

Poi la dissertazione sulla «smoking gun»: «La mail sta qui, ma non la faccio vedere: è un documento che voglio pubblicare prima sull'Avanti!». Ma parla di Tulliani? «Poi la vedrete». Si capisce che parlano di lui anche se non c'è? «Compratevi l'Avanti!». Per Lavitola il giallo di Santa Lucia ruota attorno all'Ocse: «Il governo vuole uscire dalla lista nera dei paradisi fiscali, ma di punto in bianco tra le mani del premier Stephenson King scoppia il caso perché qualcuno interno ha fatto girare questo documento».

Quindi nessuna pressione per aprire l'inchiesta? «Credo di no», dice Lavitola: nella sua testa la soluzione del caso è «sicura al 99,9%». «Secondo me è stato Gordon che ha parlato con il governo. E' un magistrato di 71 anni, molto importante, sta per passare l'attività al figlio e non vuole problemi».

La presunta negligenza di Tulliani, che avrebbe nascosto a Walfenzao la sua parentela con un politico, è diventata una mina vagante quando «qualcuno ha preso questo documento e se lo è portato in Guatemala facendo scoppiare il bubbone».

 

Ed è lì che Lavitola si è recato ieri per avere l'ultimo elemento con cui si chiuderebbe il cerchio. Chissà quanto costano tutti questi giri? Il direttore dice di aver pagato 32 mila euro sino ad oggi: «Sono attento nelle spese e l'Avanti! vende sempre più copie». E a Bocchino che lo accusa di essere l'autore della lettera «patacca» risponde: «Italo ha avuto un esaurimento nervoso, prima lo ritenevo un amico. Io non ho mai fatto querele, non riesco ad aver l'animo di fare una querela, in ogni caso ci voglio parlare e poi temo che lo querelerò».

La verità è quindi solo questione di ore? «Non farò nulla prima che abbia parlato Berlusconi». Berlusconi l'amico di sempre. «Lo conosco molto bene, da prima dei tempi di Forza Italia. L'ultima volta l'ho visto la settimana scorsa. Mi ha detto: ma te proprio non riesci a tenerti fuori dai casini».

Hanno anche parlato di questa storia ma il direttore smentisce di star indagando per lui: «Di Berlusconi si può dire tutto meno che è scemo. Io, un amico di Berlusconi, che fa un'indagine su Fini commissionata da Berlusconi? Ci puoi anche non credere ma delle volte esistono anche rapporti personali». E sui fatti del Brasile dice: «Ero lì quando è venuto, ma i gozzovigli alla tarantina maniera di cui si è parlato sono solo montature».

 

Non rimane quindi che comprare l'Avanti! il 30 settembre? «Aspetta un secondo. Sto cercando di capire qual è il danno che viene provocato da questa cosa. In alcuni casi certe cose non riesco a farle, non escludo che prendo tutta 'sta roba, ci faccio un fiocco sopra e la butto in acqua».

L'incertezza diventa certezza ore dopo, quando Lavitola in partenza verso l'Italia fa sapere che giovedì usciranno i primi dossier dell'inchiesta, ma di quella madre, quella sul riciclaggio. E l'affaire monegasco? Forse non se ne fa nulla, o meglio si dovrà attendere la fine delle indagini. Lavitola nel corso della sua tappa guatemalteca è stato «raggiunto al telefono dalla polizia» di Saint Lucia: «Se pubblichi quei documenti - gli hanno detto - qui non metti più piede, verrai arrestato per inquinamento delle indagini». [29-09-2010]

 

 

CHI HA FIRMATO, nel 2004, la licenza per l’Atlantis di corallo e laboccetta e walfenzao, oggi travolti dal caso tulliani, per poter spacciare in tutta Italia le slot machines? - Mario Baldassarri, all’epoca vice-ministro alle Finanze, come abbiamo scritto? no, abbiamo SBAGLIATo tra i tipini fini: fu il sottosegretario all’Economia con la delega sul settore giochi, Manlio Contento, all’epoca di allenaza nazionale....

1- BALDASSARI PRECISA: MAI AVUTO DELEGA SUL SETTORE GIOCHI E SLOT MACHINES...
Riceviamo e pubblichiamo:

 

Caro D'Agostino,
sul suo sito è apparsa ieri una notizia priva di fondamento che mi riguarda.
Si dice infatti che "L'Atlantis ottiene la licenza di spacciare in tutta Italia le slot machines grazie ad una firma del finiano Mario Baldassarri, nel 2004 vice-ministro alle Finanze".

Il sottoscritto è stato vice-ministro dell'Economia dal 2001 al 2006 e non ha mai avuto alcuna delega che riguardasse il settore dei giochi, né ha avuto deleghe di firma neanche sulle tematiche a lui espressamente delegate. Pertanto è assolutamente falso affermare che grazie ad una mia firma si sia potuta attivare una procedura di concessione relativa al settore dei giochi.

Spero in una sua doverosa presa d'atto e di una smentita della notizia priva di fondamento apparsa sul suo sito.
Cordiali saluti,
Mario Baldassarri

 


2- LE SLOT MACHINE DI STATO ALLA FAMIGLIA CORALLO ECCO «I GIOCHI» DI SINISCALCO. CON LA AWG I DUE FIGLI DEL PREGIUDICATO TANINO CONTROLLANO UN TERZO DEL MERCATO DA 4 MILIARDI
Sandro Orlando per "l'Unità" del 3 dicembre 2004

Dopo la depenalizzazione del falso in bilancio, lo scudo fiscale a copertura degli evasori, il condono dei reati di riciclaggio e la sanatoria per gli abusi edilizi, il governo di Silvio Berlusconi si sta preparando a legalizzare anche i giochi d'azzardo, per racimolare qualche altro spicciolo. Al Capone avrebbe sicuramente approvato.

Nella relazione tecnica che il ministro Domenico Siniscalco ha inviato al Senato della Repubblica, insieme al testo della finanziaria, viene infatti descritto il progetto di un «gioco con partecipazione a distanza», e cioè via Internet, che sarà istituito a breve.

 

Per arrestare la proliferazione delle scommesse clandestine e dei videopoker illegali, che sempre più spesso si avvalgono del web come canale di diffusione, il Tesoro ha insomma deciso di misurarsi sullo stesso terreno. Stanno così per nascere i casinò di Stato, anche se per il momento saranno limitati all'online, come ha precisato ieri il sottosegretario all'Economia con la delega sul settore, Manlio Contento, in occasione della Convention dei Monopoli in programma a Roma, aggiungendo che il regolamento attuativo dei nuovi "giochi a distanza" sarà pronto tra qualche mese.

Se il principio è che «ogni euro raccolto con il gioco è un euro in meno che viene dalla fiscalità generale», come ha sintetizzato il direttore generale dei Monopoli, Giorgio Tino, allora tanto vale mettersi a competere con i biscazzieri veri e propri. E chi può farlo meglio del figlio di un biscazziere?

Deve essere stato questo ragionamento a spingere il catanese Carmelo Maurizio Corallo, 42 anni, erede del pregiudicato Gaetano Corallo, detto Tanino, condannato nel '99 in via definitiva a sette anni di carcere per associazione a delinquere e corruzione nell'ambito della scalata ai casinò di Sanremo e Campione, ad avviare ai primi di ottobre una nuova società, la Awg Italia, insieme al francese Bernardo Joyeusaz.

 

Una piccola Srl domiciliata a Roma, al numero 212 di via Cola di Rienzo, che come oggetto sociale si è scelta - guarda un po' - proprio «il coordinamento e la disciplina delle attività per lo studio di fattibilità di una rete telematica dedicata ai videogiochi».

E non è un caso, visto che Awg sta per Atlantis World Games, e cioè la compagnia olandese che gestisce casinò a Saint Marteen e Santo Domingo, e di cui è socio l'altro figlio di Tanino, il 44enne Francesco Corallo, incensurato come il fratello. Attraverso la Atlantis, che in Italia è rappresentata da Joyeusaz, i due Corallo boys si sono già accaparrati una bella fetta del nascente mercato delle slot machine che il Tesoro ha inaugurato lo scorso mese.

Un business che già vale 4 miliardi di euro, e garantisce allo Stato un introito del 13,5% su ogni giocata. Mettendosi in affari con la Saparnet di Domenico Distante, che contemporaneamente è anche il capo del maggior sindacato di categoria (Sipar), i figli di Tanino sono infatti riusciti a mettere le mani su circa un terzo delle 130 mila macchinette già entrate in esercizio nei bar e locali del paese.

 

E chissà se avranno contato anche le amicizie altolocate del padre, che negli anni d'oro delle scalate ai casinò frequentava contemporaneamente un tale Marcello Dell'Utri, il boss mafioso Nino Santapaola e l'allora sindaco di Imperia Claudio Scajola. Certo è che per loro si prepara adesso un'altra manna, con l'arrivo dei giochi su Internet. Il ministro Siniscalco calcola che porteranno nelle casse del Tesoro fino a 800 milioni in tre anni. Ma i nuovi giochi - ha sottolineato il titolare di via XX settembre - serviranno soprattutto a combattere l'illegalità. Gli eredi del biscazziere catanese sapranno certamente essere d'aiuto

3 - CHI è MANLIO CONTENTO...
Da "Wikipedia" - Manlio Contento (Sedegliano, 19 ottobre 1958) è un politico italiano. Laureato in Giurisprudenza, svolge la professione di avvocato.

Nel 1996 è eletto alla Camera dei deputati per Alleanza Nazionale. È menbro della 6° Commissione permanente (Finanze). Nel 2001 è confermato alla Camera dei deputati. È nominato Sottosegretario del Ministero dell'Economia e delle Finanze nel secondo e terzo governo Berlusconi. Nel 2006 viene riconfermato alla Camera dei deputati. Nel 2008 viene di nuovo riconfermato alla Camera dei deputati. 28-09-2010]

 

 

1- ROBERTO SAVIANO DIFENDE GIANFREGNONE FINI: "E SE ANCHE LA CASA FOSSE SUA? INTANTO È STATA COMUNQUE PAGATA. CERTO NON È ELEGANTE, MA DOVE È L’ENORMITÀ? IN UN GOVERNO DOVE C’È UNO COME COSENTINO, COINVOLTO IN INCHIESTE SULLA CAMORRA), SI RISCHIA DI INGIGANTIRE UN EPISODIO CHE È NULLA IN CONFRONTO ALLE ACCUSE MOSSE NEI CONFRONTI DELL’EX SOTTOSEGRETARIO DI BERLUSCONI" - 2- LAVITOLA: "CON UNA MAIL AL GOVERNO DI SANTA LUCIA, WALFENZAO SCARICò TULLIANI" - 3- IL GIALLO DEL BODY-GUARD DI “ELISABETTO”. AL MOMENTO NON RISULTA UN’ASSEGNAZIONE DI SCORTA EFFETTUATA DALLE AUTORITÀ PREPOSTE (è STATO IMPOSTO DA FINI?)

1- SAVIANO DIFENDE L'EX LEADER DI AN: "DOV'È L'ENORMITÀ? LA MACCHINA DEL FANGO FUNZIONA BENE E FA SPAVENTO"...
Da "Il Messaggero

 

Roberto Saviano difende Gianfranco Fini. L'autore di "Gomorra" e simbolo della lotta alla Camorra, interviene nel dibattito sulla vicenda della casa di Montecarlo e si dice convinto che il caso sia stato montato ad arte e che tutta la questione sia nulla rispetto ad altri guai giudiziari che hanno colpito esponenti del governo e della maggioranza. «Nel caso di Fini - dice Saviano a "Repubblica Tv" - io mi chiedo: e se anche la casa fosse sua? Intanto è stata comunque pagata. Certo non è elegante, ma dove è l'enormità? In un governo dove c'è uno come Cosentino (l'ex sottosegretario pdl coinvolto in inchieste sulla Camorra, ndr), si rischia di ingigantire un episodio che è nulla in confronto alle accuse mosse nei confronti del sottosegretario».

 

Secondo lo scrittore, la spiegazione è una sola: «La macchina del fango sembra essere l'unica struttura che funziona puntuale in questo Paese. Studiando questa macchina, quando mi sono occupato del caso delle intercettazioni di Cosentino, che tentava di screditare Caldoro (governatore pdl della Campania, ndr), mi sono reso conto che è impressionante. Ci sono affinità tra quel caso e quanto accaduto a Boffo o a Fini. Dietro c'è un metodo ed è l'analisi di questo metodo che spaventa. Il messaggio è: siamo tutti zozzi, tutti uguali a prescindere da quello che facciamo».

2- LAVITOLA: CON UNA MAIL AL GOVERNO DI SANTA LUCIA, WALFENZAO HA SCARICATO TULLIANI
Giusi Fasano per il "Corriere della Sera"

 

Un tempismo perfetto, quasi sospetto. Valter Lavitola arriva all'ultimo istante alla conferenza stampa convocata a sorpresa dal ministro della Giustizia di Santa Lucia Lorenzo Rudolph Francis. E in tasca ha una email: il colpo di scena.

Un passo indietro: Lavitola è l'editore di Avanti ma soprattutto è l'uomo individuato dai finiani come autore del documento che attribuisce a Giancarlo Tulliani, cognato di Gianfranco Fini, la titolarità delle società off shore (Printemps Ltd e Timara Ltd) che sono coinvolte nel caso Montecarlo.

 

Ieri pomeriggio alle cinque, nella stanza della presidenza del Consiglio, nessuno sapeva chi fosse quando si è presentato: «Sono Lavitola, signor ministro. Vorrei che lei rispondesse sinceramente, ma davvero sinceramente, a una domanda: è vero che fra i documenti della vostra indagine preliminare esiste una email fra Walfenzao e Gordon? È vero che risale ai primi giorni di agosto?» La risposta arriva con un sorriso: «Sì, è così». E ancora: «È vero che è determinante per provare che Tulliani è legato alle due società?» «A questo non posso rispondere».

 

Eccolo, il colpo di scena. La famosa email di cui Lavitola aveva già parlato in più di un'intervista e la conferma del ministro. Ancora un passo indietro: Walfenzao è James Walfenzao, l'uomo chiave per tutte le società che riguardano lo scandalo di Montecarlo, e Gordon è Michael Gordon, avvocato dello stesso studio legale nel qual hanno sede la Printemps e la Timara, in Manoel Street 10.

 

Lavitola giovedì sera ad «Annozero» era stato accusato dal capogruppo di Fli alla Camera, Italo Bocchino, di essere responsabile di «dossieraggio» contro Fini e il giorno dopo era stato a Palazzo Grazioli. Ieri è sbarcato a Castries, la capitale di Santa Lucia, giusto in tempo per farsi dare una risposta dal ministro Francis il quale nella sua conferenza stampa premette: «Ho deciso di ricevervi perché possiate fare tutte le domande che volete ma vi prego da oggi in poi basta. A Santa Lucia non amiamo questo genere di intrusioni».

 

Il ministro dice anche che di email Walfenzao-Gordon nel suo fascicolo ce n'è più di una. È Lavitola che, a microfoni spenti, più tardi, spiega il contenuto di quella che secondo lui è «determinante»: sarebbe Walfenzao a scrivere a Gordon e a lamentarsi per le notizie di stampa che parlano di rottura fra Fini e Berlusconi in Italia. Secondo Lavitola Walfenzao dice: «La sorella di un nostro cliente italiano ha un forte rapporto con uno dei due».

E questo è un guaio, stando alla ricostruzione di Lavitola, perché il legame con un politico «è informazione sensibile e dovrebbe essere un dato denunciato ufficialmente quando si costituisce una società. Invece Tulliani l'ha tenuto nascosto e quindi, quando Walfenzao e Gordon hanno sentito dello scandalo si sono incazzati con lui. Secondo me è stato Gordon ad andare dal governo e suggerire di aprire l'inchiesta, per scaricare Tulliani».

3- IL GIALLO DEL BODY-GUARD DI "ELISABETTO", IMPOSTO DA FINI
Franco Bechis per "Libero"

 

Altro, più di un metro e 90. Magro. Capelli castani, leggermente brizzolati. Fasciato da un completo blu, cravatta blu di ordinanza. Armato. All'orecchio un auricolare spesso e trasparente che lo tiene in contatto con una centrale operativa. Di lui non si conosce altro. Se non un fatto: da qualche settimana quell'uomo è l'ombra di Giancarlo Tulliani a Roma e in Italia. Lo accompagna a Valcannuta. Lo accompagna dal commercialista di fiducia, Luciano Fasoli, in viale Mazzini.

 

Siede davanti a fianco dell'autista nelle auto a noleggio che il cognato di Gianfranco Fini affitta. Vetri posteriori oscurati o dotati di una tendina da tirare giù. Quell'uomo misterioso è un agente di scorta, non c'è dubbio. L'ha visto la giornalista di Libero, Roberta Catania, insieme al suo autorevole "protetto"a pochi passi dal palazzo di Giustizia. Secondo Repubblica, in un articolo-non smentito-uscito sabato scorso, quella scorta "gliela ha suggerita, praticamente imposta, il presidente Fini".

 

Per questo è divenuta un giallo. Poche ore dopo Fini ha fatto capire di avere rapporti burrascosi con il cognato. Suggerire, anzi, "imporre" una scorta indicherebbe rapporti tutt'altro che tesi. Ma il giallo non è solo su chi e quando abbia avuto l'idea di proteggere il giovane Tulliani. Un uomo di scorta non costa poco, il servizio non è davvero per tutte le tasche. Abbiamo consultato le cinque-sei più importanti case private che assicurano servizi di scorta personali e body- guard anche a mezzo servizio e tutti-indistintamente- non solo assicurano di non avere fornito nulla a Tulliani, ma pure di non essere disposti a farlo in questo momento nemmeno per cifre altissime: "si finisce al centro delle polemiche e delle inchieste giornalistiche. Assolutamente da evitare".

 

La scorta potrebbe allora non essere privata. L'auricolare del body guard è infatti identico a quelli in dotazione alla Polizia di Stato. Ma in questo caso a imporla dovrebbe essere stato un organo pubblico, come accade per altri che hanno bisogno di protezione. Al momento non risulta un'assegnazione di scorta effettuata dalle autorità preposte. Vengono per altro dalla polizia sia gli uomini attuali della scorta del presidente della Camera, che dipendono da Montecitorio.

 

Sia quasi tutti dei sei uomini che fecero da scorta a Fini a palazzo Chigi e poi per 13 mesi anche durante il governo di Romano Prodi. Dipendevano però dal Cesis e nel 2008 hanno scelto tutti- per motivi economici, di non seguire Fini alla Camera, restando agli ordini del prefetto Gianni De Gennaro. 28-09-2010]

 

 

Serbo vostro! - ECCO PERCHé IL CONTRATTO RAI PER UNA FICTION è STATO STOPPATO DAL CDA PER LA MOGLIE DI ITALO PIPPA, GIà BOCCHINO - "C’è un problema amministrativo di una complessità inaudita. Quote pignorate, una lite in corso tra soci uscenti e soci entranti, quindi una compagine azionaria poco chiara che ha causato l’intervento della magistratura" - ECCO COME VENNE SCODELLATO IL CASO TELEKOM SERBIA DELLA BOCCHINO FAMILY DA MARCO LILLO SU "IL FATTO

Laura Rio per "il Giornale"

La fiction Anita rischia di diventare avventurosa e piena di insidie come la vita della leggendaria moglie di Garibaldi. La condottiera sfidò la morte seguendo il marito in mille battaglie, la sua biografia televisiva se la deve vedere con inghippi legali.

 

È stato il consigliere Antonio Verro a spiegare come mai giovedì scorso il cda Rai ha sospeso l'approvazione della mini serie proposta dalla Goodtime srl, la società di Gabriella Buontempo, moglie di Italo Bocchino: «C'è un problema amministrativo di una complessità inaudita. Quote pignorate, una lite in corso tra soci uscenti e soci entranti, quindi una compagine azionaria poco chiara che ha causato l'intervento della magistratura».

 

Ma a che cosa si riferisce l'esponente della maggioranza in Rai? I problemi della Goodtime nascono dalla contesa tra la moglie del capogruppo di Futuro e libertà e il finanziare d'assalto Loris Bassini. Insomma, tornano a galla quelle intricate vicende legate a Telekom Serbia di cui questo giornale ha ampiamente riferito.

Perché Bassini, noto alle cronache per aver gestito il rientro in Italia di miliardi legati alla compravendita da parte di Telecom Italia della omologa serba, ha fatto pignorare le quote societarie (il cinquanta per cento) che la Buontempo detiene nella Goodtime, l'azienda che dovrebbe appunto produrre Anita.

 

Il finanziere vanterebbe un credito di 800mila euro (anzi di più, ma quella è la cifra di cui conserva i documenti) e non riuscendo a ottenerli indietro, ha deciso di avviare un procedimento per bloccare i beni della consorte di Bocchino. La battaglia legale si gioca davanti al tribunale di Forlì mentre il tribunale di Roma ha emesso il decreto ingiuntivo, ora sospeso dopo l'opposizione avanzata dagli avvocati della Buontempo.

Una situazione intricata (di cui qui non interessano tutti i particolari) che ha spinto i consiglieri Rai a chiedere ai propri legali di accertarne i contorni prima di commissionare un'importante produzione. E i competenti uffici, oltre a segnalare la difficile situazione societaria, hanno rilevato anche che il livello di indebitamento dell'azienda sarebbe eccessivo rispetto ai mezzi di cui dispone.

 

La questione verrà di nuovo presa in esame nel cda di domani. Si deciderà se, nonostante i dubbi, si potrà dar via alla produzione. In ogni caso la Tv di Stato non sembra rischiare nulla, dato che a rispondere in giudizio è la sola Gabriella Buontempo e non la società nel suo complesso.

Società che però attende con ansia le decisioni: il budget della fiction, in due puntate, si aggira attorno ai quattro milioni di euro. Il set dovrebbe essere aperto in tempo breve visto che la fiction rientra nei progetti per la celebrazione dei 150 anni dell'Unità d'Italia e dunque dovrebbe andare in onda nella primavera o nell'autunno 2011, anno in cui cade l'anniversario.

Certo, attorno alla fiction si gioca una partita che non è squisitamente editoriale ed economica. In questo momento di durissimo scontro tra Fini e Berlusconi, l'essere la moglie di Bocchino, in una Rai sempre suscettibile ai risvolti politici, ha il suo peso. Non per nulla giovedì scorso hanno disertato la seduta, e quindi fatto saltare l'approvazione della fiction, ben cinque consiglieri che, più o meno, si richiamano alla maggioranza intesa come Pdl e Lega.

 

Aventino che ha fatto slittare anche il contratto per il programma Parla con me di Serena Dandini e che tornerà anch'esso all'esame del cda domani, ma sulla partenza dello show di Raitre non ci dovrebbero essere problemi.

Comunque, nella Tv di Stato non sono poi così diffidenti con la Goodtime. Prendiamo, per esempio, l'ultima fiction già pronta: si chiama La narcotici, costo sei milioni di euro, dodici episodi da riunire in sei serate. Avrebbe dovuto andare in onda su Raidue quest'autunno, si è deciso invece di promuoverla sul primo canale e sarà trasmessa a gennaio- febbraio.

Non è invece andato in porto l'altro progetto presentato dalla società (attiva nel campo della fiction e del cinema da una ventina d'anni) che cercava di inserirsi nel mercato degli show: si trattava di un programma che avrebbe dovuto presentare Pippo Baudo intitolato Giallo di sera e che poi il direttore di Raiuno Mauro Mazza ha deciso di mandare in soffitta, anche per opportunità politica. Vedremo se la stessa sorte toccherà alla valorosa Anita.

2 - IL CASO TELEKOM SERBIA E BOCCHINO FAMILY
Marco Lillo per il Fatto Quotidiano dell'11 marzo

 

Telekom Serbia si conferma sempre più croce e delizia per Italo Bocchino e sua moglie. Il vicepresidente del gruppo del Pdl alla Camera e Gabriella Buontempo, in passato sono riusciti a salvare il giornale di lui (Il Roma) e la casa di produzione cinematografica di lei (Goodtime) grazie ai fondi di Loris Bassini, l'uomo chiave del rientro in Italia dei 22 miliardi della "mediazione" incassata dal conte Gianni Vitali per l'affare da 900 miliardi di lire del 1997.

Ora i coniugi Bocchino sono nel mirino del loro ex salvatore. L'ufficiale giudiziario il 5 novembre scorso ha bussato alla porta dell'appartamento intestato a Bocchino, in Corso Vittorio, a Roma, per tentare un pignoramento presso terzi. L'appartamento appartiene al deputato ma la moglie ne è usufruttuaria e proprio contro di lei Bassini ha messo in moto la giustizia. Il finanziere vanta un credito di 800 mila euro verso la società di produzione Goodtime Sas di Gabriella Buontempo, figlia di Eugenio, imprenditore napoletano celebre per la sua latitanza nel 1993.

 

Il credito ha una storia tutta particolare. Bassini, 55 anni nato a Predappio, è l'uomo che ha fatto girare sui conti della sua fiduciaria a San Marino i 22 miliardi di lire percepiti dal conte Vitali per il suo intervento sui serbi che portò Telecom Italia a realizzare l'acquisizione nel 1997. Su quella vendita e sui miliardi volati verso l'Italia a margine dell'operazione, centinaia di giornalisti, parlamentari e magistrati hanno indagato per anni alla ricerca delle inesistenti mazzette del centrosinistra. Nel 2003 la maggioranza di Silvio Berlusconi, uscì dall'angolo mediatico delle leggi ad personam, proprio armando una canea in commissione parlamentare Telekom con i documenti portati da un certo Antonio Volpe.

 

Su quei falsi bonifici intestati a "Mortad e Ranoc" e sulle dichiarazioni farneticanti del "superteste", Igor Marini, il Parlamento ha lavorato a vuoto per un anno. Italo Bocchino allora ha giocato due ruoli in questa partita. Nel 2001 lui e sua moglie hanno chiesto e ottenuto da Bassini (rispettivamente come anticipazione su crediti del Roma verso la presidenza del consiglio e come finanziamento alla Goodtime) poco più di 4 miliardi di vecchie lire.

Nel 2003, quando la commissione parlamentare cercava la verità e Bocchino ne era membro, invece di indicare la pista che passava dalla finanziaria del suo compagno di serate romane e di affari finanziari, il deputato di An cominciò a brigare con una serie di strani consulenti e faccendieri in contatto con truffatori della peggior risma legati da una catena che porterà poi le carte in commissione.

 

Oggi Loris Bassini, reduce da processi e arresti per truffa e bancarotta, dice: "Bocchino ha sempre saputo del mio coinvolgimento nella vicenda Telekom. Sapeva che i soldi della Finbroker provenivano dalla mediazione del conte Vitali per Telekom Serbia".

Bocchino al Fatto replica: "Nel 2001 non sapevo nulla. Bassini mente. Solo quando ho letto il suo nome sui giornali ho saputo che aveva a che fare con Telekom. Quanto al credito vantato, per ora il giudice non gli ha permesso di incassare con decreto ingiuntivo. Ora aspettiamo la pronuncia nel merito. Bassini ha prestato i soldi alla sua compagna, Silvana Spina, che era socia di mia moglie. Non può vantare nulla dalla mia famiglia".

 

Sul punto, molto delicato, della conoscenza da parte di Bocchino della provenienza dei fondi prestati al Roma, i pm di Torino non hanno creduto al vicepresidente del Pdl. La Procura nel 2004 in un suo provvedimento cita un fax spedito da Bocchino dopo le prime notizie di stampa a Silvana Spina nel quale il deputato contesta alla socia della moglie di non avere mai detto nulla sulla provenienza dei fondi.

Ebbene, per i pm, quel fax era concordato. Nel marzo del 2004 alla Procura di Torino giunse una lettera anonima che è agli atti nella quale si legge: "Rizzo (amico di Bocchino e di Antonio Volpe che teneva i contatti con entrambi e si interessava della questione Telekom Ndr) voleva depistare Finbroker di cui aveva parlato il conte Vitali e temeva accertamenti della Commissione perché i soldi di Vitali non li ha presi solo Bassini ma anche Rizzo e i suoi amici di An, che temono la verità perché ne uscirebbero distrutti politicamente. Chi sa molto al riguardo è Silvana Spina".
Ovviamente si tratta di una lettera anonima che non è stata riscontrata dai magistrati. Ma chi l'ha scritta conosceva bene i fatti. 28-09-2010]

 

 

 

TUTTI A MONTECARLO! MA intanto CHI SI ACCORGE CHE, grazie alle buone relazioni stabilite dopo Lockerbie, si è concluso l’accordo sulle trivellazioni di profondità nel Mediterraneo tra Libia e Bp, reduce dal Golfo del Messico? - MONTECARLO NON È UNA CONTROVERSA CASUZZA, E’ IL MONOPOLI DELLA DISPERAZIONE - QUEL MICIONE DI CORONA...

1- MONTECARLO NON È UNA CONTROVERSA CASUZZA, E' IL MONOPOLI DELLA DISPERAZIONE...
Andrea Marcenaro per "Il Foglio" -

 

Montecarlo non è una controversa casuzza, è il Monopoli della disperazione. Ezio Mauro è disperato perché, se perde la partita, invece della post gazzetta ufficiale sulle orme di Scalfari, che creava i coni d'ombra, gli toccherà fare un giornale. L'Amor nostro è disperato perché, se perde la partita, troverà sempre un consigliere illuminato il quale, altro che Fioroni, gli suggerirà di portare nel gruppo misto la signora Tulliani.

 

Fini è disperato perché, se perde la partita, si accorgeranno tutti che vide i "Berretti verdi" dopo aver sbagliato cinema. Paolo Mieli è disperato perché, se l'intera operazione andasse in vacca, tanto valeva (premio Strega a parte) non disporre di tutto quel tempo libero da presidente di Rcs, e rimanere al Corriere della Sera. De Bortoli è disperato perché, se perde la partita, sente già Mieli ribussare alla sala Albertini.

 

E se stesso ribussare al Sole. E Riotta al manifesto. Il Foglio è disperato perché, se perde la partita, dovrà prendere atto che le sacre regole della politica sono andate a farsi fottere. Tutto questo, mentre il professor Umberto Galimberti muore dalla voglia di spiegare come, anche in questa vicenda, tiri più un (articoli a pagina tre) pelo di fica che un carro di buoi.

2- LA TRAVE E LA PAGLIUZZA...
Adriano Sofri per "Il Foglio" -

 

Mettiamo che il mondo duri un'altra ventina d'anni, e una ragazza nata nell'estate del 2008 faccia la tesi in storia del passato prossimo, e usi come fonte i mezzi di comunicazione dell'estate del 2010: ricostruirà mattone per mattone la peripezia di un appartamento di Montecarlo, meglio di quanto gli storici dell'antichità e dell'età di mezzo abbiano potuto fare per il Colosseo. Ma dovrà stare molto attenta per accorgersi che intanto, grazie alle buone relazioni stabilite dopo Lockerbie, si era concluso l'accordo sulle trivellazioni di profondità nel Mediterraneo tra Libia e Bp, reduce dal Golfo del Messico.

 

3- MACHO MICIO...
Massimo Gramellini per "La Stampa" -

Una capsula di buonumore in mezzo a tanta pesantezza. Il James Dean della mutua, Fabrizio Maria Corona in Belen, ha avuto una relazione col diversamente longilineo Lele Mora, il cosiddetto manager dei cosiddetti teledivi che amava farsi fotografare in pose da odalisca fra valletti nerboruti. Adesso sappiamo che uno di quei bronzi era lui, il Fabrizio Maria. Lo ha rivelato proprio Mora ai magistrati che indagano su un giro di fatture false, spiegando di aver speso per l'amante uno sproposito in auto, appartamenti e altri ammennicoli rigorosamente esentasse.

 

Dov'è il buonumore in una storia così triste, direte voi? Ma nella vendetta dell'Immagine, l'unica dea che questi eroi del luccicante nulla siano disposti a onorare. Corona ha costruito il suo mito presso i poveri di spirito sbandierando dalle copertine dei rotocalchi la sua mascolinità «maledetta» e la contabilità delle performance erotiche con la ricarica telefonica Belen: sei giorni la settimana, ovviamente, perché quelli al suo livello il settimo si riposano sempre.

 

Finché si scopre l'altarino, che un mio amico gay aveva sospettato da tempo (infatti non la smette più di ridere). Corona come il predicatore moralista con il conto in banca alle isole Cayman. O come l'estremista vegetariano sorpreso ad azzannare un hamburger da McDonald's. Dice il saggio: chi ostenta la sua virilità nasconde una doppia verità. E se non vi piace la rima, proviamo con l'assonanza: in fondo al ruggito del macho si può udire il miagolio di un micio. 28-09-2010]

 

DAL MANGANELLO AL TINELLO! FELTRUSCONI SI "CUCINA" GIAN-FREGNONE FINI: ECCO LA FOTO - "NON È LA STESSA? PUÒ DARSI, LE CUCINE NON HANNO LA CARTA D’IDENTITÀ. PERÒ, GUARDA UN PO’ LA COMBINAZIONE, È UGUALE A QUELLA COMPRATA NELLA CAPITALE" - "QUINDI? O SIAMO DI FRONTE AI MOBILI USCITI DAL MAGAZZINO ROMANO OPPURE L’INQUILINO GIANCARLO TULLIANI - PER PURA SFIGA - NELL’ARREDARE CASA SUA HA AVUTO LA MEDESIMA IDEA DELLA SORELLA. TUTTO PUÒ SUCCEDERE, MA CHE SUCCEDA SEMPRE ALLA FAMIGLIA FINI-TULLIANI PARE MOLTO STRANO. STRANISSIMO". - 2- TIPINI FINI NEL PALLONE. ALESSANDRO CAMPI, DIRETTORE FAREFUTURO: “FINI SI DIMETTA" "DOVREBBE DIMETTERSI DA PRESIDENTE DELLA CAMERA E NON PER LE TORBIDE E RISIBILI ACCUSE INTORNO A MONTECARLO, MA PER RIACQUISTARE LIBERTÀ DI MOVIMENTO

1 - FELTRUSCONI SI "CUCINA" FINI
Vittorio Feltri su Il Giornale

 

Eccola qui la cucina Scavolini. Sarà un caso - scrive- ma è la copia perfetta di quella scelta dalla signora Elisabetta Tulliani, assistita dal compagno Gianfranco Fini, in un negozio di Roma. Dov'è stata trovata? In una vetrina di Milano o di Torino o di altra città? Nossignori. E stata fotografata nell'ormai famoso appartamento di Montecarlo abitato da Giancarlo Tulliani, fratello della suddetta Elisabetta. Non lo diciamo noi, per carità, ma Ilaria Cavo, inviata di Matrix, il programma televisivo condotto da Alessio Vinci su Canale 5.

La quale Ilaria Cavo, cronista di razza, si è recata nel Principato e, a forza di indagare, è riuscita a venire in possesso della fotografia che campeggia in questa prima pagina del Giornale. Lo scatto è stato fatto quando la cucina in questione era in fase di montaggio (come si evince dall'immagine-documento) nell'alloggio che An, dopo averlo ricevuto in eredità da una nobildonna, ha venduto a una società offshore di cui tanto si è parlato in questi giorni: quella che il governo di Santa Lucia ha dichiarato essere intestata al cognato di Fini.

 

I lettori si chiederanno, probabilmente, perché diamo tanta importanza a qualche mobile insignificante. Gliela diamo perché insignificante non è affatto. Spieghiamo perché. Oltre un mese fa, mentre infuriavano le polemiche sulla nostra inchiesta relativa al pied-à-terre sbolognato dal presidente della Camera per 300mila euro (un quinto del valore di mercato), i nostri inviati scoprirono che Gianfranco ed Elisabetta si erano presentati in un magazzino specializzato in arredamenti per comprare, tra l'altro, una cucina di modeste dimensioni.

 

E, misure alla mano, decisero di fare propria una bella Scavolini da inviare a Montecarlo. Tutto questo fu raccontato da un dipendente del negozio al nostro imbattibile Gian Marco Chiocci, giornalista esperto e di categoria superiore, in un articolo per Il Giornale. Apriti cielo. Fioccarono smentite da parte dei finiani che non trascurarono di prenderci in giro nel tentativo di farci passare per fessi, talmente fessi da perderci dietro a una banale cucina che, secondo loro, non era stata spedita a Montecarlo ma era rimasta nella capitale, in una delle tante case dei Tulliani.

Pur di minimizzare la notizia, insomma non esitarono a sfotterci: guarda un po' Feltri e Sallusti a che punto sono arrivati; si eccitano per un frigorifero e quattro armadietti. E i quotidiani di mezza Italia in coro: quelli del Giornale sono diventati matti. In realtà se quella cucina acquistata a Roma da Fini-Tulliani fosse stata trasportata oltre frontiera e impiantata nell'appartamento della discordia, ciò avrebbe dimostrato che il presidente della Camera, o la sua compagna, disponeva in qualche modo dell'immobile, altrimenti perché avrebbe dovuto partecipare alle operazioni di arredamento?

 

Per questa ragione, supponiamo, la circostanza era stata sdegnosamente negata dalla famiglia della terza carica dello Stato e dai suoi pretoriani. Ma il tempo è galantuomo. Ora salta fuori di nuovo la Scavolini: non è a Roma bensì a Montecarlo. Non è la stessa? Può darsi, le cucine non hanno la carta d'identità.

Però quella di cui discettiamo (e che è stata fotografata), guarda un po' la combinazione, è uguale a quella comprata nella capitale, come ha precisato il dipendente del mobilificio che l'ha venduta alla signora Elisabetta. Per essere scrupolosi fino in fondo, abbiamo mostrato l'istantanea a un concessionario Scavolini di Milano e questi ci ha confermato: sì, è roba prodotta dalla nostra azienda.

 

Quindi? O siamo di fronte ai mobili usciti dal magazzino romano oppure l'inquilino Giancarlo Tulliani - per pura sfiga - nell'arredare casa sua ha avuto la medesima idea della sorella. Tutto può succedere, ma che succeda sempre alla famiglia Fini-Tulliani pare molto strano. Stranissimo.

 

 

2- TIPINI FINI NEL PALLONE. ALESSANDRO CAMPI, DIRETTORE FAREFUTURO: "FINI SI DIMETTA" - "DOVREBBE DIMETTERSI DA PRESIDENTE DELLA CAMERA E NON PER LE TORBIDE E RISIBILI ACCUSE INTORNO A MONTECARLO, MA PER RIACQUISTARE LIBERTÀ DI MOVIMENTO"
Da Il Foglio

 

"La follia è cominciata con il 29 luglio e la cacciata di Fini dal Pdl. Ma è arrivato il momento di superare lo stordimento iniziale. Preso atto che nella creatura berlusconiana non si è potuto fare politica, allora le alternative non sono troppe: se Gianfranco Fini vuole prendere sul serio se stesso e quello che ha detto in questi anni, dovrebbe abbandonare il limbo dei gruppi parlamentari che offre il fianco a chi lo accusa di oscure trame di Palazzo; dovrebbe fondare un proprio partito investendo tutto se stesso in questa operazione; dovrebbe di conseguenza dimettersi da presidente della Camera e non per le torbide e risibili accuse intorno a Montecarlo, ma per riacquistare libertà di tono e di movimento. Fini dovrebbe, insomma, tornare più esplicitamente, ma fuori del Pdl, a combattere la propria battaglia di rinnovamento in stile europeo e modernizzatore del centrodestra'.

Dice così, in una breve chiacchierata con il Foglio, Alessandro Campi, direttore scientifico della Fondazione FareFuturo. Il professore ha un paio di idee su come Fini potrebbe rovesciare strategicamente la natura di un dissidio, quello che lo divide dal presidente del Consiglio, il cui scioglimento positivo appare complicatissimo se non impossibile.

C'è forse un solo modo per rallentare il nero gorgo che sta inghiottendo il centrodestra, dice Campi: ‘Dovrebbe riuscire una manovra che restituisca senso politico a questa aspra contesa che si è trasformata in una questione personale dalle sfumature poco limpide'. Ma come si può restituire caratteri di maggiore fisiologia a un conflitto sin troppo esplicitamente tracimato da ogni argine di normalità?

 

Dal punto di vista dell'ex leader di An - sostiene Campi - il risultato lo si può ottenere ritornando a declinare i temi culturali del cosiddetto ‘finismo', cioè la molto evocata ‘conversione di Fini', attraverso una nuova formazione politica che, pur all'interno del centrodestra, si ponga in leale concorrenza (non antitesi) con il berlusconismo e la sua interpretazione dei rapporti sociali e della politica.

‘Se non stai nel Pdl perché non ti ci vogliono e non accettano che tu possa fare politica dall'interno, allora devi rilanciare recuperando il senso della tua battaglia di riposizionamento culturale per un centrodestra diverso. Un investimento rischioso, oneroso, che forse impone persino il sacrificio della presidenza della Camera', dice Campi.

‘Perché guidare una formazione ambiziosa, come sono ambiziose le idee che Fini ha fatto proprie in questi anni, richiede tempo, libertà d'espressione e di movimento. Creare e guidare direttamente un partito significa scegliere con accuratezza gli uomini e la classe dirigente, significa parlare in chiave politica, e non solo istituzionale, con il tuo potenziale elettorato. Fare politica da presidente della Camera, di fatto, è un freno'.

 

‘Ma guai se Fini si dimettesse perché spinto dalla risibile e forsennata campagna sulla casa di Montecarlo', spiega il professore. ‘E' uno scenario che non esiste e che è stato persino un errore adombrare da parte sua nel video messaggio di sabato scorso. Non c'è nessuna proporzione, nessun legame comprensibile, tra la banale faccenda della casa monegasca e l'enormità delle sue eventuali dimissioni.

Se mai Fini decidesse di fare un passo così importante, dev'essere ispirato da ben altro: dalla sua storica battaglia per un centrodestra migliore. Un sacrificio dettato da ragioni politiche, dalla decisione responsabile e coraggiosa di mettersi personalmente a capo di una formazione politica capace di recuperare e rilanciare il senso di un percorso culturale che viene da lontano.

 

Costruire un partito è un lavoro serio, intenso, che non può essere appaltato ad altri, a soluzioni come quella della staffetta Casini-Follini. Fini dovrebbe assumere in prima persona la leadership guidando direttamente la costruzione del proprio partito. Tanto più se i sondaggi, che certo vanno verificati e sui quali non si possono fondare unicamente le ragioni di una scelta così impegnativa, sono molto gratificanti. Si parla del 7-8 per cento, numeri molto superiori di quelli maliziosamente diffusi dal Pdl'. Domani Berlusconi chiederà il voto sui cinque punti in Parlamento. Si riparte da lì? ‘Ci sarà una ricomposizione tattica, ma sarebbe un errore rimanere incastrati nel gioco parlamentare. Alle triangolazioni di Palazzo va affiancato un rilancio dell'iniziativa politica. Non facile, ma possibile'".

3 - MONTECARLO, TROVATA LA CUCINA DEI FINI E' LA SCAVOLINI COMPRATA A ROMA
Ilaria Cavo per Il Giornale

 

Finalmente possiamo guardare oltre quelle persiane grigie che si affacciano sul cortile interno di Boulevard Princesse Charlotte 14, a Montecarlo, chiuse da settimane; da quando è scoppiato il caso «Montecarlo» e Giancarlo Tulliani si è allontanato da quell'appartamento diventato improvvisamente troppo scomodo.

Quei 70 metri quadri che sono diventati il giallo dell'estate hanno un solo colore dominante: il bianco. Sono bianche le porte di ogni vano, sono bianchi i muri, è bianco tutto l'arredo: l'armadio ad ante scorrevoli della camera da letto, il letto matrimoniale con il copriletto blu, il divano in soggiorno. Soprattutto, è bianca la cucina, proprio come la Scavolini acquistata a Roma, nel mobilificio Castellucci, con un contratto di acquisto a nome Tulliani.

 

Il Giornale, il 14 agosto scorso, ha pubblicato il progetto di quella cucina in ogni dettaglio, affiancato alle dichiarazioni di Davide Russo, uno dei dipendenti di quel negozio che aveva supervisionato il progetto: «Ho visto Fini e la Tulliani lavorare a preventivi e progetti con i colleghi, le loro visite non sono mai state un segreto. Preventivi, ordini e progetti erano per un appartamento non italiano, si parlava apertamente di una casa a Montecarlo quando ci si riferiva ai preventivi della Tulliani e quella localizzazione fu confermata dall'esigenza di trovare uno spedizioniere di fiducia... Nessuno dubitava che la meta fosse Montecarlo ma la ricerca era: oltreconfine».

Il mobilificio non aveva smentito la vendita di quella cucina, certificata dall'ordine di acquisto, semplicemente aveva precisato di non aver fatto direttamente la spedizione all'estero: aveva di fatto confermato l'acquisto, non la meta di destinazione. I coniugi Fini, in vacanza ad Ansedonia, avevano fatto trapelare dal loro entourage che quella cucina non provava niente perché era destinata a Roma, non alla casa di Montecarlo. «Quella fattura non prova niente - aveva commentato il finiano Benedetto Della Vedova - la cucina si trova a centinaia di chilometri di distanza da Montecarlo».

Oggi, le foto degli interni dell'appartamento di Montecarlo aggiungono un tassello non di poco conto per comprendere il giallo degli acquisti e del trasporto dei mobili. Non solo la cucina montata nella casa di Montecarlo è bianca come quella acquistata a Roma da Elisabetta Tulliani alla presenza di Gianfranco Fini: anche la disposizione di ogni modulo, di ogni componente di arredo, è identica.

E lo stesso Davide Russo, contattato dal Giornale, di fronte alle foto commenta: «Le somiglianze sono impressionanti. Non so se la cucina è quella di cui si è occupato il mobilificio, noto però che tutto corrisponde perfettamente: dal modello ai colori, dagli accessori alle misure».

Basta un confronto tra la foto scattata all'interno dell'appartamento e il progetto elaborato dal mobilificio romano per avere un immediato riscontro: dall'immagine si vede il lavandino, a doppia vasca, posizionato sulla destra, proprio come suggerisce il progetto degli arredatori del mobilificio Castellucci. Spostato più a sinistra c'è l'angolo cottura (le piastre, non i fornelli) esattamente nel punto indicato dal modello approvato nel mobilificio romano.

 

Nel confronto tra la foto e il progetto coincide anche la disposizione di ogni anta, di ogni modulo, a partire dal frigorifero che si intravede a destra, per passare alle cappa, identica nella forma a quella del progetto, collocata esattamente dopo tre moduli (il frigorifero e due ante) proprio come indicato dal disegno della cucina acquistata. Saranno tutte coincidenze ma anche le maniglie sono a incasso, e così vengono indicate nel contratto di acquisto del mobilificio di Roma. «Portarotoli a tre piani cromato» è scritto sull'ordine della cucina acquistata dalla Tulliani, e quello fotografato alla parete della cucina di Montecarlo è cromato e, appunto, a tre livelli. Stesso ragionamento per il portaspugne: cromato sulla carta, cromato sulla foto.

Anche la piantina dell'appartamento di Montecarlo, in particolare della cucina, conferma le deduzioni tra progetto e foto: secondo la mappa (pubblicata sempre dal Giornale due settimane fa) il vano della cucina è lungo 3 metri e 85 centimetri, la cucina acquistata al mobilificio Castellucci misura tre metri e ottanta centimetri: ovvero entra benissimo, alla perfezione, con soli cinque centimetri di scarto. Tutte coincidenze? Tutte casualità?

Il presidente della Camera ha sostenuto, nel suo primo comunicato di metà estate, di non sapere che suo cognato, Giancarlo Tulliani, dopo avergli indicato la società interessata a comprare l'immobile, ne fosse diventato l'inquilino. «Ho appreso da Elisabetta che il fratello aveva in locazione l'appartamento. La mia sorpresa e il mio disappunto possono essere facilmente intuite».

 

Nel suo videomessaggio di domenica scorsa, dopo la pubblicazione delle carte di Saint Lucia che indicavano Tulliani come proprietario dell'appartamento, ha parlato di «arrabbiatura», proseguendo sempre sulla linea della sua ingenuità e della sua estraneità.

A comprare la cucina di Roma, però, lui c'era. Se quella cucina non è soltanto identica, ma è la stessa a quella montata in boulevard Princesse Charlotte 14, non si può non dedurre che Fini non poteva non sapere.

Alcuni frequentatori del palazzo di boulevard Princesse Charlotte - come l'imprenditore Luciano Care - hanno dichiarato di aver visto Fini nell'androne, insieme alla sua compagna. L'imprenditore Luciano Garzelli, uno dei più importanti costruttori del principato, è stato coinvolto nella ristrutturazione dell'immobile: lo aveva contattato l'ambasciatore italiano, Mistretta, dopo che Giancarlo Tulliani era andato a fargli visita.

 

Gli avevo chiesto il nome di una ditta fidata disposta a fare i lavori in quell'appartamento ma la società di Garzelli era troppo grossa per un progetto che prevedeva che tutti i materiali arrivassero dall'Italia: «Ho parlato con Giancarlo Tulliani, mi ha spiegato che tutto il materiale, tutto l'arredo, doveva arrivare dall'Italia - racconta Garzelli - allora l'ho messo in contatto con una ditta più piccola, la Tecabat, e mio figlio Stefano ha seguito i lavori con loro».

Tutti i materiali dovevano arrivare dall'Italia, inclusa la cucina? «Sicuramente è arrivata dall'Italia, è arrivata a Ventimiglia quella cucina», ha confermato Garzelli. È stato il primo interpellato, in questa ristrutturazione, quindi il primo a tenere i contatti con l'architetto romano che seguiva il progetto per conto dei Tulliani: «I cambiamenti con l'architetto li facevano Giancarlo Tulliani e la sorella. Ho della mail che parlano anche della sorella... Cambiavano piccole cose, erano loro che gestivano per conto di Timara (la società off-shore che ha acquistato l'immobile) queste cose».

 

A Gian Marco Chiocci ha anche affermato di essere stato chiamato direttamente, al telefono, dalla Tulliani per i lavori da fare in quell'appartamento e ha mostrato anche alcune mail: «25 ottobre 2009, l'architetto fa presente che la signora Tulliani è d'accordo, mi dice di procedere col preventivo per le forniture»; «20 ottobre, l'architetto dice che la signora Tulliani ha avuto un ripensamento, che vuol eliminare lo spogliatoio armadio adiacente la camera da letto, che vuole la camera da letto più grande e dovrà rimpicciolire il bagno».

E in effetti è stato proprio così: la camera da letto è stata ampliata rispetto al progetto originario, un muro divisorio è stato abbattuto. Ora che tutti i lavori sono terminati, le tre finestre ancora chiuse potrebbero dar luce a un bel soggiorno, arredato con un tavolo di cristallo e un divano bianco. Ma proprio ora che, con centomila euro, l'appartamento è stato trasformato in un alloggio comodo, elegante, al centro di Montecarlo, Gianfranco Fini ha chiesto a suo cognato di lasciarlo. [28-09-2010]

 

 

1- IL PASTICCIACCIO BRUTTO DI MONTECARLO SI APRE A NUOVI SCENARI (ALTRO CHE LA CASETTA) - 2- I RAPPORTI ’HARD’ TRA I TIPINI FINI E LA SOCIETà DI GIOCHI D’AZZARDO ATLANTIS DI FRANCESCO CORALLO, COINVOLTO E ASSOLTO IN DUE INCHIESTE PER DROGA E RICICLAGGIO - 3- L’ATLANTIS OTTIENE LA LICENZA DI SPACCIARE IN TUTTA ITALIA LE SLOT MACHINES GRAZIE A UNA FIRMA DEL FINIANO MARIO BALDASSARRI, NEL 2004 VICE MINISTRO ALLE FINANZE - 4- è AMEDEO LABOCCETTA, GIÀ PARLAMENTARE DI FINI (E ORA NEL PDL) ED EX RAPPRESENTANTE PER L’ITALIA DELLA ATLANTIS DI CORALLO, CHE PORTÒ AL RISTORANTE DEL CASINÒ BEACH PLAZA DI SAINT MARTEEN ANCHE GIANFREGNONE FINI, NEL 2004, PER UNA CENA A CUI PARTECIPÒ ANCHE CHECCHINO PROIETTI, BRACCIO DESTRO DEL PRESIDENTE DELLA CAMERA E UOMO CHE, PER LA PROCURA DI POTENZA CHE INDAGÒ SULLA VICENDA (LA CORTE DEI CONTI CONSTATÒ UN AMMANCO NELLE CASSE DELL’ERARIO DI OLTRE 31 MILIARDI DI EURO), SI SPESE CON I MONOPOLI ITALIANI PER EVITARE CHE L’ATLANTIS PERDESSE LA LICENZA PER IL GIOCO LEGALE IN ITALIA

1- I MISTERI DEL PROCURATORE WALFENZAO TRA LABOCCETTA E IL RE DELLE SLOT-MACHINE - OLTRE CHE NELL´AFFAIRE MONTECARLO, IL RAPPRESENTANTE DELLA PRINTEMPS È COINVOLTO IN ALTRE VICENDE ITALIANE
Corrado Zunino per "la Repubblica"

 

Il giorno del rogito della casa di Montecarlo, l´11 luglio del 2008, l´uomo vestito con un impeccabile blazer esordì: «Salve, sono Walfenzao James». Il legale rappresentante dell´ormai mitica Printemps Ltd, la società che acquisto i 55 metri quadrati di Boulevard Princess Charlotte, è certo un signore dallo spirito pronto. E i suoi affari sono difficilmente penetrabili. Lo conosce il tesoriere storico di Alleanza nazionale, Franco Pontone: incassò da lui i 300mila euro per il pianoterra da ristrutturare.

 

Lo conosce Giancarlo Tulliani, e nello staff di Gianfranco Fini molti temono che quello sia il contatto che possa provocare nuovi guai al «cognato» aprendo scenari inediti alla vicenda Montecarlo. Nei ritratti che vengono dedicati al broker internazionale, alla sua casella non c´è mai una fotografia. È un legale dell´off-shore che si muove tra Miami, Panama e Montecarlo (dove ha la residenza), esperto nel creare società appoggiate a paradisi fiscali.

James Walfenzao è rappresentate unico del Francesco Corallo Trust, società che ha le sue quote al 99,9 per cento nell´isola di Santa Lucia. Sì, è la stessa isola dove sono state create - il 30 maggio 2008, a un minuto di distanza una dall´altra, con una spesa di 300 dollari e un capitale sociale di mille - le due società schermate proprietarie della casa di Montecarlo: la Printemps Ltd e la Timara, entrambe con sede negli uffici antillani della Corpag del nostro Walfenzao. Ma chi è Francesco Corallo?

È il proprietario del gruppo Atlantis che, con sedi ad Amsterdam e Londra, controlla slot machine e videopoker in tutto il mondo. Corallo possiede tre casinò a Saint Martin (sempre Antille), due a Santo Domingo e uno a Panama. Corallo, 50 anni, catanese, è un uomo incensurato che ha visto archiviare due processi a suo carico per traffico di droga e riciclaggio sostenuti dalla Procura di Roma sulla base di informative di finanza e polizia che lo volevano legato al boss del narcotraffico boliviano, l´ex parà Marco Marino Diodato. È figlio di Gaetano, che ha scontato sette anni e mezzo per associazione a delinquere e affiancò Nitto Santapaola nella scalata (fallita) ai casinò italiani negli anni Ottanta.

 

Ecco, Walfenzao, l´uomo a cui Giancarlo Tulliani portò l´affare della casetta di An a Montecarlo, è il procuratore di un signore del gioco d´azzardo mondiale. Per anni l´amministratore di Atlantis World Giocolegale (il braccio italiano del gruppo, oggi ribattezzato Bplus) è stato Amedeo Laboccetta, vecchio missino napoletano, storico amico di Fini che nell´agosto del 2004 portò il leader di An a immergersi nei mari antillani di Saint Martin (L´espresso lo immortalò a cena con Laboccetta nel ristorante del casinò di Corallo). Un mese prima Atlantis aveva ottenuto una delle dieci concessioni per il «gioco a distanza» grazie a un decreto del ministro Siniscalco (governo Berlusconi) e in breve si prenderà un terzo del mercato delle «new slot» italiane.

 

Successivamente la Guardia di finanza scoprirà l´evasione della Atlantis di Corallo-Walfenzao da 31 miliardi di euro. Laboccetta di recente ha lasciato l´incarico della società, dove, però, lavora il figlio. E ha lasciato il vecchio amico Fini: è rimasto nel Pdl, che potrebbe candidarlo a sindaco di Napoli.

Questa storia di gioco d´azzardo e paradisi fiscali, di cui ha parlato anche il giornalista-imprenditore Walter Lavitola, oggi tocca Giancarlo Tulliani. Il cognato di Fini, che ha preso la residenza a Montecarlo il 20 febbraio 2009, ha sorprendentemente domiciliato le sue residenze monegasche proprio a casa del broker James Walfenzao, in Avenue Saint Roman.

2- SALVE, SONO WALFENZAO E RISOLVO PROBLEMI
Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica per il Giornale

 

Da un lato «fonte» (del governo di Saint Lucia), dall'altro «ponte» (tra gli affari del gruppo Atlantis e la compravendita monegasca). Nel suo messaggio video, Gianfranco Fini ha citato il cognato, Giancarlo Tulliani, e il tesoriere «galantuomo» Francesco Pontone. Ma dei protagonisti off-shore dell'affaire immobiliare ha fatto un nome che ha un ruolo centrale in tutta la vicenda: quello di James Walfenzao.

Un accenno quasi casuale, riferito al rogito dell'11 luglio 2008, quando An vendette per appena 300mila euro la casa di boulevard Princesse Charlotte a Printemps. E Walfenzao, quel giorno, firmò proprio come rappresentante dell'acquirente.

 

Ma dalla diffusione della lettera del governo di Saint Lucia che individua in Tulliani il «beneficiario effettivo» di Timara, è emerso un nuovo sorprendente ruolo di Walfenzao, che di parti in questa lunga storia ne aveva già interpretate tante.

La missiva, infatti, indica proprio in Walfenzao la «fonte» delle indagini preliminari. L'uomo al cui indirizzo monegasco Giancarlo Tulliani ha domiciliato le bollette della luce, dunque, è anche quello che, su pressione delle autorità della nazione insulare, ha indicato nel «cognato» di Fini il proprietario di fatto delle fiduciarie off-shore e, quindi, della casa nel Principato.

L'uomo citato da Fini è dunque quello a cui il dipartimento delle Finanze di Saint Lucia, guidato da Isaac Anthony, e su input del primo ministro Stephenson King, chiede lumi sulla vicenda. E Walfenzao risponde, «in relazione agli obblighi degli agenti registrati a Saint Lucia», in quanto rappresentante della Corpag Service Usa.

 

La lettera lo spiega esplicitamente: «I corrispondenti, tramite Walfenzao hanno risposto di aver fatto un'indagine sulla vicenda e ordinato una visita a Monaco al notaio Paul-Louis Aureglia (...) per determinare perché il prezzo di vendita fu così basso rispetto al prezzo di mercato dell'immobile all'epoca».

E sono sempre i documenti forniti dai «corrispondenti» della Corpag, dunque da Walfenzao, che hanno reso possibile alle autorità di Saint Lucia accertare sia che Tulliani era il «beneficiario effettivo» della Timara, sia che il «cognato» si era avvalso dei servizi della Jason Sam di Montecarlo (la società di Tony Izelaar e Suzi Beach, gli altri consulenti finanziari protagonisti dell'affaire) e della Corpag Usa di Walfenzao.

 

Ma dai registri di Saint Lucia, Walfenzao risulta anche come «contact» della Corpag locale, quella che ha sede in Manoel street, 10, nello studio legale di Michael Gordon. Al cui indirizzo, tra l'altro, risultano le sedi legali di tutte le fiduciarie off-shore che si sono rimbalzate la proprietà della casa che An ereditò da Anna Maria Colleoni: Printemps, Timara, Janom Partners e Jaman Directors.

 

Walfenzao è dunque «presente» a Saint Lucia, dove è tra i riferimenti della Corporate Agent Saint Lucia ltd. È presente negli Usa, come corrispondente della Corpag di Miami, al 999 di Brickell Avenue. Ma come è noto è anche a Montecarlo, dove abita con la moglie in avenue Princesse Grace, a un solo portone di distanza dalla sede della Jason Sam. Una quasi ubiquità anche più impressionante, considerando che Walfenzao controlla, per conto dell'imprenditore italiano di gioco autorizzato (in Italia) e casinò (ai Caraibi) Francesco Corallo, la Uk Atlantis Holding Plc, una delle società del gruppo.

 

Ed è qui che, incrociando la struttura societaria del gruppo Atlantis con quanto scritto nella lettera del governo di Saint Lucia, vien fuori un link piuttosto clamoroso proprio con l'affaire di Montecarlo.

 

Perché Walfenzao controlla la Uk Atlantis attraverso due società - la Corporate Management St. Lucia ltd e la Corporate Management Nominees, inc - che la missiva del ministro della Giustizia Francis cita come società che controllano Printemps e Timara, e che detengono le azioni della Jaman directors, una delle altre off-shore.

E le due società legate ad Atlantis, secondo la lettera, «agivano su ordine» sia di Walfenzao che di Izelaar. Dunque, c'è un legame diretto tra la compravendita della casa di Montecarlo e il gruppo di Corallo. Vicino all'ex An, tanto che Amedeo Laboccetta, già parlamentare del partito di Fini (e ora nel Pdl) ed ex rappresentante per l'Italia della Atlantis World di Corallo, portò al ristorante del casinò Beach Plaza di Saint Marteen anche Gianfranco Fini, nel 2004, per una cena a cui partecipò anche Checchino Proietti, braccio destro del presidente della Camera.

 

E uomo che, per la procura di Potenza che indagò sulla vicenda (la Corte dei Conti constatò un ammanco nelle casse dell'erario di oltre 31 miliardi di euro), si spese con i monopoli italiani per evitare che l'Atlantis perdesse la licenza per il gioco legale in Italia.

Solo coincidenze? Nel frattempo, proprio sull'entourage finanziario di Walfenzao, preannuncia novità clamorose l'editore de l'Avanti, Walter Lavitola, l'uomo etichettato da Bocchino come «faccendiere» e dal deputato finiano ritenuto l'ispiratore della divulgazione della lettera del ministro della giustizia di Santa Lucia.

Lavitola, che ha respinto accuse e insinuazioni, ribadisce di essersi occupato solo marginalmente dell'affaire di Montecarlo perché impegnato su una connection di più largo respiro tra l'Italia e il Sudamerica. «Cercando riscontri per quest'altra storia d'interesse giornalistico - ha detto - sono incappato in un collega free lance che mi ha mostrato una mail che ritengo di massima importanza per questa vicenda. All'epoca non ci ho fatto troppo conto ma oggi, dopo quel che è successo, giornalisticamente sono molto interessato a recuperarla».

 

La mail, sempre secondo Lavitola, farebbe luce sul proprietario della società che acquistò da An l'appartamento monegasco. «La mail è stata passata a questo giornalista da una persona a cui era stata fatta un'intervista e che, per provare che quel che diceva era vero, gli aveva mostrato la lettera inviata via internet.

In questa mail il gestore di una società che stava a Montecarlo diceva all'agente concessionario delle società a Santa Lucia, che è un alto magistrato, che in Italia era in corso uno scontro molto duro tra Fini e Berlusconi basato sulla proprietà di un immobile di una delle due società, scriveva, «da me gestite».

 

In merito a questo dettaglio, proseguiva la mail, si sarebbe fatto riferimento a Tulliani e alla decisione eventuale di rescindere l'incarico a seguito della «pubblicità negativa relativamente anche alla mia persona». Se la mail esista davvero, se sia autentica e se l'autore della stessa corrisponda a Walfenzao (o a qualcuno del suo ristretto entourage) lo scopriremo presto. 27-09-2010]

 

 

1- IL DOCUMENTO SU TULLIANI SVELATO DA DAGOSPIA MANDA ALL’ARIA LA PAX ARMATA - PER I TIPINI FINI, LO SCANDALO DELL’APPARTAMENTO SVENDUTO DI AN NON SONO MICA NOTIZIE MA TRATTASI DI "DOSSIERAGGIO CON UTILIZZO DI INGENTI RISORSE DI DENARO IN ITALIA E ALL’ESTERO AL FINE DI PRODURRE E DIFFONDERE DOCUMENTAZIONE FALSA’ - 2- IL "COGNATO" FA SMENTIRE DAI SUOI AVVOCATI NON UNA VOCE GIORNALISTICA O UN RUMOR WEB QUALSIASI BENSì UN BEL DOCUMENTO INTESTATO DEL GOVERNO DELLO STATO CARAIBICO DI SANTA LUCIA CHE ATTESTA "ELISABETTO" DIETRO LA SOCIETA’ OFF-SHORE - 3- ORA IL CASO è CORNUTO: O IL DOCUMENTO è FALSO OPPURE I TULLIANI DICONO FALSITà - 4- ITALO BOCCHINO CORRE IN SOCCORSO DELLA TERZA CARICA (DELLA CELERE): "SE DOVESSE EMERGERE CHE LA PROPRIETA’ E’ VERAMENTE DI GIANCARLO TULLIANI IO CREDO CHE EFFETTIVAMENTE E’ UNA COSA SU CUI FINI DOVREBBE DARE UNA RISPOSTA" - 5- (SCUSI BOCCHINO, TANTO PER TAGLIARE LA TESTA AL TORO, COSA COSTA A FINI INVITARE L’AMATO "COGNATO" A TIRARE FUORI IL CONTRATTO E LE RICEVUTE DI AFFITTO? E TANTO CHE C’è, PERCHé FINI NON APPROFITTA PER SMENTIRE IL DIRIGENTE RAI GUIDO PAGLIA, INVITATO NEL SUO APPARTAMENTO PRIVATO DI PRESIDENTE DELLA CAMERA PER PROMOZIONARE GLI SHOW E I FILM DI TULLIANI? PER NON DIRE DELLA "SUOCERA" TULLIANI, UNA CASALINGA CHE HA INTASCATO UN MILIONE E MEZZO COME AUTORE DI UN PROGRAMMA RAI)

 

1. GIUSTIZIA: STOP A DIALOGO,FLI' DOSSIERAGGIO CONTRO FINI'… (ANSA) - Si sono bruscamente interrotti - apprende l’ANSA - i colloqui tra gli ambasciatori di Berlusconi e Fini sui temi della giustizia. Negli ultimi giorni, infatti, il ministro Angelino Alfano e Italo Bocchino sul versante politico e Niccolo’ Ghedini e Giulia Bongiorno sul versante tecnico avevano avviato colloqui e approfondimenti per definire un’intesa per mettere al riparo Berlusconi dalle vicende giudiziarie cui e’ interessato.

Secondo i finiani a fronte della disponibilita’ ad armonizzare i rapporti all’interno del centrodestra si registra un’escalation della campagna mediatica contro il presidente della Camera da parte della stampa vicina al presidente del Consiglio.

In ambienti vicini a Fini - riferiscono fonti di Fli - si sarebbe venuti in possesso di ’elementi che evidenziano una vera e propria attivita’ di dossieraggio, con utilizzo di ingenti risorse di denaro in Italia e all’estero al fine di produrre e diffondere documentazione falsa’.

 

2. FLI: BOCCHINO,SE CASA MONTECARLO E' DI TULLIANI FINI DEVE RISPOSTA...
(AGI) - "La vicenda di Montecarlo ha due aspetti: uno di merito e uno relativo al metodo con cui e' stata posta la questione all'opinione pubblica". Italo Bocchino (Fli) e' stato ospite stamattina di Omnibus, in onda su LA7. "Il metodo - ha detto il capogruppo di Futuro e liberta' - e' preoccupante ed e' stato scandaloso: Fini discute con Berlusconi, punta il dito contro Berlusconi e c'e' questo lavoro di bastonatura mediatica, barbaro nei modi perche' utilizza un giornale del Presidente del Consiglio in persona fittiziamente intestato al fratello". Ma - aggiunge Bocchino - relativamente al merito, se dovesse emergere che la proprieta' e' veramente di Giancarlo Tulliani io credo che effettivamente e' una cosa su cui Fini dovrebbe dare una risposta. Ma conoscendo Fini sono assolutamente certo che se questo e' vero lo apprende anche lui oggi dai giornali"

 

3- GIAN CARLO TULLIANI, NESSUN RAPPORTO CON SOCIETA' OFF SHORE...
(Adnkronos) - Gian Carlo Tulliani smentisce le notizie riportate sui quotidiani 'Libero' e 'Il Giornale' sui suoi rapporti con la societa' off shore proprietaria dell'appartamento di Montecarlo. 'Il signor Gian Carlo Tulliani -si legge in una nota degli avvocati Carlo Guglielmo e Adriano Izzo- smentisce categoricamente la notizia secondo la quale ci sarebbe la sua persona dietro la societa' off-shore che ha comprato l'appartamento monegasco'.

 

'Il signor Gian Carlo Tulliani -si legge nel comunicato dei due legali- smentisce categoricamente la notizia secondo la quale ci sarebbe la sua persona dietro la societa' off-shore che ha comprato l'appartamento monegasco, ribadendo di essere un semplice conduttore della suddetta unita' immobiliare. All'esito di una prima indagine eseguita dai sottoscritti difensori, peraltro, emergono forti perplessita' sull'autenticita' del documento pubblicato dai quotidiani 'Libero' e 'il Giornale' e attribuito al ministro di Giustizia di Santa Lucia'.

 

'Il signor Gian Carlo Tulliani -continua la nota- si riserva di adire le competenti autorita' civili e penali per far sanzionare l'ennesimo vergognoso e inaccettabile tentativo di coinvolgere la sua persona in una vicenda artatamente creata per un mero e chiaro fine politico'.

4- MONTECARLO, ECCO LA PROVA: "LA CASA È DI TULLIANI" - UN DOCUMENTO RISERVATO DEL GOVERNO DI SAINT LUCIA CERTIFICA CHE TULLIANI È TITOLARE DI PRINTEMPS E TIMARA
Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica per "Il Giornale"

Seppur innescata on line dall'altra parte del mondo, l'ultima notizia-bomba sulla casa di Montecarlo, se confermata ufficialmente, è destinata a fare parecchi danni, soprattutto all'immagine e alla credibilità del presidente della Camera. Citando documenti e fonti di altissimo livello dell'isola di Saint Lucia, due quotidiani dei Caraibi, il Listin Diario e el Nacional, hanno rivelato che dietro le società offshore del pasticcio immobiliare monegasco ci sarebbe come «titolare» Giancarlo Tulliani, il cognato di Gianfranco Fini.

 

Colui che proprio a Fini, e per ammissione di quest'ultimo, rivelò l'esistenza di alcuni (misteriosi) compratori interessati all'appartamento di Boulevard Princesse Charlotte che nessuno, nel palazzo e nel partito, sapeva essere stato messo in vendita. Colui che per una «straordinaria, incredibile coincidenza» (parole proferite dal tesoriere di An, Francesco Pontone) di lì a poco finirà per andare ad abitare in affitto nello stesso appartamento del Principato di Monaco, nel frattempo passato di proprietà a una società gemella i cui referenti risultano essere gli stessi della prima società (costituita solo 45 giorni prima dell'affare, il 30 maggio 2008) che acquistò a un quinto del valore l'immobile da Alleanza nazionale. Trecentomila euro. A Montecarlo, quasi un prezzo da box auto.

 

Ma veniamo alla bomba a mezzo stampa lanciata a Santo Domingo. Secondo un documento pubblicato all'indirizzo www.elnacional.com.do che riprende quanto preannuciato dal Listin Diario e rilanciato dal sito Dagospia, «dai documenti dei corrispondenti, è stato anche possibile accertare il proprietario beneficiario (il titolare, ndr ) della compagnia che è il signor Giancarlo Tulliani che è stato istruito riguardo alla compagnia usando i servizi della Jasaon Sam e del Corpag services sa».

 

La lettera pubblicata si riferisce a un'inchiesta avviata dal neoministro della giustizia Lorenzo Rudolph Francis, inviata il 16 settembre 2010 al capo del governo di Saint Lucia, Stephenson King. Nella missiva il Guardasigilli locale spiega il perché dell'interesse governativo alla questione della casa di Montecarlo scaturito dalle informazioni ricevute «da una potenziale pubblicità negativa» a mezzo stampa internazionale - Così, spiega, «ho richiesto al direttore dei servizi finanziari di investigare le compagnie di cui si parla (Timara e Printemps). La nostra richiesta era dovuta a notizie di stampa di giornali internazionali che coinvolgevano società/ compagnie che operano nella giurisdizione di Saint Lucia». E questo anche per verificare se erano state rispettate «leggi e regolamenti che governano il settore off-shore».

 

E ancora. «Abbiamo ottenuto alcune informazioni sulle compagnie coinvolte nelle operazioni - continua Francis - il nostro scopo principale era determinare se le compagnie stessero operando in accordo con le nostre leggi e i doveri degli agenti».

Il ministro non ci gira troppo attorno. Le società in questione sono quelle note ai lettori perché «protagoniste» dell'affaire della casa di Montecarlo abitata dal cognato del presidente della Camera: «Abbiamo investigato le seguenti compagnie: Printemps Limited, Timara Limited e Jaaman Director Limited. Queste compagnie sono collegate all'acquisto di un appartamento che era di proprietà di un partito politico italiano e che si trova a Monaco».

 

L'appartamento è quello in Boulevard Princess Charlotte 14, donato dalla contessa Colleoni ad Alleanza nazionale. «Queste compagnie- continua la lettera- sembrano condividere lo stesso referente, Corporate Agent (St. Lucia) Ltd così come lo stesso indirizzo a Saint Lucia, al numero 10 di Manoel Street Castries, St. Lucia. Mentre la Jaman director limited agisce come responsabile sia per Printemp che per Timara è stata rimpiazzata da Corporate Agent.

I suoi azionisti restano gli stessi nominativamente di Corporate Management Nominees inc. È stato anche confermato - insiste il ministro che la Corporare Agent Nominees inc e la Corporate Management Nominees agivano per conto del signor James Walfenzao di Corpag Services Usa di Miami, Florida, e il signor Anthoine Izeelar della Jasaon Sam a Monaco». Walfenzao, per dire, è il referente a cui Tulliani gira la sue bollette.

 

Sempre per verificare se siano stati commessi abusi, il ministro informa il premier di Saint Lucia che è stata avviata una richiesta di informazioni a Corpag Service Usa, «con una comunicazione fatta da Walfenzao». Ci si è dilungati con gli accertamenti anche sul notaio di Monaco signor Paul Louise Aureglia che fu responsabile del passaggio di proprietà dell'immobile ereditato da Alleanza nazionale «e quindi trasferito a Printemps e più tardi a Timara».

L'investigazione presso il notaio, spiega Francis, è stata fatta per determinare come mai il prezzo del «trasferimento» fu stimato al ribasso considerando i prezzi di mercati delle proprietà immobiliari di Monaco in quel preciso momento storico.

 

«Dai documenti arrivati dai corrispondenti - chiosa il ministro- è stato anche possibile accertare che il beneficiario effettivo (beneficial owner) della compagnia è il signor Giancarlo Tulliani che ha ricevuto istruzioni sulla compagnia utilizzando i servizi di Jason Sam e di Corpag».

Il Listin Diario conferma che la carta in questione è un «documento oficial del gobierno de la República de Santa Lucía, en el Caribe» che per l'appunto «señala que Giancarlo Tulliani es el titular de la Printemps Ltd y la Timara Ltd, del cual la prensa italiana y de otros puntos de Europa indican que se trata de un "scoop" mundial». Ovvero, c'è Tulliani dietro a Timara e Printemps.

La notizia non è stata smentita da Fini nemmeno di fronte alla sfida lanciata da Francesco Storace alle agenzie di stampa: «Il presidente della Camera è in grado di imporre a Giancarlo Tulliani una rapida smentita della notizia diffusa da Dagospia sulla proprietà della società off-shore che hanno gestito l'affare di Montecarlo? Il silenzio ostinato fa male alle istituzioni oltre che a una comunità ferita». Al momento di andare in stampa, poco dopo l'una di notte, Gianfranco Fini non aveva ancora risposto.

 

5- I PASSAGGI CHIAVE DEL DOCUMENTO TRADOTTI...
Da "Il Giornale" - Caro Primo ministro, in base alle informazioni ricevute su una possibile pubblicità negativa ho chiesto al direttore servizi finanziari del Ministero di investigare su una rete di società. La nostra richiesta è legata a recenti informazioni di stampa su giornali internazionali che coinvolgono società sotto la giurisdizione di St. Lucia (...) Abbiamo indagato sulle seguenti società: Printemps Ltd, Timara Ltd e Jaman Directors Ltd. Queste società sono collegate all'acquisto di una casa a Monaco, che era di proprietà di un partito politico italiano.

 

Le società sono rappresentate dallo stesso agente, Corporate Agent Ltd, e condividono lo stesso indirizzo al numero 10 di Manoel Street, Castries, St. Lucia. In relazione agli obblighi degli agenti registrati a St. Lucia è stata avanzata una richiesta di informazioni ai corrispondenti della Corpag services Usa. I corrispondenti, tramite Mr. James Walfenzao hanno risposto di aver condotto un'indagine della situazione e disposto una visita a Monaco al Notaio Paul Luis Aureglia, responsabile della compravendita della proprietà (...) trasferita alla Printemps Ltd e poi alla Timara Ltd (...)

 

Dai documenti dei corrispondenti, è stato anche possibile accertare che il beneficiario e proprietario della società è il Sig. Giancarlo Tulliani che ha dato mandato per conto della società di utilizzare i servizi di Jason Sam e Corpag Services Usa (...)
Rudolph Francis (Ministro della Giustizia) [22-09-2010]

 

 

Giancarlo Tulliani ha fatto la sua prima "vittima". si è dimesso Il senatore Franco Pontone, ex tesoriere del partito guidato da Fini nonché firmatario su procura del presidente della Camera dell’atto di cessione alla società off-shore Printemps Ltd dell’appartamento monegasco - "Ebbi un preciso mandato e quel mandato ho assolto. Basta! Di conti e case non ne voglio più sapere

Gian Maria De Francesco per Il Giornale

 

Giancarlo Tulliani ha fatto la sua prima «vittima». Il senatore Franco Pontone, ex tesoriere del partito guidato da Gianfranco Fini nonché firmatario su procura del presidente della Camera dell'atto di cessione alla società off-shore Printemps Ltd dell'appartamento monegasco, ha rassegnato personalmente le dimissioni dalla carica di presidente del comitato di gestione di Alleanza nazionale. Il partito sopravvivrà fino alla nascita della Fondazione che subentrerà nei diritti.

 

«Mi mancano le motivazioni per svolgere le mie funzioni», avrebbe detto - secondo quanto si apprende - Pontone aggiungendo che «le dimissioni sono indipendenti dalla vicenda di Montecarlo». Sul tavolo dei garanti è giunta anche la lettera col quale ha rinunciato «per motivi personali» un altro componente, Giovanni Catanzaro. Resta in carica solo la finiana Rita Marino.

L'anziano esponente finiano, già dagli inizi dell'inchiesta del Giornale, aveva manifestato il proposito di cedere il passo. Nello scorso agosto, infatti, aveva rivelato di «essere incazzato» perché «da 50 anni faccio politica e sono una persona onesta, sono pentito di aver accettato di fare il segretario amministrativo di An».

 

Sul senatore napoletano, infatti, ricade solo una responsabilità oggettiva avendo ricevuto la delega da Gianfranco Fini. «Ebbi un preciso mandato e quel mandato ho assolto», dichiarò al Corriere ad agosto. Più o meno le stesse parole ripetute ai magistrati romani, il procuratore Ferrara e l'aggiunto Laviani. La vendita? «Fu decisa dai vertici del partito». Il prezzo? «Non c'erano altre offerte». Tulliani? «Non so nulla, l'ho incontrato una sola volta dopo il rogito».

 

L'unica discrepanza si coglie con le dichiarazioni del senatore Antonino Caruso, ex aennino del Pdl e vicepresidente dei garanti il quale ricordò di aver girato a Pontone nel 2001 un'offerta di circa un milione di euro per l'appartamento.

Le dimissioni rappresentano un gesto onorevole all'interno di una vicenda nella quale l'ex leader della Fiamma, Gianfranco Fini, si è limitato a un comunicato in otto punti che ha brillato per omissioni e a qualche balbettio davanti al direttore del Tg di La7 Enrico Mentana.

Ecco perché i finiani del comitato dei garanti (il presidente Lamorte e i fedelissimi Raisi e Digilio) avrebbero chiesto, dopo quella già ottenuta ad agosto, un'ulteriore proroga di sette giorni per rendere un po' meno dolorosa l'uscita di Pontone. Il problema non è stato solo numerico giacché gli altri sei componenti dell'organismo (Caruso, Biava, Leo, Gamba, Valentino e Petri) non sono di area finiana e, dunque, poco propensi a un ulteriore traccheggiamento.

 

Anche l'ottantatreenne Pontone, ad agosto come dopo l'audizione dai pm romani che indagano sull'affaire monegasco, aveva espresso il desiderio di non esser più chiamato in causa. «Basta! Di conti e case non ne voglio più sapere!», avrebbe riferito agli amici di tante battaglie politiche.

Ieri sera, comunque, sia Lamorte che Raisi hanno auspicato la revoca delle dimissioni. Nella prossima riunione, il 6 ottobre, il comitato dei garanti dovrà sostituire i due dimissionari e proseguire nel proprio lavoro: scrutinare il patrimonio immobiliare dell'ex An, scegliere l'advisor contabile per Il Secolo e chiederne un bilancio preventivo prima di ulteriori trasferimenti all'house organ di Fli.

 

Da ieri sera, però, Gianfranco Fini e, per interposta Giancarlo Tulliani, sono più soli. Perché un anziano senatore napoletano ha deciso che il suo compito si era esaurito e che le consegne erano state rispettate. Ora qualcun altro dovrà spiegare come mai sia stato deciso di cedere al prezzo di 300mila euro un immobile che sulla carta potrebbe valere cinque volte di più.

Ora qualcun altro dovrà spiegare come e perché sia stata accettata da un partito molto oculato nella gestione del proprio patrimonio l'intermediazione di un ragazzo trentenne che nel settore immobiliare era poco più di un novellino. Ora qualcun altro dovrà spiegare come mai nel contratto di affitto dell'appartamento di boulevard Princesse Charlotte compaiano le stesse firme sotto le diciture «locatore» e «locatario».22-09-2010]

 

1- ORA CHE C’è LA PROVA, UN DOCUMENTO UFFICIALE DEL GOVERNO DI SANTA LUCIA, CHE GIANFRANCO FINI HA REGALATO UN MILIONE E MEZZO DI EURO A SUO COGNATO, GIANCARLO TULLIANI, SOTTRAENDOLO ALLE CASSE DEL PARTITO CHE GUIDAVA, ALLEANZA NAZIONALE, CONTINUERà A RICOPRIRE LA TERZA CARICA ISTITUZIONALE DEL PAESE? - 2- SEMBRA GROTTESCA QUELLA RISPOSTA CHE FINI STESSO DIEDE POCHE SETTIMANE FA AD ENRICO MENTANA CHE LO INTERVISTAVA PER IL TG DI LA7: “NON HO NULLA DA TEMERE PERCHÈ NON HO NULLA DA NASCONDERE. RIDEREMO QUANDO SARÀ FATTA CHIAREZZA DALLA MAGISTRATURA, BASTA ASPETTARE QUALCHE SETTIMANA, QUALCHE MESE”

Libero Giornale Fini Finita - Nonleggerlo

1- DAGOSPIA: "C'È TULLIANI DIETRO LE SOCIETÀ OFF-SHORE
Da "la Repubblica" - Le società off-shore che hanno gestito l'affare della casa di Montecarlo data in affitto al fratello della compagna di Gianfranco Fini apparterrebbero allo stesso Giancarlo Tulliani. Lo scrive il quotidiano "El Nacional" citando alcuni documenti del governo di Santa Lucia nei Caraibi. L'articolo, ripreso da Dagospia, suscita subito nuove polemiche. "Il presidente della Camera è in grado di imporre a Giancarlo Tulliani una rapida smentita della notizia diffusa da Dagospia sulla proprietà delle società off-shore che hanno gestito l'affare di Montecarlo? Il silenzio ostinato fa male alle istituzioni oltre che a una comunità ferita", attacca Francesco Storace, leader de "La Destra".

 

2 - «LA CASA È DI TULLIANI» DOCUMENTO SULLA STAMPA DI SANTO DOMINGO
Giusi Fasano e Virginia Piccolillo per il "Corriere della Sera"

Giancarlo Tulliani, il cognato di Gianfranco Fini coinvolto da due mesi nella vicenda della casa a Montecarlo, sarebbe «il titolare della Printemps Ltd e della Timara Ltd». Lo hanno scritto due giornali dominicani, Listin Diario e El Nacional, ripresi dal sito web Dagospia. Secondo i due giornali d'oltreoceano, Tulliani sarebbe legato alle due società offshore che hanno sede a Santa Lucia, isoletta caraibica dell'arcipelago delle Piccole Antille.

 

In particolare, El Nacional pubblica un documento governativo dell'isola-Stato che dimostrerebbe il collegamento tra Giancarlo Tulliani e le società Printemps e Timara. Il senatore di Futuro e liberta, Francesco Pontone, tesoriere del patrimonio di Alleanza Nazionale, si è dimesso. «Era inevitabile», ha commentato l'ex di An Maurizio Gasparri, capogruppo del Pdl al Senato.

 

Lo scrive il sito italiano Dagospia, che lo riprende nel pomeriggio dal quotidiano dominicano Listin Diario e in serata da un altro giornale, El Nacional. La notizia sarebbe questa: Giancarlo Tulliani «è il titolare della Printemps Ltd e della Timara Ltd». Così dicono i due giornali d'oltreoceano. Giancarlo Tulliani, il cognato di Gianfranco Fini da due mesi nella bufera per lo scandalo politico della casa a Montecarlo, sarebbe quindi più che legato alle due società offshore che hanno sede, appunto, a Santa Lucia, isoletta caraibica dell'arcipelago delle Piccole Antille. Ed El Nacional pubblica un documento governativo ufficiale dell'isola-Stato che dimostrerebbe il collegamento Tulliani-Printemps-Timara.

Si tratta della fotocopia della lettera con la quale il 16 settembre il ministro della giustizia di Santa Lucia, L. Rudolph Francis, comunica al capo del governo e ministro delle Finanze dell'isola caraibica che il beneficiario reale delle società Printemps e Timara è Giancarlo Tulliani.

A questo punto delle due l'una: o è un clamoroso falso oppure è la prova che il cognato del presidente della Camera è il regista di tutti i passaggi della casa di Montecarlo. Cioè prima la vendita da Alleanza Nazionale alla Printemps Ltd e, pochi mesi dopo, il nuovo rogito dalla Printemps alla Timara Ltd che, non a caso, ha poi dato l'appartamento in affitto proprio a Giancarlo Tulliani. Ora: se davvero le due società offshore sono di Tulliani, la Procura di Roma, che sulla questione ha aperto un fascicolo per truffa, potrebbe arrivare a indagare il cognato di Fini.

 

Questo probabilmente già basta e avanza a rovinare l'umore del presidente della Camera. Che però deve fronteggiare da ieri sera una nuova emergenza. Le dimissioni del tesoriere di An. «Era inevitabile» sintetizza quando sono le undici di sera il presidente del gruppo pdl al Senato Maurizio Gasparri. «Inevitabile» che il senatore di Futuro e libertà, Francesco Pontone, si dimettesse, appunto, da tesoriere del patrimonio di Alleanza Nazionale.

L'ha fatto durante la riunione dei comitati di gestione e dei garanti che si occupano dell'intera eredità di An. E con lui si è dimesso Giovanni Catanzaro, uno dei due vicepresidenti (non finiano) che hanno affiancato finora Pontone. Dimissioni per adesso virtuali: perché la serata si è chiusa con un nulla di fatto. Nessuno dei due si può considerare fuori gioco, tutto è rinviato alla discussione della prossima volta. Era la prima riunione dopo lo scandalo della casa di Montecarlo per il quale la Procura romana ha sentito nei giorni scorsi un primo gruppo di testimoni.

 

Fra loro proprio Pontone. I 300 mila euro incassati per la vendita, ha spiegato il senatore, erano la sola offerta ricevuta fino a quel momento, nel 2008. Mentre l'ex parlamentare di An, Antonino Caruso,a veva di chiaratoin un'intervista (salvo poi non confermarlo in Procura) che c'era stata un'altra offerta, di gran lunga superiore. Gasparri ha commentato l'addio di Pontone come fosse già accettato: «Ci auguriamo che ci aiuti a gestire con chiarezza una fase molto delicata».

3- FINI SI DIMETTA
Franco Bechis per Libero - fbechis.blogspot.com

 

Gianfranco Fini ha regalato un milione - un milione e mezzo di euro a suo cognato, Giancarlo Tulliani, sottraendolo alle casse del partito che guidava, Alleanza Nazionale. E' stato Tulliani ad acquistare la celebre casa di Montecarlo con la Printemps Ltd l'11 luglio 2008 ed è stato lui a rivendersela alla Tulliani immobiliare (Timara Ltd) al solo scopo di confondere le tracce sulla proprietà. Dalla vendita di quella casa Alleanza Nazionale ha ricevuto 300 mila euro, una cifra con cui a Montecarlo non si poteva acquistare nemmeno un box auto o una cantina.

Prima della vendita c'era stata un'offerta superiore al milione di euro. Oggi con la stessa metratura nella stessa via vengono venduti appartamenti al prezzo di 2,5-3 milioni di euro. E' chiaro il danno inferto al partito politico e l'ingente vantaggio finanziario consentito al cognato di Fini, che può rivendersi l'immobile ai valori veri di mercato.

 

Ora che il ministro della giustizia dell'isola di Santa Lucia, ai Caraibi, ha certificato la proprietà di Printemps e Timara in una lettera riservata al suo primo ministro, di cui è venuta in possesso la stampa locale, la verità è venuta alla luce: quella casa è passata dalla famiglia politica alla famiglia personale di Fini.

 

Non c'è più bisogno nemmeno di fare perdere tempo e soldi ai magistrati italiani che oltretutto non sarebbero stati in grado di venire a capo di nulla, vista la raffinatezza dell'operazione compiuta in un paradiso fiscale. Sembra grottesca alla luce di questo documento ufficiale del governo di Santa Lucia quella risposta che Fini stesso diede poche settimane fa ad Enrico Mentana che lo intervistava per il Tg di La7: "Non ho nulla da temere perchè non ho nulla da nascondere. Rideremo quando sarà fatta chiarezza dalla magistratura, basta aspettare qualche settimana, qualche mese".

 

Non è stato necessario tanto tempo, per fortuna. E guardando quella lettera c'è davvero da ridere. Ma non è il presidente della Camera a poterlo fare. Dovremmo ridere noi chiamati "infami", appellativo che come ricordava giustamente Marco Travaglio, fa parte del gergo usato dai mafiosi per attaccare chi sceglie la verità e lo Stato e non loro. Ma non c'è molto da ridere, perché la questione è assai seria e grave.

 

Quel documento pubblicato dalla stampa caraibica, che certifica la vendita a Tulliani della casa di Montecarlo, dimostra che Fini ha mentito sia davanti al suo partito che di fronte all'opinione pubblica. E' un peccato grave per un uomo politico, in grado da solo di rovinare carriere in molti paesi del mondo. E' un peccato più grave se commesso dalla terza carica istituzionale del paese, oltretutto con minacce gravi e a questo punto del tutto ingiustificate alla libertà di espressione e di stampa in Italia.

Dopo questa clamorosa bugia svelata dal governo di Santa Lucia, non è più problema di una parte politica la permanenza o meno di Fini alla presidenza della Camera. E' un problema di tutto il paese, che non può più essere da lui rappresentato a una così alta carica istituzionale. Il resto ha diritto a chiederlo, anche con azioni giudiziarie, chi ha militato in Alleanza Nazionale anche a prezzo di grandi sacrifici: la restituzione di quella casa. Allo stesso prezzo a cui è stata venduta la prima volta. 22-09-2010]

 

TULLIANI FANTASMA: I REPORTER DI “LIBERO” INSEGUONO IL “COGNATO DEI COGNATI” E SCOPRONO CHE LA MERCEDES SU CUI GIRA PER ROMA NON ESISTE NEI REGISTRI DEL PRA - TUTTI GLI AUTOVEICOLI, ANCHE QUELLI DEI SERVIZI SEGRETI, DEVONO ESSERE REGISTRATI - FORSE È UN ERRORE TECNICO, MA È CERTO CHE CHIUNQUE PROVI AD AVVICINARSI A GIANCARLO TULLIANI PER CERCARE CHIARIMENTI, TROVA UN MURO…

Roberta Catania per "Libero"

 

Una settimana di verifiche, eppure non c'è stato modo di risalire all'intestatario della macchina sulla quale il 13 settembre scorso abbiamo «intercettato» Giancarlo Tulliani. L'inseguimento era scattato a Roma, partendo da via Giuseppe Mazzini 114/a, il palazzo dove (alle 14.22) abbiamo visto il fratellino di Elisabetta uscire da una riunione con il proprio commercialista. Da lì lo abbiamo seguito, svoltando per viale Angelico e attraversando tutto il quartiere Prati.

 

Nel traffico, ad ogni semaforo rosso, con educazione abbiamo insistito per avere «anche una piccola spiegazione» del pasticcio di Montecarlo. Eppure niente, per tutto il tragitto Giancarlo ha mantenuto lo sguardo dritto davanti a sé e ignorato la "presenza" che per mezz'ora lo ha affiancato. Di più, l'unica reazione del "cognato" di Gianfranco Fini è stata di alzare le tende a rete dei finestrini posteriori e rendere ancora meno visibile l'abitacolo dell'automobile (già protetto dai vetri oscurati).

Ebbene, visto che l'autista non si fermava e la guardia del corpo continuava a fare gesti eloquenti per invitarci ad andare via, in quel momento sembrava che ci fosse un'unica soluzione: telefonare in redazione e dettare il numero di targa della macchina che ci stava sfuggendo. La speranza era chiaramente quella di risalire al proprietario e, di conseguenza, al conducente della berlina con il contrassegno NCC. Magari l'uomo, senza il cliente davanti, più tardi avrebbe parlato.

 

Oppure, ipotesi fin troppo rosea, avrebbe potuto perfino indicarci dove aveva accompagnato il locatario di boulevard Princesse Charlotte, così da permetterci di insistere ancora una volta con il diretto interessato per avere una spiegazione dello strano passaggio immobiliare. Il "sogno" di poter incrociare nuovamente Giancarlo, però, è svanito quasi subito. I giornalisti hanno accesso alla banca dati del Pra (pubblico registro automobilistico) perciò in redazione è stata fatta una verifica in tempo reale.

L'esito ha lasciato tutti di stucco: quella targa non risulta nella banca dati. In poche parole, quella targa non esiste. La fretta e l'agitazione avrebbero potuto averci indotto in errore, perciò, per scongiurare equivoci, abbiamo deciso di scattare una foto. Per immortalare la berlina a bordo della quale Tulliani ci stava scappando e lavorare sugli indizi in un momento meno concitato. Momento arrivato quasi subito perché, sbucato a piazza Irnerio, com'era chiaro che facesse, il bolide nero ha imboccato l'autostrada e seminato lo scooter.

 

Mandando in questo modo all'aria la possibilità di avere una risposta ai dubbi che gravitano attorno all'appartamento svenduto da An e finito in uso al fratello della compagna di colui che all'epoca era al vertice del partito e oggi presiede la Camera dei deputati. Ebbene, seduti alla scrivania con la foto in mano e l'archivio del Pra a disposizione, si è aperto un altro giallo: la macchina non esiste.

Inutile riprovare, inutile anche far tentare alle forze dell'ordine (nel dubbio che fosse una targa protetta da una particolare privacy), il terminale dà sempre lo stesso responso: «L'iscrizione al Pra non risulta». Però non è possibile: qualunque veicolo circoli in strada deve rispondere a qualcuno (anche penalmente, per esempio in caso di incidente). Invece quelle cifre non portano a nulla e l'unica ragione che ci siamo dati è che l'oblio di cui gode Tulliani sia frutto di un errore tecnico.

Perché neanche un agente dei Servizi segreti "sotto copertura" può viaggiare su un'«auto fantasma». Nel caso di uno 007, ad esempio, il Pra risponderà alla richiesta di accertamenti rimandando a una società di noleggio auto. Nei registri di questa, il riferimento sarà la presidenza del Consiglio e poi, se ce ne fosse la necessità, attraverso i canali interni si risalirebbe a chi guidava quella particolare auto in quella certa ora.

 21-09-2010]

 

 

1- DA SANTO DOMINGO, SECONDA PATRIA DI GAUCCI, PARTE UN SILURO PER FINI E I TULLIANOS - 2- IL QUOTIDIANO “LISTIN DIARIO” (IL PIÙ ANTICO DEL PAESE) SCRIVE: "UN DOCUMENTO UFFICIALE DELL’AMMINISTRAZIONE DELLA REPUBBLICA DI SANTA LUCIA, NEI CARAIBI, DIMOSTRA CHE GIANCARLO TULLIANI È IL TITOLARE DELLA PRINTEMPS LTD E DI TIMARA LTD, UNA NOTIZIA CHE PER LA STAMPA ITALIANA ED EUROPEA PUÒ RIVELARSI UNO SCOOP MONDIALE” - 3- DUE DOMANDINE SORGONO SPONTANEE: IL QUOTIDIANO DOMINICANO È IN GRADO DI FORNIRE LA DOCUMENTAZIONE DI CIò CHE AFFERMA? E PERCHÉ MAI UN GIORNALE DI SANTO DOMINGO, SOLO SOLETTO, PUBBLICA LA NOTIZIA CHIAVE DELLA VICENDA? AH, SAPERLO…

 

DAGOREPORT
Guarda caso (e il caos) arriva da Santo Domingo, seconda patria di Lucianone Gaucci, un'altra mazzata alla strategia di difesa di Fini e dei Tullianos sul caso dell'appartamento monegasco abitato dal fratello della compagna del presidente della Camera.

L'articolo del quotidiano dominicano "Listin Diario" (il più antico quotidiano del paese), ricapitolando per i propri lettori la querelle sulla famiglia allargata del presidente della Camera che gli italiani ben conoscono, a metà articolo, in poche righe, spara la bomba:

"Un documento oficial del gobierno de la República de Santa Lucía, en el Caribe, señala que Giancarlo Tulliani es el titular de la Printemps Ltd y la Timara Ltd, del cual la prensa italiana y de otros puntos de Europa indican que se trata de un ‘scoop' mundial."

Vale a dire: "Un documento ufficiale dell'amministrazione della Repubblica di Santa Lucia, nei Caraibi, dimostra che Giancarlo Tulliani è il titolare della Printemps Ltd e della Timara Ltd (le due società off-shore che hanno comprato l'appartamento, ndr), una notizia che per la stampa italiana ed europea può rivelarsi uno scoop mondiale"...

Ora due domandine sorgono spontanee: il quotidiano è in grado di fornire la documentazione? E perché mai un giornale di Santo Domingo, solo soletto, pubblica la notizia chiave della vicenda? Ah, saperlo...

L'articolo è visionabile a questo link:
http://listindiario.com/las-mundiales/2010/9/20/159637/Nuevo-escandalo-con-ministro-Fini21-09-2010]

 

LA ROGATORIA "SALVA TULLIANI" - con gran fatica è finalmente arrivata in procura a Roma una parte dei documenti, richiesti senza eccessi d’entusiasmo dagli inquirenti capitolini alle autorità monegasche - LA DOCUMENTAZIONE PERÒ È "INCOMPLETA": NON SI RIESCE A VALUTARE L’IMMOBILE - MA IL COGNATO DI FINI È ANCHE IL PROPRIETARIO? Due fiduciarie off-shore «coperte», il cui proprietario resta misterioso, ma a loro volta controllate da altre fiduciarie

Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica per "il Giornale"

 

Era ora, carta canta. Fra stecche rogatoriali e stonature procedurali, con gran fatica è finalmente arrivata in procura a Roma una parte dei documenti, richiesti senza eccessi d'entusiasmo dagli inquirenti capitolini alle autorità monegasche, che dovrebbero aiutare a fare luce sugli eventuali illeciti commessi nella compravendita della famosa casa di Montecarlo. Quella lasciata in eredità ad An da Anna Maria Colleoni, svenduta a una fiduciaria off-shore, da questa ceduta a una gemella e, a oggi, ancora abitata dal cognato del presidente della Camera, Giancarlo Tulliani.

 

LA ROGATORIA «SALVA TULLIANI» - Il plico giunto dal Principato di Monaco conta una sessantina di pagine in tutto - in grandissima parte si tratta di materiale già scovato e pubblicato in cinquanta giorni dal Giornale - che dunque diventano ora ufficialmente materia di indagine per quei pubblici ministeri della Capitale sempre più restii a convocare colui che sembra invece ricoprire un ruolo chiave nell'operazione immobiliare fra Roma, i Caraibi e Montecarlo: Giancarlo Tulliani, fratello della compagna di Gianfranco Fini, Elisabetta.

Testimone preziosissimo, perché fu lui a segnalare al «cognato» l'interesse per l'immobile monegasco da parte di una società che poi effettivamente acquistò, a un quinto del valore di mercato, l'appartamento da An, e perché alla fine della strana, doppia compravendita tra il partito di via della Scrofa e le società off-shore gemelle fu, casualmente, sempre lui a ritrovarsi come inquilino nel medesimo immobile.

 

A Roma gli atti ricevuti ieri sono stati definiti «incompleti». Ma a quanto negli ultimi giorni facevano sapere nel Principato, a essere carente e vaga sarebbe stata la rogatoria inviata all'estero dalle toghe romane, inoltrata quando buona parte degli atti e delle testimonianze raccolte dal Giornale non erano ancora state pubblicate, ampliando i confini di un affaire politico-immobiliare che sempre più imbarazza Fini e i suoi familiari.

 

Per questo motivo il procuratore capo, Giovanni Ferrara, ha inviato a Montecarlo un supplemento di rogatoria, chiedendo carte che possano meglio inquadrare il reale valore dell'immobile, oltre agli accertamenti fiscali collegati alla dichiarazione di successione sul testamento della contessa Colleoni che donò il suo appartamento ad An.

Il valore dato all'appartamento di Boulevard Princesse Charlotte, a Montecarlo, in sede di successione e poi nei diversi passaggi di proprietà. Addirittura il carteggio riservatissimo è stato inviato, per rogatoria, all'indirizzo sbagliato: a piazza Cavour, presso la Cassazione, anziché a piazzale Clodio, sede della procura della Repubblica.

MA IL COGNATO DI FINI È ANCHE IL PROPRIETARIO? - Ma cosa contiene il plico monegasco che da oggi dà un po' di spessore al fascicolo d'indagine, tenendo compagnia ai verbali del tesoriere e dell'amministratore di An, Francesco Pontone e Donato Lamorte, del senatore ex An Antonino Caruso e della segretaria di Fini, Rita Marino? Tra le altre carte, c'è anche il documento del contratto di affitto tra Timara e Tulliani, pubblicato nei giorni scorsi dal Giornale, quello in cui le firme di locatario e affittuario sono identiche.

 

La procura lo ha definito «nota di trascrizione sul pubblico registro del contratto», ma in realtà è qualcosa di più: un «avenant», ossia un accordo che modifica un elemento del contratto di locazione originario. È l'atto ufficiale a disposizione delle preposte sedi monegasche (Ufficio del registro, il comando di polizia della Sûreté Publique, l'associazione delle agenzie immobiliari).

 

Detto questo, in Procura è arrivato anche il contratto iniziale al quale l'avenant fa riferimento. E anche se ovviamente non c'è stato il tempo per procedere con perizie calligrafiche, sulla prima scrittura le firme dei contraenti (che dovrebbero essere Tulliani e la Timara) sarebbero diverse. Sarà necessario capire il motivo di questa vistosa discrepanza tra i due documenti, ma d'altra parte gli elementi di «confusione» tra affittuario e locatario, in questa storia, sono molteplici.

C'è anche la bolletta della luce, intestata a Tulliani, pagata da Tulliani ma domiciliata a casa di James Walfenzao, l'intermediario e consulente fiscale che ricopriva incarichi di rappresentanza nelle fiduciarie che controllavano le due off-shore, Printemps e Timara.

 

UTENZE E DOMICILI OVVIAMENTE OFF SHORE - E c'è la richiesta di pagamento di spese condominiali spedita dal Syndic Michel Dotta a casa Tulliani, ma intestata curiosamente «Timara ltd-(Mr Tulliani)». Comunque, se le firme sul contratto primigenio ora in possesso dei pm romani sono leggibili, sarà molto interessante sapere chi firma l'atto per conto della Timara.

Le altre carte giunte oggi in procura i lettori del Giornale le conoscono bene. Si tratta degli atti di compravendita dell'appartamento tra An e Printemps prima (l'11 luglio del 2008) e Printemps e Timara poi (15 ottobre dello stesso anno). Accompagnate da allegati, certificati, procure. Carte che raccontano il doppio rimbalzo della casa della contessa Colleoni dal partito a cui la donna l'aveva donata alla fiduciaria che l'ha affittata al «cognato» di Fini.

 

Sul primo di quei contratti c'è scritto nero su bianco il prezzo di vendita della casa: 300mila euro. Il dettaglio che finora più ha appassionato la procura di Roma. E, in fondo, l'elemento più sconcertante dell'intera storia, visto che l'immobile che avrebbe dovuto e potuto finanziare la «buona battaglia» con un considerevole afflusso di denaro nelle casse del partito è stato invece ceduto a un quinto almeno del suo valore di mercato.

 

UN'ALTRA COINCIDENZA SULL'ENNESIMA SOCIETÀ - E se gli investigatori si dovessero appassionare anche ai risvolti fiscali della vicenda, quei due contratti spiegano molto bene quanto il sistema di società sia stato architettato per non far risalire al reale acquirente della casa.

Due fiduciarie off-shore «coperte», il cui proprietario resta misterioso, ma a loro volta controllate da altre fiduciarie. Un gioco che lo specialista Tony Izelaar ha spiegato qualche giorno fa a un cronista di Libero accennando a una società utilizzata come «azionista visibile», parlando di Janum. Probabilmente il riferimento è alla Janom Partners ltd, ossia a una delle altre due fiduciarie che appaiono nei contratti (l'altra è la Jaman Directors).

 

In pratica Walfenzao e Izelaar controllavano Printemps e Timara in qualità di "ad" di Janom e Jaman. Scatole vuote, ma «trasparenti». Il cui nome può essere speso con le autorità straniere, italiane per esempio, che potrebbero voler chiedere chi c'è dietro alla offshore che ha fatto affari col partito di Fini. E allora, come dice candidamente Izelaar, «noi indichiamo Janum o qualche altra società, non il vero cliente». Già, chi è il vero cliente?

 21-09-2010]

 

 

1- ALTISSIMO, MASCELLA QUADRATA, AURICOLARE ALL’ORECCHIO E TRA LE MANI LA BODY-GUARD STRINGEVA UNA STRANA VALIGETTA, NERA E RETTANGOLARE. IL PRESIDENTE DELLA CAMERA COME IL PRESIDENTE USA OBAMA, PRONTO MAGARI A SPINGERE IL PULSANTE DELL’ARMA FINE DEL MONDO? NO, SEMMAI, COME BERLUSCONI, PERCHÈ QUELLA VALIGIA CONTENEVA UN GRANDE SCUDO ANTI PROIETTILE, UNA SPECIE DI COPERTINA BLINDATA CHE, ALL’OCCORRENZA, VIENE STESA SOPRA LA PERSONALITÀ DA PROTEGGERE - 2- NON FINISCE QUI: NON PIÙ UNA SOLA MACCHINA DI SCORTA, MA DUE, E DUE ”GIRI” DI PROTEZIONE DA PARTE DEGLI ADDETTI ALLA SCORTA, CHE, AD OGNI USCITA, LO STRINGONO IN UN DOPPIO CERCHIO DI SICUREZZA. SEMPLICE CAUTELA PER EVITARE POSSIBILI CONTESTAZIONI CHE UN CERTO MONDO DELL’ESTREMA DESTRA ANNUNCIA CON MANIFESTI ROBOANTI CHE TAPPEZZANO ROMA? O INVECE NOTIZIE POCO RASSICURANTI CHE POTREBBERO RIGUARDARE TUTTE LE ALTE CARICHE DELLO STATO?

Claudia Terracina per "Il Messaggero"

 

Altissimo, mascella quadrata, sguardo di ghiaccio, vestito grigio, camicia bianca, auricolare all'orecchio. L'uomo è, con tutta evidenza, una guardia del corpo. In particolare, l'"angelo custode" del presidente della Camera, Gianfranco Fini, che ha debuttato al suo fianco il 5 settembre scorso, alla festa di Futuro e libertà di Mirabello, nella "bassa" che circonda Ferrara.

L'uomo è stato notato impassibile sul palco, a un passo da Fini e gli è stato accanto per tutta la durata di quello che viene ritenuto il discorso più importante della sua nuova fase politica perchè, tra le mani, enormi, stringeva una strana valigetta, nera e rettangolare.

 

Fatto che, ovviamente, ha suscitato una smodata curiosità e una serie di battute. La più scontata delle quali era che «Fini avesse ormai in dotazione l'arma nucleare per far deflagrare il Pdl». Il presidente della Camera come il presidente Usa Obama, pronto magari a spingere il pulsante dell'arma fine del mondo? No, semmai, come Berlusconi, perchè quella valigia conteneva un grande scudo anti proiettile, una specie di copertina blindata che, all'occorrenza, viene stesa sopra la personalità da proteggere.

 

La modalità non è nuova. Il mega scudo infatti viene portato spesso in occasioni pubbliche alle quali intervengono le alte cariche della Repubblica, quando sono segnalati "movimenti sospetti". E a Mirabello, a parte le contestazioni a suon di "vuvuzelas" da parte di berluscones zelanti, stroncate alla vigilia grazie alla sollecita denuncia di Italo Bocchino, l'atmosfera non era proprio rilassatissima.

 

E rilassata non è ancora. Tanto che la protezione del presidente della Camera, al suo ritorno nella scena politica, dopo l'estate blindata in quel di Ansedonia, cercando rifugio dagli attacchi giornalistici a base di "gossip" sulla casa di Montecarlo e dagli assalti dei cronisti a caccia di una dichiarazione sua e della sua compagna, Elisabetta Tulliani, è stata raddoppiata. Non più una sola macchina di scorta, ma due, e due "giri" di protezione da parte degli addetti alla scorta, che, ad ogni uscita esterna,lo stringono in un doppio cerchio di sicurezza.

 

Semplice cautela per evitare possibili contestazioni che un certo mondo dell'estrema destra annuncia con manifesti roboanti che tappezzano Roma? O invece notizie poco rassicuranti che potrebbero riguardare tutte le alte cariche dello Stato? Difficile, come è ovvio, avanzare ipotesi certe.

 

Fini, da parte sua, ha accettato la protezione rafforzata di buon grado, anche se, oltre alla sua vita pubblica, tiene molto al privato. Infatti, non rinuncia alla passeggiata mattutina nel suo quartiere, alla periferia Nord della Capitale, nè ai giri in bicicletta a Villa Borghese.

 

Che intende continuare il più possibile, «anche perchè- assicurano i suoi- ad ogni uscita viene avvicinato da gente che lo incoraggia ad andare avanti per la sua strada. Di contestazioni, più o meno pesanti, invece non c'è traccia».

Sabato Fini sarà a Pollica, nel Cilento, per ricordare il sindaco Vassallo, ucciso due settimane fa dalla camorra, insieme a un altro super-scortato, Roberto Saviano, e a Walter Veltroni. Il segnale, appunto, che non intende cambiare stile di vita.

 20-09-2010]

 

 

CASINI FINI NEWS! TUTTE LE STRADE DI MONTECARLO PORTANO A “ELISABETTO” TULLIANI - 1- “SOCIÉTÉ TIMARA LTD (MR TULLIANI)”. FA UNA CERTA IMPRESSIONE LEGGERE L’INTESTAZIONE DELLA LETTERA CHE MICHEL DOTTA, L’AMMINISTRATORE DEL CONDOMINIO DEL PALAIS MILTON - 2- MA LE ANOMALIE E LE STRANEZZE SOSPETTE NON FINISCONO QUI. C’È ANCHE LA STRANA STORIA DELLE BOLLETTE DI CASA TULLIANI A MONTECARLO, CHE IL “COGNATO” DI FINI HA DOMICILIATO, CHISSÀ PERCHÉ, A CASA D’ALTRI. E PRECISAMENTE ALL’INDIRIZZO DOVE ABITA JAMES WALFENZAO, CHE DIRETTAMENTE O INDIRETTAMENTE È AMMINISTRATORE DI ENTRAMBE LE SOCIETÀ OFFSHORE, SIA PRINTEMPS (CHE COMPRÒ DA AN) CHE TIMARA (CHE ACQUISTO DALLA GEMELLA E POI AFFITTÒ A TULLIANI) - 3- DOMANI, IL MOMENTO DELLA VERITÀ: A ROMA I DOCUMENTI SULLA CASA DI MONTECARLO - 4- DOMANI IL SENATORE PONTONE, IL TESORIERE SU CUI GIAN-MENEFREGO FINI HA SCARICATO LA VENDITA DELLA CASA, SI DIMETTE. ATTESA PER L’ANNUNCIATO SCONTRO TRA LUI E L’EX PARLAMENTARE DI AN ANTONINO CARUSO, CHE HA PARLATO DI UNA PRECEDENTE MOLTO PIÙ ALTA OFFERTA PER ACQUISTARE L’ALLOGGIO DI MONTECARLO

1- DOMANI, IL MOMENTO DELLA VERITÀ: A ROMA I DOCUMENTI SULLA CASA DI MONTECARLO - PONTONE, IL TESORIERE SU CUI FINI HA SCARICATO LA VENDITA DELLA CASA, SI DIMETTE. ATTESA PER L'ANNUNCIATO SCONTRO TRA LUI E L'EX PARLAMENTARE DI AN ANTONINO CARUSO, CHE HA PARLATO DI UNA PRECEDENTE MOLTO PIÙ ALTA OFFERTA PER ACQUISTARE L'ALLOGGIO
Flavio Haver per il Corriere della Sera

Domani sarà il momento della verità per l'inchiesta sulla casa di Montecarlo venduta dall'associazione An a una società off shore del paradiso fiscale di Santa Lucia e poi affittata a Giancarlo Tulliani, fratello della compagna del presidente della Camera Gianfranco Fini. Al Palazzo di giustizia della Capitale arriveranno i documenti richiesti alle autorità monegasche sulla complessa operazione che ha portato alla cessione per 300 mila euro dell'appartamento di una settantina di metri quadrati nella centrale boulevard Princesse Charlotte 14.

 

Martedì si riunirà invece il Comitato dei Garanti dell'associazione An per discutere di una serie di questioni aperte sul patrimonio del partito confluito nel Pdl. Secondo alcune voci si potrebbe dimettere il senatore Francesco Pontone (il tesoriere che aveva ricevuto da Fini la delega a vendere l'abitazione) e c'è attesa per l'annunciato scontro tra lui e l'ex parlamentare di An Antonino Caruso, che ha parlato di una precedente molto più alta offerta per acquistare l'alloggio. Offerta sempre negata da Pontone.

 

2- UN'ALTRA CARTA LEGA I PARADISI FISCALI A TULLIANI
Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica per Il Giornale

«Société Timara Ltd (Mr Tulliani)». Fa una certa impressione leggere l'intestazione della lettera riservata che Michel Dotta, l'amministratore del condominio del Palais Milton, quello dove vive il fratello della compagna di Fini, invia all'inquilino-cognato del presidente della Camera per chiedere di saldare spese condominiali arretrate.

 

Il syndic Dotta, personaggio di elevatissima caratura nel Principato in quanto amministratore di centinaia di condomìni, oltre che presidente della camera immobiliare monegasca, e dunque a conoscenza dei segreti del mattone dei residenti col conto in banca a sei o nove zeri, anziché fare riferimento al fratello di Elisabetta lo mette fra parentesi, rivolgendosi nero su bianco alla società off shore proprietaria della casa donata ad An dalla contessa Anna Maria Colleoni. Timara e Tulliani, come fossero sinonimi.

C'È POSTA PER TE
Per non sbagliare Dotta li mette entrambi, uno al fianco dell'altro, sull'intestazione del sollecito di pagamento. Meno di duemila euro: per la Timara è più del doppio del suo capitale sociale (che ammonta a mille dollari), per Tulliani sono bruscolini, visto che il giovanotto gira in Ferrari e vive a Montecarlo grazie all'attestato di autosufficienza economica che gli è stato dato a fronte di un versamento in banca che di solito non è mai inferiore a 300mila euro. Ossia il valore della casa di boulevard Princesse Charlotte, svenduta da An alla fiduciaria offshore Printemps per 300mila euro, e da Printemps alla gemella Timara per un dieci per cento in più.

 

La comunicazione dell'amministratore è solo l'ultima briciola di pane di un sentiero che per Pollicino Tulliani non è affatto sicuro. Gli indizi, infatti, sembrano portare alla conclusione che Tulliani sia tutto tranne che uno sconosciuto per la Timara, sempre che il «cognato» di Fini non si identifichi del tutto con la società caraibica.

Ieri Il Giornale ha rivelato che sul contratto di affitto tra la proprietaria di casa Timara e l'affittuario Tulliani c'è una sorprendente anomalia: le firme del rappresentante della società e quella di Giancarlo, ossia delle controparti, sono identiche: la stessa persona ha apposto la propria sigla sotto le diciture "le preneur" e "le bailleur", annotando per due volte a mano, con identica grafia, "Lu et approuvé" (letto e approvato).

 

Timara e Tulliani sono dunque la stessa cosa? Alla domanda posta dal Giornale, che si è anche sforzato di immaginare ipotesi alternative su quelle firme gemelle, nessuno ha replicato. Non Tulliani, non i suoi avvocati, non la Timara, nemmeno un terzo, ipotetico autore delle firme sul contratto. Silenzio assenso?

INQUILINO NOTO MA SCONOSCIUTO
Prima l'affitto con giallo, poi il sollecito a Timara/Tulliani di Dotta. Che alla fine di luglio, intervistato dal Giornale, sostenne di non sapere chi fossero Tulliani, Timara, Printemps e compagni. «La Timara non mi dice niente, non la conosco, mai sentita prima», aveva spiegato: «Sono il presidente delle agenzie immobiliari qui a Monaco e questa Dimara, Timara o come si chiama, è la prima volta che la sento. Non conosco Giancarlo Tulliani, non è un nostro inquilino e noi di inquilini ne abbiamo a centinaia. Conosco invece Luciano Garzelli». Che poi è l'uomo che al Giornale ha raccontato che mobili e cucina per quell'appartamento arrivarono dall'Italia, e che a dire la propria sull'andamento dei lavori, curati dal figlio, Stefano, oltre a Giancarlo Tulliani, c'era anche la sorella Elisabetta.

 

Ma le anomalie e le stranezze sospette emerse solo negli ultimi giorni non finiscono qui. C'è anche la strana storia delle bollette di casa Tulliani a Montecarlo, che il «cognato» di Fini ha domiciliato, chissà perché, a casa d'altri. E precisamente all'indirizzo dove abita James Walfenzao, che direttamente o indirettamente è amministratore di entrambe le società offshore, sia Printemps (che comprò da An) che Timara (che acquisto dalla gemella e poi affittò a Tulliani). Perché mai le utenze di Tulliani finiscono nella cassetta delle lettere di Walfenzao, che è un intermediario finanziario del gruppo Corpag, la cui branca di Saint Lucia è, guarda caso, proprio lo studio in cui hanno sede legale Printemps e Timara?

Perché Tulliani, che avrebbe convinto Fini a vendere all'acquirente da lui stesso individuato, se non ha niente da nascondere, non chiarisce? Non c'è mica lui dietro al sistema di fiduciarie che coprono il nome del reale proprietario?

 

TUTTO PORTA A GIANCARLO
Certo, ormai avrebbe difficoltà a negare di conoscere, e bene, la struttura di quelle fiduciarie. Alla prima, la Printemps, ha permesso di concludere un grande affare, assicurandole un appartamento nel principato di Monaco per soli 300mila euro. Dalla seconda ha ottenuto in affitto la stessa casa. Come intermediatore immobiliare non sarà molto attivo, ma un tetto per se stesso l'ha trovato. In modo, per la verità, non proprio trasparente. Intanto dalle nuove carte visionate ieri dal Giornale si può completare il puzzle delle avventure monegasche del giovin Tulliani. La data del suo arrivo «ufficiale» nel Principato, stando alla carta di residenza (numero 053961), è il 20 febbraio del 2009.

 

LE AMNESIE DELL'AMBASCIATORE
Curiosamente, l'ambasciatore italiano a Monaco, Franco Mistretta, nell'intervista al Giornale dello scorso 17 agosto, ricordava però di aver incontrato Tullianino la prima volta intorno al marzo del 2009, e che in quell'occasione il ragazzo, qualificandosi come «cognato» di Fini, gli chiese lumi per ottenere la residenza. Visto che la residenza ce l'aveva già (e anche la casa in fitto, fin dal 30 gennaio del 2009, pur se i lavori andranno avanti fino al 2010), forse i ricordi della Feluca andrebbero un po' retrodatati. Tulliani rinnova il permesso il 21 gennaio 2010. Tornerà a farlo il 19 febbraio dell'anno prossimo. Sempre che nel frattempo non cambi idea. Lui, o le autorità monegasche responsabili delle concessioni di residenza. 19-09-2010]

 

 

 

1- FELTRI E BELPIETRO SPARANO IL CONTRATTO DI AFFITTO DELLA CASA DI MONTECARLO SORPRESONA(?): LE FIRME DEL LOCATORE (LA SOCIETÀ OFF SHORE TIMARA) E DEL LOCATARIO SONO IDENTICHE. NON È CHE ’ELISABETTO’ TULLIANI E TIMARA SONO LA STESSA COSA? - (UN CONSIGLIO A FINI: MEGLIO UNA FINE SPAVENTOSA CHE UNO SPAVENTO SENZA FINE) - 2- COME HA PORTATO 300 MILA EURO A MONTECARLO DA VINCOLARE IN UNA BANCA PER AVERE LA RESIDENZA IL "COGNATO" DI FINI? HA REGOLARMENTE DICHIARATO AL FISCO L’ESPORTAZIONE DELLA CONSISTENTE SOMMA, ALLA QUALE VANNO AGGIUNTI I 200MILA EURO NECESSARI A COMPRARSI LA ORMAI CELEBRE FERRARI CON TARGA MONEGASCA? IL DUBBIO POTREBBE TOGLIERSELO LA PROCURA DI ROMA CHE PERÒ GIÀ PENSA ALL’ARCHIVIAZIONE - 3- SULL’ALTRA STAMPA, SILENZIO DI TOMBA: NON POSSIAMO IMMAGINARE COSA AVREBBERO SCRITTO I D’AVANZO E LE SARZANINI SE FINI FOSSE ANCORA AL FIANCO DI BERLUSCONI -

 

Prima le società offshore con stessa sede nello stesso paradiso fiscale e allo stesso indirizzo. Ora spunta un'altra coppia di gemelle, ma stavolta il giallo riguarda due firme. E il dubbio è il più pesante: non è che Tulliani e Timara sono la stessa cosa? Le sigle uguali sono infatti quelle di proprietario e locatario sul contratto d'affitto della casa monegasca, depositato all'Ufficio del Registro del Principato.

Non sembra solo l'ennesima, inquietante, coincidenza. Giancarlo Tulliani, uomo cardine dell' affaire di Montecarlo, secondo i magistrati romani non è degno di un appuntamento in procura nemmeno alla luce delle clamorose rivelazioni del Giornale sulla svendita dell'appartamento al 14 di boulevard Princesse Charlotte. Chissà che oggi i pm non cambino idea. Vediamo perché.

IL MONOPOLI DEI TULLIANOS
L'immobile in questione è quello donato dalla contessa Anna Maria Colleoni al partito nel 1999, poi ceduto per un quinto del valore a una società off-shore con sede ai Caraibi (Printemps Ltd), da questa venduto a una società gemella (Timara Ltd) e, infine, abitato dallo stesso «cognato» di Fini, Tul¬liani appunto, che aveva aperto ilgiro di valzer caldeg¬gia¬ndo la vendita dell'appartamento al presidente della Camera, al quale (è lo stesso Fini a dirlo) segnalò che c'era un acquirente interes¬sato alla casa.

Ora salta fuori una quantomeno sospetta «identità di firma» tra proprietario e affittuario. È nel contratto d'affitto, che il Giornale è riuscito a recuperare. L'atto, ufficiale e protocollato, è il «contratto a canone » numero 114772, firmato a Monaco il 24 febbraio del 2009 tra la società off-shore «Timara Ltd», proprietaria dell'appartamento, e «monsieur Giancarlo Tulliani», affittuario «de nationalité italien demeurant (residente, ndr ) a via Raffaele Conforti 52 Roma, Italy», ed è stato re¬gistrato il 4 marzo dello stesso anno presso l'ufficio competente del Principato di Monaco. Oggetto, ovviamente, l'affitto della famosa casa al civico 14 di boulevard Prin¬cesse Charlotte.

L'AUTO-LOCAZIONE
Colpo di scena in calce al foglio: le firme apposte sotto la dicitura «le preneur» (l'af¬fittuario) e sotto il riferimento a «le bailleur» (il locatore) sono uguali, tali e quali. Una sola firma, illeggibile ma identica, per due controparti. Il locatore è Tulliani, come è scritto nel contratto e come hanno sempre sostenuto i suoi legali, e la firma del proprietario è la stessa: il «cognato» di Fini ricopre dunque all'interno della Timara un ruolo tale da avere i poteri necessari a firmare per conto della società un contratto di locazione a se stesso?
Questo vorrebbe dire che non solo le firme so¬no uguali, ma che Giancarlo Tulliani e la società offshore proprietaria della casa a Montecarlo sono la stessa cosa. E il «cognato» sarebbe, dunque, affittuario di se stesso.

 

Altra possibilità è che Tulliani abbia lasciato che l'amministratore della controparte Timara apponesse la propria firma sia come proprietario che per conto dell'affittuario, o che, ipote¬ decisamente remota anche a Montecarlo, sia Tulliani che Timara abbiano dele¬gato un terzo a concludere il contratto per loro conto, ma «tra sé e sé». A dirla tutta, nell'atto ufficiale non c'è traccia, nei dintorni delle firme in calce, di diciture «per conto» di alcuno, né si fa cenno a procure o deleghe.

 

Comunque la si legga, l'identità delle firme aumenta il sospetto che il ragazzotto con la Ferrari abbia un legame molto, molto forte con le fiduciarie Printemps e Timara, create ad hoc a Saint Lucia nel 2008, poco prima che An, su se¬gnalazione dello stesso Tulliani, desse via la casa a prezzo di saldo. Le anomalie si moltiplicano.

GIANCARLO E GLI AMICI OFF-SHORE
Perché il ruolo del fratellino di Elisabetta, solo per la parte relativa a compravendite e affitti, è il mistero dei misteri. Giancarlo Tulliani è in qualche modo in contatto con Printemps: è lui a se¬gnalare a Fini che la società intende comprare l'appar¬tamento, e si fa, di fatto, in¬termediario per l'offerta, conclusa con la vendita low cost dell'11 luglio 2008. Giancarlo Tulliani è certamente in contatto con Tima¬ra, che a ottobre del 2008 ac¬quista da Printemps, e a febbraio del 2009 l'affitta proprio a lui con un contratto dove, curiosamente, le fir¬me di affittuario e locatario sono sovrapponibili.

 

Per non dire, come ha dimostrato il Giornale , che il titolare dell'impresa di ristrutturazione dice di aver fatturato i lavori alla Timara, anche se a decidere i materiali da portare dall'Italia e cosa e come ristrutturare sarebbero stati i Tulliani, Elisabetta e Giancarlo.

A rafforzare il tutto, c'è poi il legame tra il cognato di Fini e James Wal¬fenzao. Walfenzao è dal no¬taio Paul Louis Aureglia l'11 luglio 2008, perché in qualità di direttore della «Jaman Directors Ltd», anche que¬sta con sede a Castries, rap¬presenta la «Printemps Ltd». Ma è citato anche nel rogito del 15 ottobre dello stesso anno, quando è Printemps a vendere a Timara.

L'atto notarile della secon¬da compravendita, infatti, spiega che la Timara è rap¬presentata da Suzi Beach, in virtù dei poteri che le ha assegnato l'assemblea generale di un'altra società di Saint Lucia, la «Janom Part¬ners », rappresentata nell'occasione da Tony Izelaar (che in quel giorno di ottobre, giusto per semplificare le cose, è anche venditore per conto di Printemps) e, appunto, da Walfenzao.

 

IL LINK CON WALFENZAO
Quest'ultimo (che al Giornale s'è limitato a dire di non voler parlare «degli affari dei clienti») lavora per il gruppo «Corpag» attivo nell'offrire ai propri clienti fiduciarie e intermediazioni. Nel network Corpag, per capirci, c'è anche la monegasca «Jason Sam» (specializzata nella creazione di fiduciarie a Saint Lucia e nelle compravendite immobiliari «coperte» da fiduciarie, come spiega il sito web della società), per la quale lavorano gli altri protagonisti delle off- shore dell' affaire , Tony Izelaar e Suzi Beach.

 

BOLLETTE E DOMICILI SOSPETTI
Ma tornando a Walfenzao, a focalizzare l'attenzione su di lui ci sono le connessioni fortissime con Tulliani. Il Giornale già ieri ha svelato come il suo indirizzo monegasco (27, avenue Princesse Grace) sia stato «prestato» a Giancarlo Tulliani per domiciliare utenze, tra cui la bolletta della luce, essenziale per le autorità monegasche, che la utilizzano per accerta¬re che i residenti non siano fittizi.

L'utenza è relativa al 14 di boulevard Princesse Charlotte, l'addebito è sul conto corrente numero 17569- 00001- 71570900001 acceso da Tulliani presso la Compagnie Monegasque de Banque. Ma le fatture hanno un «c/o», finiscono a casa del signore e della signora Walfenzao. Perché? Troppe domande, alle quali chi potrebbe e dovrebbe da¬re risposte preferisce replicare con un ostinato silenzio.,

IL CONTO SEGRETO E IL FISCO
Quanto al conto corrente, stando alla carta di soggiorno a Monaco di Tulliani, que¬st'ultimo non avrebbe indica¬to un'attività professionale in grado di garantirgli il reddito necessario, ma avrebbe al¬legato la garanzia bancaria che attesta il possesso di liqui¬dità sufficiente a vivere a Montecarlo senza lavorare. Parliamo di un deposito di al¬meno 300mila euro ( stessa cifra necessaria a comprarsi una casa a Montecarlo, ma solo se a vendere è An) che Tulliani non può intaccare.

 

Qui la domanda è ovvia: come ha portato quella cifra a Montecarlo il «cognato» di Fini? Ha regolarmente dichia¬rato al fisco l'esportazione della consistente somma, alla quale vanno aggiunti i 200mila euro necessari a comprarsi la ormai celebre Ferrari con targa monegasca? Il dubbio potrebbe toglierselo la procura di Roma che però, udite udite, già pensa all'archiviazione. [18-09-2010]

 

 

2- LA MAPPA DELLA CASA SMENTISCE FINI
Gian Marco Chiocci per "Il Giornale"

 

Nell'affaire della casa di Montecarlo c'è questa storia della cucina che proprio non quadra. E non per testardaggine del Giornale bensì perché, di tanto in tanto, c'è qualche protagonista dello scandalo che la ritira fuori. L'ultimo della serie è il costruttore Luciano Garzelli (a cui l'ambasciatore italiano Mistretta si rivolse per ristrutturare l'appartamento abitato da Giancarlo Tulliani) che ha riferito al Giornale di aver avuto contatti con il cognato di Fini e con Elisabetta, e che i materiali per restaurare la casa non vennero presi nel Principato ma «li hanno portati loro». E loro, i Tulliani, a detta di Garzelli, «hanno portato» dall'Italia anche la «cucina, le maioliche, i rubinetti» e quant'altro.

Se la cucina in questione sia la stessa cucina di cui il Giornale parlò a Ferragosto non è dato sapere. Però è bene ragionarci su, sia per i nuovi dettagli raccolti dal Giornale, sia per verificare se abbia un fondamento la plateale smentita fatta all'epoca non da Fini ma dal finiano Benedetto Della Vedova oltreché da imprecisati «ambienti» vicini al presidente della Camera.

Un passo indietro. A metà agosto questo quotidiano riporta le dichiarazioni di due dipendenti del mobilificio romano Castellucci, relative ad acquisti di moduli d'arredamento e di una cucina per una casa all'estero, precisamente a Montecarlo, da parte di Elisabetta Tulliani, accompagnata in almeno una o due occasioni da Gianfranco Fini.

 

Seguendo soprattutto il racconto di uno dei due impiegati, Davide Russo, gli acquisti sarebbero stati fatti nel 2009, quando la vendita dell'immobile da An alla società off-shore Printemps Ltd era già avvenuta e i lavori di ristrutturazione nel Principato erano prossimi a iniziare. Russo in sostanza riferisce che i Tulliani sono clienti di vecchia data dell'azienda, almeno da quando Ely si faceva accompagnare nel mobilificio dall'ex fidanzato Luciano Gaucci.

Secondo il dipendente fra aprile e maggio le visite della compagna di Fini si fanno più frequenti. Ultimati i preventivi, scelti i materiali, a suo dire l'azienda si attiva per cercare uno spedizioniere «disposto a curare un trasporto, delicato e riservato, a Montecarlo. Questo perché c'era da portare su non solo i mobili da comprare ma anche maioliche e altro. Di una paillets di maioliche me ne occupai io personalmente», sottolinea. (E di «maioliche» oltreché di una «cucina e altro», come detto, parla anche il costruttore Garzelli).

A sentire i due dipendenti «in azienda non era un segreto di Stato, si faceva riferimento apertamente di una casa di Tulliani a Montecarlo». Il 14 agosto il Giornale produce copia dei carteggi riservati fra l'azienda Scavolini e il mobilificio Castellucci inerenti l'acquisto di una cucina marca Scenery a nome «Tulliani 04». Il dipendente Russo precisa d'aver visto Fini e la compagna in azienda mentre seguivano preventivi e progetti per un appartamento non italiano. «E dopo il passaggio alla fase progettuale - aggiunge - con gli arredatori per cucina e altri ambienti, quella localizzazione fu confermata dall'esigenza di cercare uno spedizioniere di fiducia». Esterno, non del mobilificio dunque.

 

L'azienda Castellucci, contattata dal Giornale per una versione ufficiale, si produce in una giustificazione preventiva non richiesta: «L'azienda non ha fatto consegne o spedizioni per conto di Fini a Montecarlo». Niente spedizioni vuol dire che invece Fini o la sua compagna hanno fatto comunque acquisti da voi? «Ci dispiace, nulla da dire». Pressato dai giornalisti, l'indomani il mobilificio Castellucci rilascia alle agenzie di stampa un'apparente smentita che in realtà smentisce poco perché non fa alcun cenno all'acquisto di mobili/cucina bensì solo al «trasporto o al montaggio di mobili», che come rivelato da Russo sarebbe stato effettuato da uno spedizioniere esterno.

«La società Castellucci Maria Teresa, con esercizio in Roma via Aurelia Km 13,400, in relazione alle notizie di stampa apparse su alcuni quotidiani precisa di non aver mai effettuato trasporto o montaggio di mobili acquistati presso il proprio esercizio da Roma a Montecarlo, nell'interesse di Elisabetta Tulliani o suoi familiari o dell'onorevole Fini". La smentita che non smentisce diventa, per l'entourage di Fini, una smentita clamorosa al Giornale. Alle agenzie di stampa Benedetto Della Vedova, vicepresidente di Futuro e libertà alla Camera, fa presente che «la cucina non sta a Montecarlo ma a diverse centinaia di chilometri di distanza. Fisicamente, nella casa di Montecarlo nemmeno ci entrerebbe».

 

Troppo grande per una casa troppo piccola. Sarà così? Abbiamo chiesto lumi a Rino Terrana, proprietario della società Tecabat di Mentone, in Francia, che svolse la ristrutturazione nell'appartamento abitato da Giancarlo Tullia (società dove ha lavorato Stefano Garzelli, figlio di Luciano, che al Giornale ha riferito d'aver visto l'affittuario Tulliani che controllava e dirigeva direttamente i lavori di restauro). «L'appartamento è costituito da un ingresso, un bagno appena entri, di seguito la camera da letto, poi in fondo a sinistra la cucina, c'è il tinello e un'altra stanza, il soggiorno. Sessanta metri più terrazzo. La parete della cucina dove noi abbiamo predisposto gli "attacchi" - ci dice - è lunga all'incirca quattro metri».

La stessa identica misura della cucina Scenery che l'azienda Scavolini, interpellata dal Giornale, ci conferma esser stata girata al mobilificio Castellucci sotto la sigla «Tulliani 04». Guardando con attenzione il «disegno assonometrico della composizione» spedito da Scavolini a Castellucci, e poi pubblicato dal Giornale, la cucina è composta da sei moduli base terra (quattro da 60 cm, uno da 50, uno da 90) per un totale di 380 centimetri. Se si confronta il disegno con la piantina provvisoria dell'appartamento di Montecarlo (che pubblichiamo in questa pagina) si scoprirà che la parete dedicata alla cucina è effettivamente di quasi quattro metri, per l'esattezza 385 centimetri, cinque in più della cucina Scavolini. Dunque c'entra perfettamente, checché ne dica il finiano Della Vedova.

 

E non è tutto. Sull'arrivo dei materiali dall'Italia il titolare della Tecabat offre un riscontro diretto a quanto riferito dal dipendente Russo e dal costruttore Garzelli: «Noi sappiamo solo delle piastrelle che sono venute da fuori, dall'Italia per quanto ne sappiamo, nonché di altre cose per il bagno eccetera». Quanto ai mobili o alla cucina «non so che dirle perché noi abbiamo fatto il nostro e poi non ne abbiamo saputo più niente. Non siamo montatori specializzati, probabilmente li avranno fatti venire dall'Italia, perché noi quando abbiamo terminato i lavori di muratura, pulitura, messa a norma degli impianti eccetera, abbiamo consegnato le chiavi e non siamo più entrati».

Il cortesissimo Terrana risolve involontariamente un altro mistero: quello del pagamento della ristrutturazione che non si sapeva a chi fosse stato fatturato, se a Tulliani che presenziava fisicamente ai lavori oppure alla società off shore proprietaria dell'immobile dove abita Giancarlo Tulliani. «Allora. La mia Tecabat ha fatturato all'incirca centomila euro di lavori a Timara Ltd ma faccio presente che noi non sapevamo niente, e non sappiamo, rispetto a chi c'è dietro questa società. Ha fatto da tramite un architetto. E comunque è tutto in regola, i dettagli li conosce il contabile, non ho alcun problema, eventualmente, a riferire al magistrato gli estremi del versamento in banca».

 

Tutti disponibili a chiarire, un po' meno Fini. Che a proposito della cucina fantasma alla fine ha detto, anzi ha fatto dire al suo entourage, che sì, quella cucina Scavolini è stata effettivamente comprata al mobilificio Castellucci «ma naturalmente non è a Montecarlo». E dovè finita? Sarebbe «a centinaia di chilometri dal Principato insieme a pensili e credenze» (copyright Della Vedova), se non addirittura «a Roma» nell'appartamento che condivide con Elisabetta (Corriere della Sera del 15 agosto).

Se la cucina arrivata dall'Italia per la casa di Montecarlo di cui parla Garzelli non è quella di cui parla il dipendente del mobilificio (e che per puro caso entra al centimetro nella parete dell'immobile monegasco abitato da Tulliani jr) dove diavolo è stata acquistata la cucina di rue Princesse Charlotte? In Italia? A Montecarlo? Si può sapere? E i materiali vari, comprese le piastrelle di cui parla il dipendente del mobilificio Castellucci, sono o non sono «i materiali e le piastrelle/maioliche arrivati dall'Italia» di cui parlano anche l'imprenditore Garzelli e il titolare della Tecabat, Rino Terrana?

Se anziché far parlare fonti vicine alla presidenza della Camera, l'inquilino di Montecitorio prendesse lui la parola e spiegasse, carte alla mano, come è stato arredato l'appartamento donato al partito da una sua simpatizzante e oggi abitato dal suo giovane cognato, almeno sul versante «cucina, mobili e materiali vari» potremmo iniziare e metterci una pietra sopra.

 

3- IL PRIMO ATTO DI FINI: VERTICE A SORPRESA COI BIG DI MONTECARLO
Franco Bechis per "Libero"

La data, 23 maggio 2008, è stata quella del primo vero incontro ufficiale di Gianfranco Fini come presidente della Camera dei deputati italiana. Quel giorno a Strasburgo era in calendario la prima conferenza europea dei presidenti dei Parlamenti nazionali: 54 delegazioni, compresa quella italiana guidata da Fini e dal presidente del Senato, Schifani. In una saletta riservata il presidente della Camera dei deputati italiana ha voluto incontra- re riservatamente per circa un'ora Stéphane Valéri, il presidente del Consiglio nazionale del Principato di Monaco.

 

Un incontro insolito, anche perché molte delegazioni erano arrivate in anticipo e fra loro c'erano alcuni leader politici che Fini aveva ben conosciuto da ministro degli Esteri dell'ultimo governo guidato da Silvio Berlusconi. Dallo staff del presidente della Camera non è uscito per altro alcun resoconto su quell'incontro. Solo uno scarno comunicato di due righe ancora riportato nel sito personale del presidente della Camera: «Il Presidente della Camera dei deputati ha incontrato la presidente del Consiglio nazionale del Principato di Monaco». Nessuna foto a corredo, a differenza di quasi tutti gli altri incontri ufficiali di Fini.

E pure un errore nel testo, che nessuno ha corretto in questi due anni. Stéphane Valéri non era infatti "la" presiden

te, ma essendo maschietto, "il" presidente di quella sorta di Parlamento che legifera nel principato di Monaco. La carriera istituzionale di Fini è dunque iniziata a Montecarlo, ed è avvenuto curiosamente sette giorni prima che qualcuno appena sbarcato nell'isola di Santa Lucia firmasse le carte necessarie alla costituzione di due società off shore, la Printemps e la Timara ltd, attraverso cui sarebbe transitata la casa che Alleanza Nazionale possedeva a Montecarlo, ricevuta in eredità dalla contessa Anna Maria Colleoni.

 

Se il presidente della Camera è stato assai abbottonato su quell'incontro, qualcosa di più ha scritto nel suo taccuino di viaggio il collega monegasco. Valéri racconta di essere stato avvicinato da Fini - che già conosceva - che lo ha calorosamente salutato chiedendogli anche l'incontro riservato. «Fini», annotava il collega monegasco, «mi ha rivelato l'intenzione di venire a Montecarlo in visita ufficiale nella prima parte del 2009, e io ho risposto che sarei stato felice di una sua visita al Consiglio nazionale». Non solo. Secondo Valéri «nell'incontro Fini mi ha chiesto di costituire una associazione di amicizia fra i due paesi, iniziando proprio da un gruppo di scambio fra i due parlamenti».

 

Chissà perché il presidente della Camera dei deputati italiana all'epoca era così interessato a Montecarlo e alle buone relazioni fra i due paesi. Certo l'approccio ha entusiasmato Valéri, anche perché fra i due paesi normalmente non correva gran buon sangue per i difficili rapporti con il ministero dell'Economia italiana e le difficoltà legate alla campagna massiccia degli ultimi governi italiani alla lotta all'evasione. Il Principato di Monaco resta un paese a fiscalità agevolata, dove moltissimi italiani risiedono (è la seconda etnia dopo quella francese).

 

L'Agenzia delle entrate italiana da molti anni ha scatenato una raffica di verifiche sulle residenze ritenute fasulle o di comodo di molti contribuenti, e la cosa non ha facilitato i rapporti fra i due paesi. La proposta Fini è sembrata quindi come manna dal cielo. L'incontro era previsto per maggio- giugno dell'anno successivo, ma è saltato dopo il terremoto de L'Aquila.

Proprio in quella occasione i due presidenti si sono scambiati missive molto affettuose, promettendosi di rivedersi presto. Valéri qualche settimana dopo però ha lasciato la presidenza del Consiglio nazionale, sostituito da un altro cittadino francese del principato. E la visita ufficiale era in programma per questa estate. Ma il raccordo fra le due diplomazie parlamentari non è riuscito nel pieno della bufera politica italiana. [16-09-2010]

 

 

INSEGUIRE TULLIANI – L’INVIATA DI “LIBERO” SCOVA GIANCARLO DAL COMMERCIALISTA E LO INSEGUE IN SCOOTER PER LE VIE DI ROMA – CRONACA DI UN INSEGUIMENTO DA FILM NELLA SPERANZA DI UNA DICHIARAZIONE (BUCO NELL’ACQUA) – CI SCRIVE UN ESPERTO MONEGASCO: “CARO DAGO, ECCO COME FUNZIONA IL ROGITO A MONTECARLO (QUELLO STRANO DOPPIO PAGAMENTO DELLA TASSA DI REGISTRO)”…

1 - TROVATO TULLIANI. A CASA...
Roberta Catania per "Libero"

 

Giancarlo Tulliani è stato avvistato. E inseguito, ma senza successo: perché se gli fai una domanda, scappa. Aiutato dalla guardia del corpo, seduta davanti, accanto all'autista della scintillante Mercedes con i vetri oscurati, il cognato di Gianfranco Fini alza le tende a rete dei finestrini posteriori sperando di lanciare un chiaro e conclusivo segnale di chiusura a ogni forma di dialogo. Sono le 15.22 di ieri.

Noi di Libero siamo davanti al portone del commercialista Luciano Fasoli, il professionista che da anni segue le questioni finanziarie di Giancarlo Tulliani. In doppia fila, al 114/a di via Giuseppe Mazzini, c'è una berlina a noleggio con un uomo imponente che aspetta lì vicino. All'orecchio ha un auricolare, attraverso cui probabilmente è stato avvisato che il "protetto" sta arrivando. Un attimo dopo si apre un'anta del pesante portone del signorile palazzo in Prati e vediamo uscire l'uomo più "ricercato" del momento.

CAMMINA A TESTA BASSA - Giancarlo è elegantissimo. Completo blu, scarpe artigianali, camicia bianca e cravatta scura. Il ragazzo non sa di essere stato intercettato da un cronista, ma immagina di essere bersaglio di curiosità. Perciò, sperando di passare inosservato, accelera il passo per accorciare quei pochi metri che lo separano dall'auto e abbassa la testa nonostante il volto sia "mascherato" da occhiali scuri. È evidente che il piccolo di casa Tulliani non gradisce essere riconosciuto e men che mai essere fermato o sentirsi rivolgere qualche domanda.

 

Nonostante l'impenetrabile mutismo, e gli eloquenti gesti della guardia del corpo che ci invita ad andare via, non ci diamo per vinti. L'occasione è ghiotta: tentare, e almeno sperare, di avere una spiegazione sull'intricata vicenda di Montecarlo. Soprattutto perché Giancarlo non ha mai parlato, nonostante fosse lui l'utilizzatore finale della casa ereditata da Alleanza nazionale e venduta con strane modalità, tanto strane che la procura di Roma ha aperto un fascicolo per truffa aggravata.

I PIT STOP AL SEMAFORO - La possibilità di dare la sua versione dei fatti e, eventualmente, di "scagionare" il presidente della Camera gli è offerta più volte. Può cambiare idea e rispondere, proprio perché non molliamo l'osso e inseguiamo (in scooter) la berlina che si infila nel traffico di Roma. Le due ruote permettono di tenere il passo, fin tanto che la Mercedes passa per viale Angelico, svolta prima della circonvallazione Trionfale e sale per via Angelo Emo.

 

Almeno sette semafori rossi, utili a noi per avvicinarci e chiedere "audizione", maledetti da Tulliani che non stacca l'orecchio destro dal cellulare e dall'autista che si sbraccia per far capire che l'in - contro va chiuso lì. Tutto questo, senza aprire neanche lo spiraglio di un finestrino. Attraverso quello posteriore, nonostante la tendina e i vetri scuri, da vicino si distingue benissimo il volto del fratellino di Elisabetta e la mano destra che tiene il telefono. Sul polsino, l'ex monegasco porta le iniziali. Con filo nero, a caratteri medio-grandi, sono ricamate tre lettere: G.C.T., probabilmente a indicare che il doppio nome andrebbe scritto scomposto.

IN FUGA SUL RACCORDO - Giunti a piazza Irnerio, la macchina imbocca l'Aurelia. La direzione è quella del Raccordo anulare e, nonostante la strada sia ad alto scorrimento, qualche guidatore imbranato ci aiuta a rallentare la Mercedes che si sposta da una carreggiata all'altra in cerca di una via di fuga. Al bivio dove ne perdiamo le tracce, le possibili destinazioni dell'auto diventano almeno tre.

L'Eur, quartiere residenziale di Roma, l'autostrada per Civitavecchia, da dove parte la superstrada che porta ad Ansedonia (dove la sorella aveva affittato una villa per le vacanze), e l'aeroporto di Fiumicino. Nove auto a noleggio su dieci è lì che si dirigono e proviamo a raggiungere Tulliani prima che sparisca dietro le transenne, nell'ipotesi che si stia imbarcando su un aereo. Di lui, al Leonardo da Vinci, neanche una traccia. Ma il cartellone delle partenze offre uno spunto: manca un'ora al decollo di un volo per Nizza.

2 - COME FUNZIONA IL ROGITO A MONTECARLO (QUELLO STRANO DOPPIO PAGAMENTO DELLA TASSA DI REGISTRO)...
Riceviamo e pubblichiamo:

Caro Roberto,
Ti confermo che Monaco ha già da tempo firmato un trattato internazionale per la tracciabilità dei fondi ed é un paese molto rigoroso per quanto riguarda le norme di antiriciclaggio, forse molto più severo dell'Italia.

Detto questo, mi sembra pero che questa legislazione è più recente della data in cui fu fatto il rogito; se cosi fosse, forse all'epoca si poteva fare un pagamento dall'estero (società off-shore che acquista il bene, anche perché sicuramente i fondi sono stati versati in Italia e non a Monaco; qui la società offshore ha sicuramente pagato la tassa di registro) senza essere cosi fiscali come é ora. Da verificare comunque.

 

Come già detto altre volte, non sono uno specialista nella materia, ma mi sembra che la prassi recente per coloro che acquistano un bene immobiliare sia: intestare la casa a nome proprio oppure sul nome di una SCI (società Civile Immobiliare) di diritto monegasco che è assolutamente trasparente.

Non credo che le isole a cui si fa riferimento siano cosi virtuose (anzi sono iscritte nella Black List dell'OCSE) e sicuramente non daranno il nominativo del "beneficial Owner" . Personalmente non credo che questa rogatoria possa fare luce più di tanto.

 

Osservando le due operazioni, direi che la seconda è stata fatta per dare un "corpo" più adeguato alla tassa di registro pagata al principato; in effetti facendo due rogiti quasi consecutivi, come sembra sia stato fatto, sono state pagate due volte le tasse di registro (la prima su 300.000 e la seconda su 330.000, quindi come se il prezzo della vendita fosse stato di 660.000).

Mi sembra una prassi veramente inusuale poiché, generalmente, coloro che voglio vendere un bene registrato su una società offshore, consegnano le azioni al portatore della società. Il portatore delle azioni è il proprietario del bene (case barche società).

 

In questo specifico caso, il nome dell'acquirente trascritto negli atti qui a Monaco è quello della società delle isole, ma sapere il "final beneficial owner" della società è un'altra cosa. Non credo che le autorità monegasche sappiano i nomi dei proprietari delle società off-shore; d'altra parte molti usano delle altre società come beneficial owner; e qui si inizia il gioco delle scatole cinesi.

Oggi tutto ciò non dovrebbe essere più consentito, perché qui a Monaco verrebbe richiesto il vero beneficial owner.

Quello del doppio pagamento delle tasse di registro, essendo una operazione inusuale, é una mia personale supposizione, non corroborata da prove. Come già ti avevo detto è veramente inusuale (magari anche stupido) fare due rogiti con due società off-shore, oltretutto create e domiciliate nella stessa stanzetta ai caraibi. La ragione principale per cui vengono usate le società off-shore é appunto di evitare di fare più rogiti durante i futuri passaggi di compravendita e quindi pagare più tasse di registro.
Maurizio Valentini 14-09-2010]

 

 

CASINO MONTECARLO, IL CERCHIO SI STRINGE? - LA PROCURA ROMA RINNOVA LA RICHIESTA DI DOCUMENTI all’autorita’ monegasca, compresi i nomi degli amministratori delle societa’ Printemps Lds e Janson Director Limited, che hanno sede in un’isola dei Caraibi - Nei prossimi giorni potranno essere convocati al palazzo di giustizia di Roma l’altro amministratore di An Donato Lamorte ed anche Giancarlo Tulliani, fratello della convivente di Fini

 

Adnkronos) - Alla vigilia dell'interrogatorio del senatore Francesco Pontone, gia' amministratore di Alleanza nazionale, come persona informata sui fatti nella compravendita e locazione dell'appartamento di boulevard Princesse Charlotte a Giancarlo Tulliani, a Montecarlo, la Procura della Repubblica di Roma ha fatto un nuovo sollecito all'autorita' monegasca.

 

A questa tempo fa la Procura della Repubblica di Roma con rogatoria internazionale aveva chiesto documenti e informazioni circa l'intero iter dell'operazione, compresi i nomi degli amministratori delle societa' Printemps Lds e Janson Director Limited, che hanno sede in un'isola dei Caraibi. Pur avendo avuto l'assicurazione che i documenti sarebbero giunti al piu' presto, finora a Roma non si sono ancora visti.

Intanto domani pomeriggio e' previsto l'interrogatorio del senatore Pontone che in qualita' di amministratore di An e su mandato di Gianfranco Fini che era presidente del partito, nel 2008 si occupo' della vendita di quell'appartamento avvenuta al prezzo 300 mila euro. Nei prossimi giorni potranno essere convocati al palazzo di giustizia di Roma l'altro amministratore di An Donato Lamorte ed anche Giancarlo Tulliani, fratello della convivente di Fini.

 13-09-2010]

 

 

LA MINACCIA DEL LEGIONARIO - L’EX MARITO DI DANIELA DI SOTTO MINACCIA DI APRIRE L’ARMADIO DEGLI SCHELETRI - “ALTRO CHE CASA DI MONTECARLO, SUI LASCITI AD AN. NEI BILANCI DEL PARTITO SI APPROVAVANO FATTURE FALSE” – L’AMARO SFOGO DI SERGIO MARIANI, EX TUTTOFARE DI FINI, CHE SI SPARÒ QUANDO DANIELA (CHE HA LA BOCCA TAPPATA DAGLI ALIMENTI) LO LASCIÒ PER GIANFRY: “LA GENTE PENSA CHE SIA UN FURBO, MA FINI È MOLTO INGENUO

Brunella Bolloli per "Libero"

 

A Mirabello c'era anche lui, confuso nella pattuglia dei finiani. L'amico di una vita fa, tradito nel peggiore dei modi, una storia di amore, sangue e passione, consumata tra le sezioni dell'allora Msi. Sergio Mariani ha conosciuto Gianfranco Fini nel '73 al Fronte della Gioventù di via Sommacampagna; a Roma era arrivato dopo un mandato di cattura perché a Milano aveva picchiato un ragazzo. Anni violenti: botte e galera, il livello della scontro con la sinistra era altissimo.

Nel '76 Mariani, che gli amici chiamano ancora "Folgorino" o Legionario, si è sposato con Daniela Di Sotto, ma quando fu mandato al confino in Sardegna la relazione clandestina fra la moglie e il "camerata del cuore" Gianfranco diventò pubblica e il giorno della separazione, il 10 marzo 1980, Folgorino si sparò all'addome. Poi anni di silenzio e di battaglie legali, accuse al partito, che gli deve dei soldi, e spiragli di pace.

 

Mariani, perché è andato a Mirabello a sentire Fini?
«Sono stato dirigente del suo stesso partito dal 1976 al 2008. Lo conosco bene e volevo capire dove intende andare».

E l'ha capito?
«Io sono della scuola di Giorgio Almirante, che sosteneva che il sistema va combattuto dall'interno e forse è quello che ha in mente Gianfranco con i gruppi di Futuro e Libertà. Comunque, lui parla bene, ma il suo errore è stato sciogliere An per andare nel PdL. È normale che adesso cerchi di fare un nuovo partito».

Al quale lei potrebbe aderire?
«Per iscriversi bisogna vedere il programma e su certe questioni potrei anche essere d'accordo, ma sul biotestamento la pensiamo in modo opposto».

Lei è stato il braccio destro di Fini per anni. Poi avete litigato e lei lo ha perfino denunciato per diffamazione e truffa aggravata. Adesso come sono i vostri rapporti?
«Nel 2009 il gip ha archiviato la denuncia per truffa aggravata e sulla querela per diffamazione io sono andato in tribunale con il mio avvocato, invece Fini non è venuto ma ha mandato Giulia Bongiorno, che si è presa lei le responsabilità. Poi ci siamo visti io e Fini alla Camera».

 

Per chiarire?
«Io non gli ho mai chiesto niente. L'unica cosa che voglio è il diritto di lavorare. E lui mi ha detto: hai ragione, ma poi niente. Eppure, tanti di quelli che adesso sono in Parlamento, perfino al governo, erano tuttofare di Fini e non sarebbero nessuno oggi, come gli ex colonnelli che gli hanno voltato le spalle».

Sembra il difensore del presidente della Camera.
«Per niente. Io sono quello che lo ha criticato più di tutti, apertamente, all'Assemblea nazionale del partito nel 2007. L'unico che ha osato andargli contro».

È per questo che non è stato mai candidato, oppure è a causa della sua fedina penale?
«Per il partito io ho speso tutta la mia vita. Ho sempre avuto l'idea del partito come famiglia e comunità. Ho protetto decine di ragazzi che altrimenti avrebbero rischiato la vita in quegli anni di guerra tra rossi e neri. Non ho cercato poltrone in Parlamento anche perché non avrei mai voluto mettere in imbarazzo nessuno. Però adesso voglio da An quello che mi spetta».

 

Cosa?
«Un milione e 200mila euro. Di lavori che ho fatto con la mia tipografia in varie campagne elettorali, dalle provinciali alle Europee del 2004, ma che so già non avrò mai».

Per questo lei fece stampare quei manifesti di accuse contro Fini e i dirigenti di An affissi in tutta Roma?
«È stato l'unico modo per farmi sentire. Posso anche morire di fame e senza lavoro, però se devo subire io questa fine, allora si preparino perché ci sono ancora tanti scheletri nell'armadio».

Che cosa significa?
«Dico che si è parlato tanto della casa di Montecarlo, ma di questa faccenda non so niente. Però sui lasciti ad An e sui bilanci ci sono ben altre storie da sapere, perché la gestione del partito è sempre stata collegiale. Fini non può non sapere cosa succede al patrimonio del suo movimento, ma allo stesso modo anche chi ha retto il partito o ha partecipato a quelle votazioni sa tutto, quindi...».

 

Infatti lei votò contro il bilancio di An, chiedendo anche di essere deferito ai probiviri. Perché?
«L'oggetto concordato per alcune fatture era falso. Dissi anche che ero pronto a dirlo di fronte a un giudice, però non mi hanno creduto, anzi mi hanno allontanato ancora di più. Qualcuno può pensare che lo dica solo nel mio interesse, ma non è così».

Di Montecarlo e della Rai che idea si è fatto? Fini dovrebbe dimettersi da presidente della Camera?
«Per me non deve dimettersi, ma deve spiegare. Il problema, però, è che Gianfranco è un generoso e come tale diventa troppo ingenuo. Perché la gente pensa che sia un furbo, ma è molto ingenuo».

Quando l'ha sentito l'ultima volta?
«Pochi giorni fa. Dovevamo vederci per parlare di lavoro, ma era impegnato. Aspetto».

 13-09-2010]

 

1- CHI È LA DONNA PARTITA DA ROMA PER I CARAIBI, SCORTATA DA UN POLIZIOTTO ITALIANO (NON ARMATO) CHE ENTRÒ NELLO STUDIO LEGALE GORDON IL GIORNO IN CUI FURONO FONDATE LE SOCIETÀ PROPRIETARIE DELLA CASA DOVE VIVE GIANCARLO TULLIANI? - 2- C’È UN NESSO FRA LA COSTITUZIONE DELLE DUE SOCIETÀ E LA PRESENZA NELLA STESSA SEDE SOCIALE, NELLO STESSO GIORNO E NELLA STESSA ORA DI UNA ITALIANA CON AGENTE? - 3- POTREBBE ESSERE STATA QUELLA STRANA COPPIA A VERSARE I MILLE DOLLARI NECESSARI PER LA COSTITUZIONE DI UNA DELLE DUE SOCIETÀ SE NON DI ENTRAMBE, RICEVENDO IN CAMBIO LE AZIONI AL PORTATORE E FIRMANDO LA DELEGA DI GESTIONE FIDUCIARIA ALLA JAMAN DIRECTORS LTD AMMINISTRATA DA JAMES WALFENZAO

 

Franco Bechis per Libero

Il volo della British Airways è partito dall'aeroporto londinese di Gatwick il 28 maggio 2008, ed è atterrato all'aeroporto di Hawanorra, isola di Santa Lucia, paradiso naturale e fiscale delle piccole Antille, bagnato dal Mar dei Caraibi. A bordo anche due italiani, che in realtà si erano imbarcati a Roma Fiumicino. Una donna e un uomo.

 

Di lei i passeggeri a bordo nella business class ricordano solo i capelli raccolti e un gran paio di occhiali scuri. Di lui solo un'impressione chiara: che fosse un body-guard. Impressione che avrebbero avuto anche alcuni turisti italiani, che videro i due passeggiare il giorno 30 maggio su Jeremie street, nel centro di Castries, capitale dell'isola.

 

Secondo alcuni passeggeri del volo l'uomo era sicuramente non armato, e questo dichiarò ai controlli di dogana. Ma insieme al passaporto fece vedere anche un tesserino di riconoscimento della polizia di Stato italiana. Una strana coppia italiana dunque che approdò all'isola di Santa Lucia proprio in quei giorni di fine maggio e avrebbe fatto rientro con un volo partito il 31 maggio da là a atterrato a Londra il mattino del primo giugno.

Non erano personaggi noti - almeno ai turisti che fecero quel viaggio e agli italiani che li videro a Castries girare l'angolo di Jeremie Street che dava su Manoel Street. Secondo alcune testimonianze i due sarebbero entrati in un palazzo al numero 10 entrando in uno studio legale, il Gordon, Gordon & co guidato da Mickel B.G. Gordon e da Kim Camille St.Rose, specializzato nella costituzione di società immobiliari e finanziarie oltre che nella registrazione di marchi e brevetti.

 

Altri elementi non ci sono. Eppure quel poliziotto senza armi che si comportava come un body-guard e quella donna italiana sotto protezione sono destinati ad alimentare e rinfocolare ancora di più quello che a pieno titolo è diventato il giallo dell'estate.

 

Perché proprio quel giorno qualcuno ha registrato proprio a quell'indirizzo, 10 Manoel Street di Castries, St Lu Lucia, la nascita di due società finanziarie con azioni al portatore. La Printemps Ltd e la Timara Ltd, e cioè le due finanziarie attraverso cui è passata la proprietà (l'11 luglio e il 15 ottobre 2008) della casa in Boulevard Princesse Charlotte 14 a Montecarlo che Alleanza Nazionale aveva ricevuto in eredità dalla contessa Anna Maria Colleoni.

C'è un nesso fra la costituzione di quelle due società e la presenza nella stessa sede sociale, nello stesso giorno e nella stessa ora di una italiana scortata da un poliziottobody guard?

 

La coincidenza è davvero singolare, e bisogna dire che di coincidenze singolari è piena questa storia, fin dal giorno della scoperta dell'inquilino di quell'appartamento monegasco: Giancarlo Tulliani, cognato del presidente di Alleanza Nazionale, Gianfranco Fini. Quel giorno di sicuro a Castries, isola di Santa Lucia, non poteva essere presente nessuno dei venditori. Francesco Pontone, tesoriere di Alleanza Nazionale, che il successivo 11 luglio avrebbe posto la sua firma sotto l'atto di vendita a Printemps Ltd, era a Roma ancora il pomeriggio del 29 maggio 2008 impegnato nelle votazioni nell'aula di palazzo Madama (c'è la sua firma nel registro delle presenze).

 

Lo stesso Fini era nell'ufficio del presidente della Camera a Montecitorio, dove riceveva l'ambasciatore della Repubblica socialista del Vietnam, Nguyen Van Nam. L'ancora presidente di Alleanza nazionale per altro, avendo firmato delega ad operare a Pontone, non sarebbe stato presente nemmeno il giorno della vendita della casa a Montecarlo. Era a Roma pronto ad imbarcarsi su un aereo per Parigi dove lo attendevano i lavori dell'ufficio di presidenza dell'Apem, l'assemblea parlamentare euro-mediterranea.

 

È possibile quindi che molti misteri delle due società off shore attraverso cui è passato quell'immobile possano essere sciolti scoprendo l'identità di quella donna e di quel poliziotto italiani. Potrebbe essere stata quella strana coppia a versare i mille dollari necessari per la costituzione di una delle due società se non di entrambe, ricevendo in cambio le azioni al portatore e firmando la delega di gestione fiduciaria alla Jaman Directors Ltd (costituita nella stessa sede sociale di Castries) amministrata da James Walfenzao. Un mistero in più che agita il giallo dell'estate.

L'EREDITÀ
L'appartamento di Princesse Boulevard 14 a Montecarlo apparteneva alla contessa Anna Maria Colleoni, che lo donò in eredità a Gianfranco Fini, segretario di Alleanza Nazionale, per le cui idee (di allora) la nobildonna simpatizzava.

 

LA CESSIONE
Per l'appartemento il partito ricevette varie offerte d'acquisto, anche superiori al milione di euro. Ma alla fine decidette di venderlo a una società off shore con sede legale nel paradiso fiscale di Saint Lucia, al prezzo di 300 mila euro.

 

L'AFFITTO
Coincidenza curiosa: la società off shore attualmente proprietaria del quartierino lo affitta a Giancarlo Tulliani, fratello della compagna del presidente della Camera Gianfranco Fini.

LA DIFESA
Fini si è difeso: il prezzo di vendita era congruo, ha detto. Inoltre, da un lato ha ammesso di essere a conoscenza del fatto che il cognato s'era offerto come mediatore per la vendita dell'appartamento; dall'altro lato, ha affermato di aver appreso soltanto in seguito, «con sorpresa e disappunto», che lo stesso cognato aveva affittato il quartierino.

 [12-09-2010]

 

 

1- IL "LIBERO" BECHIS BECCA UN’ALTRA BELLA CASA SVENDUTA DI ALLEANZA NAZIONALE - NON IN COSTA AZZURRA. MA IN UNO DEI POSTI PIÙ BELLI DI ROMA, PIAZZA MIGNANELLI, IL SALOTTINO DENTRO PIAZZA DI SPAGNA. CASA IN AFFITTO ALLA SOCIETÀ SPORTIVA DEL PARTITO DI FINI, GUIDATA DA UN FINIANO DOC E AMMINISTRATA DAL SIGNOR ZACCHEO BENE: L’ALLEANZA SPORTIVA ITALIANA SI COMPRA DALLA SCIP, LA SOCIETÀ CHE CARTOLARIZZAVA PER CONTO DEL MINISTERO DELL’ECONOMIA GLI IMMOBILI DI PROPRIETÀ DEGLI ENTI PREVIDENZIALI, LA SEDE DI PIAZZA MIGNANELLI E DOPO APPENA OTTO GIORNI LA RIVENDE ALLA FIGLIA DI UN FINIANO DOC, CHE È PURE NIPOTE DEL VENDITORE - 2- C’E’ L’IPOTESI CHE FINI E TULLIANI VENGANO ASCOLTATI DAI PM DELLA PROCURA DI ROMA

 

1 - IL PARTITO DI FINI: FUTURO E MATTONE
Franco Bechis per "Libero"

 

Lo schema ricorda quello della casa di Montecarlo. C'è una bella casa. Non in Costa Azzurra. Ma in uno dei posti più belli di Roma, piazza Mignanelli, il salottino dentro piazza di Spagna. Appartiene a un ramo di un partito. Il partito, manco a dirlo, è Alleanza nazionale. Il ramo in questione, proprietario della casa di prestigio, è l'Associazione nazionale Alleanza sportiva italiana.

Quella che ai tempi del Movimento sociale italiano era l'associazione sportiva della Fiamma. Alleanza Nazionale è presieduta da Gianfranco Fini. L'Alleanza sportiva italiana è presieduta da un finiano doc, Claudio Barbaro, che oggi ha aderito al gruppo di Futuro e Libertà alla Camera.

 

La casa è stata venduta a una giovane di nome Martina. Il cognome è lo stesso di papà. E il papà è il finiano Vincenzo Zaccheo, già deputato di An, sindaco di Latina e ora entrato in Futuro e Libertà. Prezzo della cessione dalla organizzazione di partito alla rampolla di partito: 515mila euro.

Più della casa di Montecarlo, ma comunque un affarone per una casa di assoluto prestigio di 3,5 vani nel salotto di Roma. Chissà se per vendere la casa di Montecarlo Fini ha mutuato il mo dello Zaccheo. Già, perché lo schema partito-mattone-famiglia in questo caso ha preceduto quello ben noto off-shore.

La vendita a Martina Zaccheo porta la data del 30 dicembre 2005, ed è stata depositata insieme alla documentazione firmata di fronte al notaio Paolo Becchetti di Civitavecchia all'Agenzia del Territorio in data 4 gennaio 2006. Il sistema Zaccheo è ancora più intrigante di quello che poi sarà utilizzato nella triangolazione An-Fini-Tulliani.

 

Perché in questo caso nell'organigramma del venditore, l'Alleanza sportiva italiana, figurava anche un segretario amministrativo dal cognome non equivoco: Carlo Alberto Zaccheo. Non si tratta di omonimia: è il fratello di Vincenzo, nonché zio di Martina, l'ac - quirente della casa. C'è un particolare in più che rende ancora più singolare la vicenda. Al momento della vendita la casa era sì dell'associazione sportiva contigua al partito. Ma non l'aveva ricevuta in eredità dalla generosa contessa di turno.

 

La casa era stata comprata da appena otto giorni dalla Scip, la società che cartolarizzava per conto del Ministero dell'Economia gli immobili di proprietà degli enti previdenziali. L'associazione sportiva aveva la sede in quell'appartamento, e da anni pagava l'affitto. Grazie a questa condizione aveva sia il diritto di prelazione che il vantaggio di godere di un sostanzioso sconto sul prezzo base d'asta. Normalmente quella base era già bassa, perché poi durante l'asta arrivavano offerte al rialzo e per un immobile di prestigio in quella po sizione facilmente la Scip avrebbe avuto la fila dietro la porta.

 

Con il diritto di prelazione esercitato l'asta naturalmente non si è fatta. E l'inquilino ha strappato il suo affarone. Solo per otto giorni. Perché poi ha rivenduto senza nemmeno cercare la plusvalenza: allo stesso prezzo a cui aveva acquistato, più le spese notarili. Zero affare, e in più la necessità di sgombrare l'appartamento e traslocare in una nuova sede.

Ricapitoliamo cosa è avvenuto: la società sportiva del partito di Fini, guidata da un finiano doc e amministrata dal signor Zaccheo, si compra la sede e dopo appena otto giorni la rivende alla figlia di un finiano doc, che è pure nipote del venditore.

Pur non conoscendo la prima parte della storia (i soli otto giorni di possesso dell'immobile), nel 2007 i Ds si accorsero di quella strana vendita immobiliare. E presentarono un'interrogazione al ministro dell'epoca, Giovanna Melandri. In entrambi i rami del parlamento: l'Alleanza sportiva italiana era riconosciuta e vigilata dal Coni, e che una sua casa finisse in vendita senza gara alla figlia di un esponente di partito, scandalizzò.

La Melandri non rispose mai. E gli interroganti misteriosamente ritirarono la domanda in contemporanea, il 4 ottobre 2007. E così rinunciarono a capire di più della più straordinaria apologia del conflitto di interessi che si ricordi in questi anni. Partito, mattone e famiglia nel salotto di Roma. Partito, mattone e famiglia nel salotto del principato di Monaco. E chissà quante altre volte spunterà un caso simile. Sembra quasi un programma politico, lo zoccolo duro della nuova destra italiana: partito, mattone e fami- glia. Il futuro è un mattone di glia. Il futuro è un mattone di partito in libertà.

 

2- C'E' L'IPOTESI CHE FINI E TULLIANI VENGANO ASCOLTATI DAI PM DELLA PROCURA DI ROMA
Sara D'ambrosio per Il Secolo XIX

L'ipotesi di ascoltare anche la versione del presidente della camera Gianfranco Fini non è più totalmente esclusa. Dopo due giorni di audizioni e ancora in attesa delle carte provenienti da Montecarlo, i pm della procura di Roma stanno valutando se ascoltare anche l'ex presidente di An che nel 2008 accettò di vendere un appartamento monegasco poi finito in affitto al cognato Giancarlo Tulliani.

Nulla è ancora deciso e fondamentale sarà l'ultima valutazione degli atti mandati a chiedere due settimane fa a Montecarlo ma che non sarebbero ancora giunte a piazzale Clodio. Ma il procuratore capo Giovanni Ferrara e l'aggiunto Pierfilippo Laviani stanno prendendo in considerazione anche alcune misure organizzative.

 

A esempio, potrebbero decidere di ascoltare Fini nella sede istituzionale di Montecitorio, come segno di "rispetto" verso la terza carica dello Stato. Anche Giancarlo Tulliani, a questo punto, potrebbe essere ascoltato.

Del resto, le audizioni dei giorni scorsi hanno lasciato irrisolti parecchi punti dell'indagine. Soprattutto, non hanno chiarito come e perché fu fissato in 300 mila euro il prezzo dell'immobile ricevuto in eredità da An. E quanti, all'interno del partito, sapevano già nel 2008 che la società acquirente, la Timara ltd, era stata individuata su consiglio di Tulliani.

Ascoltato nel totale riserbo due giorni fa, il deputato di Fli Donato Lamorte, all'epoca capo della segreteria politica di Alleanza nazionale, ha spiegato che del legame tra Tulliani e la Timara ltd ha saputo solo recentissimamente. Quando, l'8 agosto scorso, Fini in persona ha scritto al Corriere della sera per raccontare la sua versione dei fatti: «All'epoca mi disse solo che aveva ricevuto una offerta di 300 mila euro - ha spiegato Lamorte ai magistrati - mi chiese un parere. E io gli risposi che prima ce la toglievamo di torno e meglio era».

 

Lamorte ricordava una abitazione in pessime condizioni, per averla visitata nel 2002 assieme alla segretaria particolare di Fini, Rita Marino, e ad alcuni amici con lui in vacanza a Montecarlo: «Sapevo che da quella mia visita del 2002 nessuno era più tornato in quell'appartamento, rimasto sfitto e disabitato finché Fini mi disse della proposta. Chiesi anche agli amministratori del partito se negli anni avessimo ricevuto qualche offerta, ma tutti mi dissero che non si era mai fatto avanti nessuno».

 

Sulla valutazione, dice Lamorte, non ci fu nessuna trattativa: «Credo che fosse l'offerta che ci arrivava dalla società. Io mi ricordavo che al momento di iscriverla a bilancio, la casa era stata valutata sui 450milioni di lire. Seicentomilioni erano parecchio di più e, infatti, al momento dell'approvazione del bilancio in assemblea nessuno fece obiezioni».

Proprio sul prezzo, i magistrati stanno valutando similitudini e differenze tra le versioni dei testimoni convocati finora. Il punto è delicatissimo: la congruità del prezzo fissato è l'elemento centrale per stabilire se ci sia effettivamente stata una truffa ai danni degli iscritti di An.

 

Martedì scorso, il tesoriere Francesco Pontone aveva spiegato che l'indicazione dell'acquirente e del prezzo sarebbe arrivato «dai vertici del partito». Rita Marino è stata più evasiva. Ascoltata subito dopo Lamorte, due giorni fa, ha spiegato di essere arrivata a Montecarlo durante una vacanza organizzata assieme al deputato. La donazione della contessa Anna Maria Colleoni aveva incuriosito un po' tutti, di qui la scelta di andare a dare un'occhiata a quello strano regalo che il partito aveva messo a bilancio dopo una transazione informale con la famiglia della donna.

Nessun ricordo specifico, però, sulle modalità della decisione presa nel 2008, né su come fu fissato il prezzo: «Non ne so nulla, ricordo però che non ci fu una riunione dedicata». A occuparsi della transazione con la famiglia, era stato Antonino Caruso, civilista e unico del gruppo di allora che ha deciso di non seguire Fini in Futuro e libertà. Come raccontò in una intervista, il senatore ha confermato ai pm che dopo la transazione ricevette un offerta da un milione da uno degli amministratori del palazzo: «Ma dopo di allora non mi occupai più di quella casa per dieci anni. Ne ho sentito parlare di nuovo solo in questi giorni».

 17-09-2010]

 

 

CARO GIANFRANCO TI “ASSEGNO” LA CANDIDATURA A SINDACO DI ROMA – E FU COSÌ CHE NEL 1993 IL CASSIERE DELLA DC ROMANA, LO SBARDELLIANO MOSCHETTI, CONVINSE IL RILUTTANTE FINI A SFIDARE RUTELLI CON UN ARGOMENTO DECISIVO: 1,3 MLD DI LIRE. IN NERO - FRANCO BECHIS RIPERCORRE LA STORIA DELLA BENEDIZIONE DEGLI SBARDELLIANI (ORMAI IMPRESENTABILI PER TANGENTOPOLI) AL RAMPOLLO DI ALMIRANTE… Franco Bechis per "Libero"

 

Vi chiedo "di dare una mano a Gianfranco Fini". Fu questo l'appello che l'8 agosto 1991 in un tavolo del ristorante al Bolognese in piazza del Popolo a Roma, Michele Marchio, capo indiscusso del Movimento sociale a Roma rivolse a Giorgio Moschetti, tesoriere della dc romana. Fini aveva da poco riconquistato la guida del partito, che solo un anno prima gli aveva sottratto l'avversario dell'epoca, Pino Rauti. Il delfino di Giorgio Almirante aveva mostrato alla sua prima esperienza di guida politica una fragilità inattesa. Bisognava porvi rimedio, evitare ulteriori rischi.

 

Per questo Marchio bussò alla porta della dc romana, di cui era leader indiscusso Vittorio Sbardella e di cui aveva le chiavi della cassa proprio Moschetti. Al pranzo partecipò lo stesso Fini, mentre Marchio fu accompagnato in auto dal giovane assistente, Francesco Storace, all'inizio di una lunga e promettente carriera politica. Fu in quella occasione che scattò il feeling fra Fini e Moschetti. Ed è in quell'incontro- in quel pranzo- che sono state poste le radici di un connubio ventennale.

E' lì- come rivelato ieri da Libero- che sono nati rapporti anche assai riservati fra i due uomini politici. Da quel momento Moschetti diventa il custode di molti segreti della storia di Fini. Quel pranzo è all'origine di una lunga storia che porterà all'incontro fra i due del 7 dicembre 2009 nell'ufficio del presidente della Camera. Un incontro a lungo chiesto invano da Moschetti. E ottenuto al volo solo quando a fine novembre 2009 all'ex segretario amministrativo della dc romana viene in mente di inviare una mail in cinque punti. Cinque titoli di un dossier che racconta la storia comune. Cinque vicende politico-finanziarie che ripercorrono gli anni trascorsi insieme.

Iniziò nel 1991 quell'avventura comune. A Fini servivano appoggi, strutture, accreditamento per rendere meno fragile la sua riconquistata guida del Movimento sociale italiano. Serviva anche un accreditamento con i veri poteri di Roma. "Qui comandano i palazzinari", gli spiegò Moschetti che li conosceva tutti ed era abituato a bussare alle loro porte per avere sostegno anche finanziario. Da quel momento la rete di amicizie e di supporti fu in piccola parte condivisa con il nuovo politico emergente. Che avrebbe avuto presto la sua grande occasione.

 

Era la fine del mese di agosto 1993, forse i primi giorni di settembre, bisognerebbe chiedere con precisione ai tre testimoni che oggi sono ancora vivi e possono confermare. Certo fu prima della domenica di chiusura della festa della destra a Mirabello (anche quell'anno capitò il 5 settembre).

Fini salì nell'ufficio di Moschetti accompagnato da Donato La Morte. In quei giorni si stavano decidendo i candidati per le elezioni al comune di Roma. In campo c'era Francesco Rutelli. La dc - quell'estate diventata partito popolare con Mino Martinazzoli - non aveva ancora scelto. Sembrava dovesse scendere in campo Rocco Buttiglione, ma non si decideva. Se no il candidato sarebbe diventato il prefetto di Roma, come poi accadde.

 

Fini voleva offrire i suoi voti alla dc, e chiese a Moschetti di convincere Martinazzoli a non rifiutarli. Il segretario della dc romana scosse la testa: "Gianfranco, non hai capito la situazione. Io ho già tre avvisi di garanzia e mi stanno portando il quarto. Non vedi il clima? Devi provare a correre tu per le elezioni".

Fini sorrise timidamente. Si avviò alla porta insieme a La Morte, vecchio amico di Moschetti perché per lunghi anni era stato consigliere provinciale della dc a Roma. Poi proprio sull'uscio guardò il segretario amministrativo della dc romana: "Ma secondo te, se mi presento da solo, quanti voti prendo?". Moschetti rispose secco: "Il 36 per cento!". Finì sgranò gli occhi: "ma tu mi darai una mano?". E ottenute assicurazioni, se ne andò. Si rividero a lungo durante la campagna elettorale e anche per l'organizzazione delle successive politiche del 1994.

Fu qualche tempo dopo che spuntò fuori un giallo che fece intuire quale fosse stata "quella mano" che Moschetti doveva dare a Fini nella corsa a sindaco di Roma del 1993. Un deputato della Lega Nord tirò fuori la copia di una lettera a firma di Giulio Caradonna, leader missino dell'epoca, in cui si sosteneva che a Fini arrivarono due miliardi di vecchie lire dalla corrente andreottiana di Sbardella.

Fu una rivelazione a tarda sera. Alle cinque del mattino Fini tirò giù dal letto Moschetti. Con Donato La Morte si videro tutti insieme a concordarono di smentire formalmente tutto. Fu un capitano dei carabinieri a raccogliere la smentita, attraverso la formula dell'auto-querela che Fini aveva fatto a se stesso.

 

La vicenda sarebbe proseguita qualche anno anche con l'assoluzione di Caradonna, visto che una perizia calligrafica mostrò che non era sua la perizia calligrafica in calce a quella lettera. Così si chiuse la vicenda. Ma la versione all'epoca concordata fu di comodo. Lo avrebbe confessato anche anni dopo ad amici lo stesso Moschetti. Più che falsa la versione era imprecisa. Non di due miliardi si trattò. Ma di un miliardo e 300 milioni di vecchie lire che effettivamente finanziarono in nero (mai registrati) la campagna elettorale di Fini. Non fu Sbardella a stabilire quel contributo. Anzi. Lo Squalo era in rotta con Andreotti da qualche tempo. Chiese a Moschetti quindi di finanziare la corsa elettorale del candidato scelto dal ppi, il prefetto di Roma.

 

Ma il segretario amministrativo, che aveva già deciso in cuor suo di restare fedele ad Andreotti e di non seguire Sbardella nell'ultimo strappo, disobbedì allo Squalo. Forse anche con un certo acume politico, comprese che il futuro apparteneva a Fini, che Tangentopoli stava spazzando via per sempre la vecchia dc. E quel miliardo e trecento milioni puntò sulla corsa di Fini. Non servì a farlo vincere. Ma da lì iniziò davvero la seconda Repubblica, quindi la scommessa non fu affatto persa. Chissà se è in quel miliardo e 300 milioni che si può trovare uno dei capitoli del dossier che tante preoccupazioni è in grado di creare al presidente della Camera.

 

Certo in quel gesto si è cementato il rapporto segreto fra l'ex segretario amministrativo della dc romana e il nuovo leader della destra italiana in rapidissima ascesa. Fu il primo mattone. Presto ne sarebbero seguiti altri. Anche nella confusa fase della caduta del primo governo di Silvio Berlusconi e del tentativo di costruire un governo di unità nazionale guidato da Antonio Maccanico.

n quel biennio Moschetti da un lato dovette occuparsi dei suoi processi, dall'altro seguì a distanza le vicende finanziarie del partito che sarebbe diventato Alleanza Nazionale. Facendo da chioccia anche a un pulcino della nidiata, Andrea Ronchi, che Fini aveva dovuto mettere da parte per un po'. Ma che Moschetti da anni guardava con una certa simpatia, avendolo visto crescere all'ombra del cupolone. 06-09-2010]

 

 

FINI, BECCATO BECHIS! - MICIDIALE ’ANALCORD’ SUI MILIARDO E 350 MILIONI DI LIRE GENTILMENTE MESSE A DISPOSIZIONE DI FINI NEL 1993 DALLA DC ROMANA (TESTIMONIATO DA UNA MICROSPIA) PER LA SUA CORSA AL CAMPIDOGLIO - MA ANCHE UN VORTICOSO GIRO DI FAVORI TRA GIANFRY E IL TESORIERE SBARDELLIANO MOSCHETTI: IMMOBILI DA “SISTEMARE” E IMPRESE DA SOSTENERE – QUANDO GIANMENEFREGO FECE SALTARE IL TENTATIVO DI MACCANICO DI FORMARE UN GOVERNO: “SONO SOLO MASSONI

Franco Bechis per "Libero"

 

Eccola lì, la foto che stava in un angolo della scrivania di Giorgio Moschetti nell'ufficio dove Gianfranco Fini andava a trovarlo nel lontano 1993 cercando dal segretario amministrativo dell'ex dc romana prima una spinta e poi un aiuto per la corsa alle elezioni di sindaco di Roma contro Francesco Rutelli.

Chissà se scappò a Fini l'occhio su quella foto che ritraeva l'ultimo sindaco di Roma della dc andreottiana, Pietro Giubilo, con il suo addetto stampa dell'epoca e un ragazzo di una tv romana che sbucava alle spalle. Era Andrea Ronchi, futuro portavoce di An, futuro ministro, protagonista ancora in erba di quella che sarebbe diventata la scissione di Futuro e Libertà nella destra italiana.

Fini vide la foto sicuramente il 18 ottobre 1993, quando tornò da Moschetti dopo essere già sceso in campo a lamentarsi di non essere preso sul serio dall'establishment dell'epoca. L'allora numero uno del Movimento sociale era deluso perché a una puntata su Canale 5 del Maurizio Costanzo show erano stati invitati tutti gli aspiranti sindaci della capitale, meno Fini.

 

C'era bisogno di qualche appoggio in più, altrimenti la candidatura rischiava di essere un buco nell'acqua. Sarà stato per la foto trovata sulla scrivania, ma fra tante cose quel giorno i due parlarono anche di Ronchi. Moschetti lo conosceva da tempo, sia come giornalista sia perché aveva una società di pubbliche relazioni insieme alla moglie Simonetta con cui ogni tanto cercava di prendere qualche lavoro nella Roma andreottiana, in Comune o nelle società municipalizzate.

Fini non poteva sapere che tutti quegli incontri con Moschetti venivano registrati da una microspia piazzata nell'ufficio da un organo di polizia giudiziaria. Non lo sapeva nessuno dei protagonisti, naturalmente, finchè un collaboratore di Moschetti (che all'epoca era senatore) non la individuò e con una certa ingenuità il segretario amministrativo dell'ex dc la portò al primo commissariato di Roma centro sporgendo regolare denuncia.

 

LE REGISTRAZIONI - Molti, molti anni dopo - chissà come - quelle registrazioni che non poterono essere utilizzate nei procedimenti tornarono miracolosamente in mano al registrato che certo le ha ascoltate con amara curiosità e chissà se dopo se ne sarà disfatto. Una cosa era sicura: in quei frammenti audio c'era materiale per riscrivere la storia in modo assai diverso di quanto non abbiano consegnato le cronache.

Ci sono anche tutti i particolari di quel finanziamento di 1,3 miliardi di lire dell'epoca (ad essere precisi un miliardo e 350 milioni di lire) pensato per la campagna elettorale del prefetto scelto dalla ex dc, che con Mino Martinazzoli si era trasformata in partito popolare, e che invece prese la direzione del movimento sociale, ad aiutare la scalata di Fini ai vertici della politica nazionale.

C'è anche il colloquio di Moschetti con due imprenditori romani, vecchie conoscenze del senatore dc, che erano pronti a puntare le loro risorse economiche sulla campagna elettorale popolare. Trovarono dall'interlocutore una risposta che li sorprese, e fece capire loro che il mondo stava proprio cambiando: «Sul Ppi? Buttate via i vostri soldi. È Fini quello su cui puntare ». Favore non da poco ricevuto dagli eredi di Andreotti giunti al loro capolinea politico. E un po'di riconoscenza Fini ebbe.

Ascoltando le raccomandazioni su quel giornalista-pubblicitario, Ronchi, che presto gli sarebbe stato assai utile. Fu Moschetti a parlargliene assai prima di Gaetano Rebecchini. E fu una fortuna perché negli anni Ronchi si sarebbe rivelato per Fini una risorsa fondamentale. Messo un po' da parte fra il 1994 e il 1996, fu Fini a parlare a Moschetti di Ronchi poco prima delle elezioni di quell'anno.

MASSONI E OPUS DEI - Quando stava per lasciare il governo di Lamberto Dini fu fatto un tentativo in extremis di esecutivo ad ampio spettro costituzionale, affidato alla regia di Antonio Maccanico. Il governo era quasi fatto. Ma all'ultimo lo fece saltare Fini. Così lo raccontò Maccanico agli amici: «Sono tornato a casa in via della Scrofa e ho incontrato Fini sulle scale, che mi ha detto di averci ripensato. Non si fa».

 

Quel giorno in via della Scrofa arrivò il vecchio amico e confidente Moschetti. Chiese a Fini il perché di quel no. Lui gli rispose: «Vogliono fare un governo solo di massoni». Moschetti scherzando disse: «ma se ci sono anche esponenti vicini all'Opus Dei!». Fini rispose: «Perché, l'Opus Dei non è massoneria? ». Fu quel giorno che l'ormai presidente di Alleanza nazionale confessò all'amico ex senatore dc di avere dei problemi da sistemare su una partita di immobili, senza specificare se si trattava di mattoni del partito o di famiglia.

Ma disse che stava dandogli una mano proprio Ronchi, attraverso alcune società estere da lui conosciute per la sua attività professionale. C'era sempre bisogno di una mano, dalle parti di via della Scrofa. Moschetti aveva ancora tante relazioni utili dopo avere militato ai massimi livelli nella dc capitolina per tanti lustri, fino a diventarne il quasi leader - sia pure senza fare ombra a Vittorio Sbardella.

 

Si occupava di pubbliche relazioni e di campagne pubblicitarie attraverso la Apr pubblicità e marketing, che negli anni avrebbe conquistato cuore e portafoglio delle società pubbliche: Poste, Eni, Enel e così via.

Ronchi insieme alla moglie Simonetta Sechi ed altri soci possedeva anche altre società meno note, ma assai attive a Roma, come la Baam srl e la Olifer srl (gestì per un certo periodo il Jazz caffè, poi gli affari andarono peggio e fallì quando Ronchi se ne era già disfatto). Con il giovane rampante politico di An destinato a scalare tutti i gradini del successo politico si imbarcò all'epoca un altro personaggio cresciuto all'ombra di Fini negli anni.

 

Si chiama Ferruccio Ferranti, oggi è amministratore delegato del Poligrafico dello Stato. È stato anche amministratore di Sviluppo Italia e prima ancora amministratore della Consip, la società che centralizza gli acquisti per conto dello Stato. Una carriera rapidissima sotto l'ombra di Fini. E non è un caso se Ferranti nel tempo libero oggi riesce a sedere anche nel consiglio della Fondazione Fare Futuro, il pensatoio da cui è partita la prima secessione finiana.

 

Ma all'epoca dei secondi anni Novanta, quando Fini chiedeva di tanto in tanto "una mano" a Moschetti, la folgorante carriera di Ferranti era ai nastri di partenza. Era più noto per essere il marito di Piera Salabè, figlia di Adolfo, l'architetto del Sisde e dei misteri di Oscar Luigi Scalfaro alla fine della Prima Repubblica, e il socio di Ronchi nelle agenzie di pr e pubblicità a caccia di commesse pubbliche.

LA SCALATA - Sarà stato Moschetti, sarà stato il potere di Fini e del suo partito, ma arrivarono uno dopo l'altro gli agognati contratti prima dalle imprese pubbliche capitoline e poi dai grandi gruppi pubblici nazionali. I fatturati aumentarono anno dopo anno. E quel ragazzino che il numero due della dc romana fece vedere in foto a Fini in quel lontano 1993 sarebbe diventato l'ombra del leader.

 

Pronto a concentrare nelle sue mani nel 2005 tutto il potere dei colonnelli e ora a diventare il gran ciambellano della secessione di Futuro e Libertà. Una scalata lunga anni. In cui mai Fini e Moschetti si sono persi di vista. Dai lunghi colloqui del 2004, alla vigilia della decapitazione di Giulio Tremonti per un incidente su Sviluppo Italia. A quelli di qualche anno più tardi, quando la strada di Moschetti ha incrociato quella della nuova famiglia di Fini. Trovando sulla sua strada Sergio Tulliani e uno strano progetto industriale che aveva immaginato per l'Acea... 07-09-2010]

 

 

TALIAN GRAF-FINI (ANAL-CORD BY BIECHIS) - LE AVVENTURE DI GIANMENEFREGO, GIO’ IL BIONDO E CHECCHINO (CAMEO DI TONY MAINIERO) - QUANDO GIANFRY E IL SUO SEGRETARIO PROIETTI COSIMI SI APPASSIONARONO A RAFFAELE FOLLIERI, FINTO FINANZIERE, FINTO EMISSARIO DEL VATICANO, autentica SòLA (OGGI IN GALERA NEGLI STATI UNITI) – COME I TULLIANI, ANCHE LUI FU INTRODOTTO NEL MONDO DEI CONTRATTI STATALI, MA ALLE POSTE CAPIRONO SUBITO CHI AVEVANO DAVANTI - POI FINI LO MISE IN CONTATTO CON FRANK STELLA, L’ITALO-AMERICANO SOCIO DEI TULLIANI

Franco Bechis per Libero

 

Al ministero degli Esteri. A Palazzo Chigi, dove era vicepresidente del Consiglio. E ancora in via della Scrofa, dove era tornato preparandosi a una lunga opposizione. Era sempre aperta la porta di Gianfranco Fini per il vecchio amico Giorgio Moschetti, detto Giò il Biondo, l'ex numero due della Dc andreottiana a Roma ai tempi di Vittorio Sbardella che aveva sempre aiutato quel leader rampante del Movimento sociale.

 

Da vecchi amici passavano ore a chiacchierare delle vicende politiche in corso. Ma non si trattava sempre di quattro parole davanti al caminetto. Moschetti ha assistito in presa diretta a svolte politiche, a soluzioni di problemi interni, talvolta ha dato una mano nell'organizzare campagne elettorali o nel riattivare una rete di rapporti che mai era venuta meno per risolvere a Fini questo o quel problema.

 

Quando Moschetti a fine novembre 2009 ha inviato al presidente della Camera una mail che lui stesso avrebbe definito agli amici «bruttissima», sperando di essere ricevuto, ha elencato cinque episodi di quegli anni. Tre riguardavano personalmente Fini e la soluzione di problemi della vecchia e nuova famiglia. Due la soluzione di problemi del partito. Senza avere in mano quel testo di posta elettronica è difficile individuare quei cinque capitoli.

 

Ma da giorni sondando i testimoni di quel lungo rapporto a Roma emergono episodi di quella curiosa unione politica. Ed episodi a loro raccontati dalla viva voce dei protagonisti che potrebbero costituire la trama di quei cinque titoli. Cinque titoli che hanno destato subito l'attenzione del presidente della Camera dei deputati, che il 7 dicembre scorso concesse l'agognato appuntamento a Moschetti nel suo ufficio a Montecitorio.

UN GIOVANE AMBIZIOSO
Chissà se in quell'elenco appare anche un piccolo romanzo che si è concluso non nel migliore dei modi nei primi mesi del 2008. Quello dell'infatuazione che Fini provò per un giovane finanziere italiano da qualche anno emigrato negli Stati Uniti e destinato a una fortuna tanto rapida quanto lo sarebbero state le sue disavventure. Il giovane rampante si chiama Raffaello Follieri. Oggi sta scontando una condanna a 4 anno e mezzo di carcere negli Stati Uniti.

 

Ma per qualche anno è stato uomo-copertina di molti magazine del mondo. Un po' per le sue fortune finanziarie (che si sarebbero rivelate tarocche), un po' per la storia sentimentale che lo legò all'attrice Anne Hathaway, deliziosa protagonista de "Il diavolo veste Prada". Negli States Follieri aveva messo in piedi un piccolo gruppo finanziario, specializzato nel comprare e rivendere gli immobili delle diocesi colpite dallo scandalo pedofilia.

Aveva preso come consulente Andrea Sodano, nipote dell'allora segretario di Stato Vaticano, e così aveva accreditato un suo rapporto stretto con la Santa Sede. Più tardi si sarebbe scoperto anche un altro millantato credito: Follieri aveva sostenuto di essere il fiduciario degli affari finanziari del Vaticano negli Stati Uniti, e così aveva abbindolato banche, finanzieri e perfino Bill Clinton. Per reggere la parte aveva naturalmente bisogno di venire di tanto in tanto in Italia, a Roma, a discutere con i suoi "superiori".

 

In Vaticano passava un assegno mensile a un impiegato di una congregazione della Santa Sede, Antonio Mainiero detto Tony, che gli apriva fuori orario Musei Vaticani e giardini del palazzo consentendo di mostrare ad attoniti ospiti tutta l'influenza di Follieri. Nei viaggi romani il rampante finanziere è riuscito a fare il giro di qualche salotto. Gira che ti gira, chissà come ha incontrato anche Francesco Proietti Cosimi, detto Checchino.

Allora era il principale assistente di Fini, che poi lo scaricò quando insieme ad altri esponenti di An fu intercettato dal pm di Potenza John Woodcock nella cosiddetta inchiesta su "Vallettopoli". Poi il rapporto fra i due si è in parte ricucito, Checchino è stato ricandidato da Fini nel 2008, è diventato senatore e ha ripagato il suo leader seguendolo ora nella scissione dei gruppi di Futuro e Libertà. Fu Proietti Cosimi quindi a portare il rampante Follieri a Fini, cui il giovane risultò subito assai simpatico e interessante.

 

Follieri provò a fare fruttare rete di conoscenze e rapporti trovati nella capitale. Aprì una società lussemburghese con il suo nome, con quella sottoscrisse il capitale di una finanziaria italiana basata a Roma e vi mise il fidato Mainiero ad amministrarla. Era una immobiliare, e con Checchino pensò bene di cogliere al volo le eventuali occasioni che si sarebbero presentate con le dismissioni del mattone da parte di alcuni grandi gruppi pubblici.

 

Fu durante una delle tante visite di Moschetti a palazzo che Fini confessò l'entusiasmo per quella nuova conoscenza, un ragazzo sveglio, bravo a fare affari, introdotto perfino nella politica internazionale. Un italiano all'estero che ce l'aveva finalmente fatta ed era pieno di miliardi. Disse che Checchino stava pensando a una joint venture con Follieri, coinvolgendo anche alcuni parenti di Fini specializzati in ristrutturazioni immobiliari. Parenti acquisiti, perché il legame di sangue era con la prima moglie, Daniela Di Sotto.

«So che Massimo Sarmi alle Poste sta preparando un piano di dismissioni immobiliari », disse il presidente di Alleanza Nazionale, facendo capire all'interlocutore che avrebbe favorito un incontro fra Poste e Follieri group. Moschetti non seppe poi a quale livello l'incontro ci fosse stato. Ma intuì che Sarmi, persona assai cortese, ma anche assai ferrata nella matematica, capì che due più due fa quattro, ma Follieri più Poste non sarebbe stata una buona operazione. Scelta assai lungimirante, visto il decorso delle vicende

I CONTATTI CON GLI ITALO-AMERICANI
Sfumato l'affare non vennero meno i rapporti di cortesia. Chissà se rafforzati nel frattempo dall'evolversi delle vicende sentimentali del futuro presidente della Camera. Negli Stati Uniti infatti Follieri cementò un rapporto con Frank Stella e la sua National Italian American Foundation (Niaf). Tanto che la fondazione principe degli italoamericani assegnò al giovane Follieri un ambito riconoscimento pubblico festeggiandolo insieme a George Bush padre.

Stella, come è emerso in questi giorni, era anche il referente americano della Wind Rose International, società immobiliare fondata da Sergio, Giancarlo ed Elisabetta Tulliani e che ha sede a Roma al piano terra della palazzina dove è andato a vivere dal 2007 Fini. Se con le Poste l'affare sfumò, la finanziaria di Follieri almeno un immobile riuscì a comprare nel centro di Roma, a due passi da Trinità dei Monti.

Ed è una fortuna per i creditori, visto che tutto è finito a gambe all'aria, compreso il tentativo di liquidazione di papà Pasquale dopo l'arresto americano del figlio, e la finanziaria romana è fallita nel febbraio di questo 2010. Di politica parlava quindi Fini nei suoi incontri con Moschetti. Ma anche di affari, che sembravano sempre stare a cuore al futuro presidente della Camera. Affari nazionali e internazionali. E affari di famiglia. Della vecchia e della nuova famiglia... 08-09-2010]

 

 

CARO GIANFRANCO TI “ASSEGNO” LA CANDIDATURA A SINDACO DI ROMA – E FU COSÌ CHE NEL 1993 IL CASSIERE DELLA DC ROMANA, LO SBARDELLIANO MOSCHETTI, CONVINSE IL RILUTTANTE FINI A SFIDARE RUTELLI CON UN ARGOMENTO DECISIVO: 1,3 MLD DI LIRE. IN NERO - FRANCO BECHIS RIPERCORRE LA STORIA DELLA BENEDIZIONE DEGLI SBARDELLIANI (ORMAI IMPRESENTABILI PER TANGENTOPOLI) AL RAMPOLLO DI ALMIRANTE…

Franco Bechis per "Libero"

 

Vi chiedo "di dare una mano a Gianfranco Fini". Fu questo l'appello che l'8 agosto 1991 in un tavolo del ristorante al Bolognese in piazza del Popolo a Roma, Michele Marchio, capo indiscusso del Movimento sociale a Roma rivolse a Giorgio Moschetti, tesoriere della dc romana. Fini aveva da poco riconquistato la guida del partito, che solo un anno prima gli aveva sottratto l'avversario dell'epoca, Pino Rauti. Il delfino di Giorgio Almirante aveva mostrato alla sua prima esperienza di guida politica una fragilità inattesa. Bisognava porvi rimedio, evitare ulteriori rischi.

 

Per questo Marchio bussò alla porta della dc romana, di cui era leader indiscusso Vittorio Sbardella e di cui aveva le chiavi della cassa proprio Moschetti. Al pranzo partecipò lo stesso Fini, mentre Marchio fu accompagnato in auto dal giovane assistente, Francesco Storace, all'inizio di una lunga e promettente carriera politica. Fu in quella occasione che scattò il feeling fra Fini e Moschetti. Ed è in quell'incontro- in quel pranzo- che sono state poste le radici di un connubio ventennale.

E' lì- come rivelato ieri da Libero- che sono nati rapporti anche assai riservati fra i due uomini politici. Da quel momento Moschetti diventa il custode di molti segreti della storia di Fini. Quel pranzo è all'origine di una lunga storia che porterà all'incontro fra i due del 7 dicembre 2009 nell'ufficio del presidente della Camera. Un incontro a lungo chiesto invano da Moschetti. E ottenuto al volo solo quando a fine novembre 2009 all'ex segretario amministrativo della dc romana viene in mente di inviare una mail in cinque punti. Cinque titoli di un dossier che racconta la storia comune. Cinque vicende politico-finanziarie che ripercorrono gli anni trascorsi insieme.

Iniziò nel 1991 quell'avventura comune. A Fini servivano appoggi, strutture, accreditamento per rendere meno fragile la sua riconquistata guida del Movimento sociale italiano. Serviva anche un accreditamento con i veri poteri di Roma. "Qui comandano i palazzinari", gli spiegò Moschetti che li conosceva tutti ed era abituato a bussare alle loro porte per avere sostegno anche finanziario. Da quel momento la rete di amicizie e di supporti fu in piccola parte condivisa con il nuovo politico emergente. Che avrebbe avuto presto la sua grande occasione.

 

Era la fine del mese di agosto 1993, forse i primi giorni di settembre, bisognerebbe chiedere con precisione ai tre testimoni che oggi sono ancora vivi e possono confermare. Certo fu prima della domenica di chiusura della festa della destra a Mirabello (anche quell'anno capitò il 5 settembre).

Fini salì nell'ufficio di Moschetti accompagnato da Donato La Morte. In quei giorni si stavano decidendo i candidati per le elezioni al comune di Roma. In campo c'era Francesco Rutelli. La dc - quell'estate diventata partito popolare con Mino Martinazzoli - non aveva ancora scelto. Sembrava dovesse scendere in campo Rocco Buttiglione, ma non si decideva. Se no il candidato sarebbe diventato il prefetto di Roma, come poi accadde.

 

Fini voleva offrire i suoi voti alla dc, e chiese a Moschetti di convincere Martinazzoli a non rifiutarli. Il segretario della dc romana scosse la testa: "Gianfranco, non hai capito la situazione. Io ho già tre avvisi di garanzia e mi stanno portando il quarto. Non vedi il clima? Devi provare a correre tu per le elezioni".

Fini sorrise timidamente. Si avviò alla porta insieme a La Morte, vecchio amico di Moschetti perché per lunghi anni era stato consigliere provinciale della dc a Roma. Poi proprio sull'uscio guardò il segretario amministrativo della dc romana: "Ma secondo te, se mi presento da solo, quanti voti prendo?". Moschetti rispose secco: "Il 36 per cento!". Finì sgranò gli occhi: "ma tu mi darai una mano?". E ottenute assicurazioni, se ne andò. Si rividero a lungo durante la campagna elettorale e anche per l'organizzazione delle successive politiche del 1994.

Fu qualche tempo dopo che spuntò fuori un giallo che fece intuire quale fosse stata "quella mano" che Moschetti doveva dare a Fini nella corsa a sindaco di Roma del 1993. Un deputato della Lega Nord tirò fuori la copia di una lettera a firma di Giulio Caradonna, leader missino dell'epoca, in cui si sosteneva che a Fini arrivarono due miliardi di vecchie lire dalla corrente andreottiana di Sbardella.

Fu una rivelazione a tarda sera. Alle cinque del mattino Fini tirò giù dal letto Moschetti. Con Donato La Morte si videro tutti insieme a concordarono di smentire formalmente tutto. Fu un capitano dei carabinieri a raccogliere la smentita, attraverso la formula dell'auto-querela che Fini aveva fatto a se stesso.

 

La vicenda sarebbe proseguita qualche anno anche con l'assoluzione di Caradonna, visto che una perizia calligrafica mostrò che non era sua la perizia calligrafica in calce a quella lettera. Così si chiuse la vicenda. Ma la versione all'epoca concordata fu di comodo. Lo avrebbe confessato anche anni dopo ad amici lo stesso Moschetti. Più che falsa la versione era imprecisa. Non di due miliardi si trattò. Ma di un miliardo e 300 milioni di vecchie lire che effettivamente finanziarono in nero (mai registrati) la campagna elettorale di Fini. Non fu Sbardella a stabilire quel contributo. Anzi. Lo Squalo era in rotta con Andreotti da qualche tempo. Chiese a Moschetti quindi di finanziare la corsa elettorale del candidato scelto dal ppi, il prefetto di Roma.

 

Ma il segretario amministrativo, che aveva già deciso in cuor suo di restare fedele ad Andreotti e di non seguire Sbardella nell'ultimo strappo, disobbedì allo Squalo. Forse anche con un certo acume politico, comprese che il futuro apparteneva a Fini, che Tangentopoli stava spazzando via per sempre la vecchia dc. E quel miliardo e trecento milioni puntò sulla corsa di Fini. Non servì a farlo vincere. Ma da lì iniziò davvero la seconda Repubblica, quindi la scommessa non fu affatto persa. Chissà se è in quel miliardo e 300 milioni che si può trovare uno dei capitoli del dossier che tante preoccupazioni è in grado di creare al presidente della Camera.

 

Certo in quel gesto si è cementato il rapporto segreto fra l'ex segretario amministrativo della dc romana e il nuovo leader della destra italiana in rapidissima ascesa. Fu il primo mattone. Presto ne sarebbero seguiti altri. Anche nella confusa fase della caduta del primo governo di Silvio Berlusconi e del tentativo di costruire un governo di unità nazionale guidato da Antonio Maccanico.

n quel biennio Moschetti da un lato dovette occuparsi dei suoi processi, dall'altro seguì a distanza le vicende finanziarie del partito che sarebbe diventato Alleanza Nazionale. Facendo da chioccia anche a un pulcino della nidiata, Andrea Ronchi, che Fini aveva dovuto mettere da parte per un po'. Ma che Moschetti da anni guardava con una certa simpatia, avendolo visto crescere all'ombra del cupolone.

 

 06-09-2010]

 

 

UCCI UCCI QUELLA FIRMA È DI GAUCCI - NELLA PARTITA ALL’ULTIMO SANGUE TRA LUCIANONE E LA TULLIANI ARRIVA L’AUTOGOL DI LADY FINI: PER DIMOSTRARE CHE LA SCHEDINA VINCENTE DEL SUPERENALOTTO È SUA, PORTA IL TAGLIANDO IN TRIBUNALE MA NON SI ACCORGE CHE È FIRMATO DALL’EX FIDANZATO - ALLA VISTA DELLA “PROVA SCHIACCIANTE” GAUCCI RIACQUISTA LA MEMORIA: “MI RICORDAVO DI AVER FIRMATO QUALCOSA, MA NON RICORDAVO PROPRIO COSA

Gian Marco Chiocci per "Il Giornale"

 

Che diavolo ci fa la firma, anzi la sigla, di Luciano Gaucci sulla schedina miliardaria del Superenalotto che la signorina Elisabetta Tulliani dice d'aver riempito da sola, giocato da sola, riscosso da sola? Com'è possibile che l'autografo dell'ex presidente del Perugia Calcio compaia, in basso a sinistra, sulla prova regina che la compagna di Gianfranco Fini ha prodotto in tribunale e ai giornalisti per giustificare il gruzzolo iniziale col quale poi acquistò svariati immobili, compresi quelli che Gaucci reclama come suoi?

 

Con malcelato e finto stupore se lo domandano i legali di Lucianone alla vista dei documenti (la fotocopia della matrice del biglietto miliardario allegata a una distinta di versamento del 5 maggio 1998 controfirmata Elisabetta Tulliani) esibiti dagli avvocati di Ely, Carlo Guglielmo e Adriano Izzo e Michele Giordano, a dimostrazione delle «prove incontestabili» a vantaggio della cliente. Se lo chiedono perché, a loro dire, i conti su quella vincita da oltre 2 miliardi ora non tornano davvero più, specie dopo le testimonianze del tabaccaio, della segretaria, del geometra del gruppo, dei figli, di tutti i «testimoni» della giocata fortunata.

 

La prova regina di Elisabetta rischia così di trasformarsi nella prova regina di Luciano Gaucci che al Giornale, giusto ieri, aveva anticipato novità in arrivo proprio sulla schedina: «Io me lo ricordavo che avevo firmato qualcosa - ha confidato a persone a lui vicine - ma non ricordavo cosa, se la schedina, la matrice, la distinta.

Ho detto ai miei avvocati Alessandro Sammarco e Francesco Giuseppe Catullo di controllare e loro hanno trovato una sigla "familiare" sulla schedina che gli avvocati di Elisabetta hanno mostrato ai giornalisti. Dopodiché l'hanno confrontata con quella apposta su vecchi atti giudiziari. Poi, su incarico del perito, mi hanno chiesto di fare alcune firme e alcune sigle su un foglio bianco che ho provveduto a faxare: sono rimasti a bocca aperta. Avevano davanti la prova che quella era la mia firma. La prova che l'ho giocata io quella schedina».

 

Un immediato riscontro Gaucci lo avrebbe trovato in un primo, parziale, report che il perito grafico avrebbe rilasciato agli avvocati laddove si confermerebbe la natura e i tratti caratteristici della grafia dell'imprenditore romano impressi sulla schedina contesa. «Ovviamente per trarre delle conclusioni certe e definitive da sottoporre all'attenzione dell'autorità giudiziaria - spiegano gli avvocati Sammarco e Catullo - occorrerà aspettare la relazione completa degli specialisti a cui ci siamo rivolti. Le prime indicazioni, però, appaiono sorprendenti».

 

Nonostante Gaucci canti già vittoria, la cautela è d'obbligo. Qualora venisse confermato che quella firma in calce alla schedina appartiene effettivamente all'ex presidente del Perugia, si aprirebbe una partita processuale dagli esiti incerti. Perché a quel punto Gaucci pretenderebbe dai pm umbri (che gli hanno fatto le pulci nell'inchiesta sul crack del Perugia) un'indagine altrettanto approfondita sui conti di Elisabetta per appurare l'origine di quella vincita dichiarata dalla compagna di Fini che non corrisponde alla cifra effettivamente erogata dalla Sisal.

 

La sigla sulla schedina (che in genere richiede la banca, non la Sisal) secondo Gaucci rafforzerebbe la tesi opposta a quella dell'avvocato Izzo, che al Giornale ha dichiarato: «La schedina è stato il tormentone dell'estate, ma per noi è tutto comprovato e non è neanche più contestabile perché sono passati 10 anni e i diritti sono prescritti. La schedina è come un titolo al portatore, e all'incasso l'ha portata Elisabetta. Questo è certo».

  [03-09-2010]

 

 ASSUNTA ALMIRANTE: «ALTRO CHE FINI, A MIO MARITO GIORGIO FURONO DONATI 22 APPARTAMENTI, MA TUTTI ANDARONO DIRETTAMENTE AL MSI» - «A dire la verità, Giorgio Almirante non aveva intenzione di nominare Gianfranco Fini segretario del partito: la sua intenzione era, cosa che sanno pochissimi, affidare la segreteria all'onorevole Vincenzo Trantino. Fui io a dirgli che doveva cambiare generazione».

 

Cosi si esprime Assunta Almirante, per 44 anni moglie del fondatore del Msi, in un'intervista che il settimanale Panorama pubblicherà sul numero in edicola da domani, 10 settembre. Inoltre, commentando il caso Tulliani e della casa di Montecarlo, Assunta Almirante aggiunge: «mio marito ha avuto ben 22 appartamenti in donazione e si e sempre limitato a chiamare un notaio e fare un passaggio di proprietà da se stesso al partito, e i soldi di eventuali vendite li incassava l'amministratore del partito stesso».

07.09-10

 

 

. INCHIESTA SU APPARTAMENTO MONTECARLO, ESITO ROGATORIE...
(Adnkronos) - In tempi brevi la Procura della Repubblica di Roma dovrebbe ricevere dalle autorita' monegasche i documenti richiesti all'inizio dello scorso mese di agosto per chiarire il caso dell'appartamento abitato a Montecarlo, in boulevard Princese Charlotte dal fratello di Elisabetta Tulliani, compagna di Gianfranco Fini.

A richiedere il carteggio e una serie di informazioni relative alla compravendita tra i rappresentanti di An e una societa' con sede nei Caraibi era stato, il mese scorso, il procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani. Nei giorni scorsi finalmente dall'autorita' monegasca e' stato assicurato che i documenti richiesti saranno a giorni a Roma.

L'esame del carteggio consentira' al magistrato di programmare la prossima attivita' istruttoria per chiarire la situazione. Gia' il 14 settembre prossimo e' in programma l'interrogatorio del senatore Francesco Pontone gia' amministratore dei beni di Alleanza nazionale. Ma una volta che le carte saranno a Roma non e' escluso che vengano convocati a Palazzo di Giustizia anche l'altro amministratore di An Donato Lamorte e Giancarlo Tulliani che attualmente e' inquilino dell'appartamento in questione. La convocazione di quest'ultimo, comunque, potrebbe essere decisa dopo che il magistrato avra' acquisito il contratto di affitto dell'appartamento e stabilito qual e' il canone di affitto richiesto.

 

La procura di Roma, come e' noto, ha ipotizzato il reato di truffa aggravata contro ignoti sulla base della denuncia presentata da esponenti de 'La destra' di Francesco Storace.

2. FINIANI IN VISITA AI PM DI BARI...
Da "Libero" - I parlamentari finiani incontreranno domani il procuratore distrettuale antimafia di Bari, Antonio Laudati. La delegazione di Fli sarà composta dal capogruppo alla CameraItalo Bocchino, dal vicepresidentedella Commissione Antimafia, Fabio Granata e dal presidente del Comitato per la Legislazione,Antonino Lo Presti. L'incontro è una tappa del tour nelle principali Procure italiane, allo scopo di accendere i riflettori sul problema giustizia. La visita alla Procura di Bari segue quella fatta alla Procura di Reggio Calabria. «La tappa barese - si legge in una nota stampa - assume rilevanza e attualità anche a seguito del grido di allarme ripetuto qualche giorno fa dal Procuratore Laudati, dopo l'omicidio di mafia avvenuto a Altamura».

07.09.10

 

 

UCCI UCCI ’MO QUERELA PURE GAUCCI – L’EX POLLO DELLA TULLIANI S’INCAZZA: “BASTA BUGIE, DENUNCIO ELISABETTA” - L’EX PATRON DEL PERUGIA NON HA DUBBI: “I DOCUMENTI LA SMENTISCONO” - IN BALLO LA PROPRIETÀ DELLE CASE E LA VINCITA DA DUE MLD € AL SUPERENALOTTO – IL LEGALE DI LUCIANONE: “LO HANNO SPINTO E CONSIGLIATO ‘AMICHEVOLMENTE’ AFFINCHÉ INTESTASSE LORO GLI IMMOBILI FINGENDO DI FARE IL SUO BENE”…

Gian Marco Chiocci per "Il Giornale"

 

Dalla casa di Montecarlo alle case Gaucci-Tulliani, tutti querelano tutti. Querelano i fan della vedova Colleoni che donò l'appartamento nel Principato ad An. Querela Gianfranco Fini. Querelano i finiani. Querela ovviamente Elisabetta Tulliani, la compagna del presidente della Camera che se l'è presa con l'ex compagno Luciano Gaucci intenzionato a riprendersi la casa dove abita Fini e tutto il parentame. Avrebbe querelato, pare, anche la primula rossa dei Tulliani, Giancarlo, scomparso, irrintracciabile, latitante per i giornalisti.

 

A far querele, o quantomeno a preannunciarle, mancava soltanto lui: Lucianone. L'attesa non è stata vana. Puntuale, ieri, anche l'ex presidente del Perugia calcio ha dato mandato al suo avvocato Alessandro Sammarco di predisporne una nei confronti della bionda fidanzata di un tempo, che all'ennesima intervista di Big Luciano, ha reagito così: «È intollerabile che Gaucci finga di ignorare la realtà, così come che certa stampa amplifichi le sue mendaci dichiarazioni. Ho dato mandato ai miei legali di assumere ogni iniziativa giudiziaria in sede civile e penale nei confronti di Luciano Gaucci nonché del settimanale Panorama e dei quotidiani Libero e Il Giornale».

 

La risposta di Ely prendeva spunto dalla durissima presa di posizione di Gaucci sulla vincita della schedina del Superenalotto («sono stato io a vincere i due miliardi mica lei») ma anche sulla proprietà effettiva di numerosi immobili che la Tulliani, al contrario di quel che sostiene Gaucci, rivendica come suoi. Dalla casa di Santo Domingo, dove sta passando gli ultimi giorni di vacanza, l'imprenditore romano ha iniziato a pianificare la sua controffensiva.

 

Per prima cosa, appunto, la querela a Elisabetta per certe «improvvide» dichiarazioni «facilmente smentibili dai fatti e dai documenti in nostro possesso». In seconda battuta l'avvio di serrate indagini difensive finalizzate a verbalizzare i primi quindici testimoni che nelle ultime ore hanno contattato lo studio Sammarco offrendosi di raccontare come, dal loro punto di vista, andarono effettivamente le cose riguardo alla giocata e alla vincita da due miliardi di lire al Superenalotto nonché alle modalità di acquisto e di cessione degli immobili oggetto del contendere fra i due ex innamorati.

 

«Vi confermo l'intenzione del mio assistito di avviare un'iniziativa civile e penale nei confronti della signora Elisabetta Tulliani - spiega l'avvocato Sammarco -. Il signor Gaucci non accetta di passare per bugiardo e vuole sfidare sulla verità dei fatti la signora Tulliani. Mi ha detto di essere in grado di dimostrare tutto quel che ha riferito in interviste a giornali e tv. È sicurissimo che alla fine la verità verrà a galla, una verità che ovviamente è lontanissima dalla "verità" di cui Elisabetta Tulliani si dichiara custode».

 

La querela di Gaucci a Elisabetta Tulliani si rifà per certi versi a quanto contenuto nell'atto di citazione che è alla base del procedimento civile pendente a Roma dove Gaucci ha convenuto in giudizio la sua vecchia stella, il fratello Giancarlo, la suocera Francesca Frau e la società di «famiglia» Wind Rose Srl. E questo anche perché, scriveva Gaucci, «in totale malafede i Tulliani, consapevolmente e scientemente» lo avevano ingannato «sulla bonarietà delle loro intenzioni e dei loro consigli.

Hanno tirato, come suol dirsi, l'acqua al proprio mulino, profittando del fatto che all'epoca il Gaucci era sentimentalmente e stabilmente coinvolto con la signora Tulliani fin quando non hanno ottenuto quello che volevano per poi voltargli brutalmente le spalle; hanno spinto e consigliato "amichevolmente" il Gaucci affinché egli intestasse loro gli immobili fingendo di fare il suo bene, con l'unico scopo di ottenere un proprio tornaconto: hanno offerto il loro aiuto al Gaucci - si legge sempre nell'atto depositato in tribunale - in quel momento particolare in cui gli affari dello stesso cominciavano a fare acqua, ma con l'unica riserva mentale di incastrarlo e peggiorare ancora di più la sua posizione.

Tutto a loro vantaggio e a danno dell'ingenuo Gaucci che soltanto recentemente si è accorto della trappola in cui era caduto e del danno subìto».01-09-2010]

 

 

 

“a quel ciccione, a quel panzone, gli dobbiamo inculare i soldi” - Spunta una registrazione di quando il "cognato" dell’ex capo di An era manager della Viterbese e voleva fregare quel boccalone di gaucci - E riemergono accuse: gestiva giocatori e bilanci con disinvoltura - intanto Giancarlo Tulliani non si trova più. Doveva chiarire, spiegare, precisare, dire, fare, parlare. È sparito....

Gian Marco Chiocci per Il Giornale

Missing. Scomparso. Svanito nel nulla. «Roba da lupara bianca» commentano con sarcasmo i tanti detrattori di Giancarlino nella molto poco mafiosa Tuscia dove nel triennio '98-2000 dettava legge l'allora ventitreenne vicepresidente della Viterbese Calcio. Proprio così. Giancarlo Tulliani non si trova più. Doveva chiarire, spiegare, precisare, dire, fare, parlare. È sparito.

 

Non ne sa niente nemmeno il Corriere della sera, che di tanto in tanto faceva trapelare virgolettati attribuiti, o attribuibili, al «cognato» di Gianfranco Fini, in fuga dopo aver passato l'estate nell'appartamento monegasco di Rue Princesse Charlotte donato dalla contessa Colleoni ad An che lo rivendette a un quinto del suo valore a una società off shore.

 

Lo cercano a Montecarlo come nella terra etrusca dove il fratello di Elisabetta venne ribattezzato (Elisa)Betto dagli ultras destrorsi incazzati per quella sua spavalderia da manager londinese nel club di proprietà dell'allora «cognato» Luciano Gaucci, fidanzatissimo di sua sorella Ely.

L'ex leader curvarolo Luciano Matteucci l'ha messa giù papale papale: «Non solo faceva la spia, ma Betto si intascava pure i soldi destinati agli ultras. Un giorno del '99 Gaucci ci disse che ci avrebbe aumentato lo "stipendio" che regolarmente ci veniva corrisposto tramite Tulliani. Ma quando annunciò che da un milione e mezzo passava a due milioni, restammo a bocca aperta e rispondemmo che non volevamo più soldi. Nella sala scese il gelo, e Gaucci che era un gran signore disse: "Ah, sì... mi sono sbagliato. Passerete a un milione". Avevamo capito che tipo di persone aveva vicino il povero presidente Gaucci?». Vero? Falso? Chi lo sa.

 

Se Tullianino scappa, a Viterbo arriva a soluzione il giallo del nastro magnetico, azionato furtivamente da un ex direttore sportivo della Viterbese, con sovrimpressa la voce e le imprese del futuro inquilino del Principato. Per capire di cosa si tratti occorre rifarsi a quanto raccontato recentemente al Giornale da Alessandro Gaucci, figlio di Lucianone:

«Le persone che avevano a che fare con lui, e che per forza di cose erano "costrette" a lavorarci insieme, non me ne parlavano bene. Mi dicevano che lì, sia lui che il padre, che gestivano la Viterbese calcio prima, e la Sambenedettese calcio poi, non si stavano comportando in modo corretto (...). Per non parlare poi di quel che mi raccontavano i direttori sportivi a proposito sia dei rapporti personali che della gestione economica dei calciatori da parte di Giancarlo.

 

Spiegavo loro che non potevo fare granché perché c'era mio padre di mezzo e la famiglia della sua compagna, e perché per dirgli certe cose avevo bisogno di prove. Di lì a poco un direttore sportivo dell'epoca mi portò un nastro registrato che io non volli ascoltare, per rispetto verso mio padre, a cui poi lo girai. Ero imbarazzato io, figuriamoci lui. Gli dissi soltanto: "Papà, se devi regalare i soldi, fallo pure, ma almeno non te li far fregare"».

Il racconto, diretto, mai smentito, ha fatto faticosamente breccia nella memoria a quel brav'uomo di Ernesto Talarico, ex direttore sportivo della Viterbese, che non potendone più del giovanotto-manager a sua insaputa schiacciò il tasto «rec». Perché lo fece? «Per far capire a Luciano (Gaucci, ndr) chi aveva accanto. Io volevo un bene dell'anima a Luciano ma si vedeva lontano un miglio che qualcuno ne voleva approfittare. Per me è un capitolo chiuso, non ne voglio più parlare di quella registrazione e di quel collaboratore lì, non merita una parola di più, nemmeno mi ricordo che diceva».

 

A forza di insistere, però, Talarico la parola in più la dice: «Quella bobina io poi l'ho messa dentro una borsa e stranamente poi me l'hanno rubata, tanto che son dovuto andare a denunciare il tutto ai carabinieri. Prima, però, diedi il nastro ad Alessandro, il figlio di Luciano, oppure a Ermanno Pieroni (ex direttore sportivo del Perugia, ndr) perché lui, Tulliani intendo, voleva gestire direttamente i giocatori, voleva interessarsi di tutto lui, si intrometteva nelle trattative coi giocatori e voleva farla lui la trattativa. Magari io ci avrei rimesso di mio ma non ci avrei mai guadagnato una lira, e invece avevo capito che lui si dava da fare perché magari voleva tirar fuori qualcosa per lui. Cercate di capirmi, non mi va di parlarne dei Tulliani...».

 

Decisamente più loquace Ermanno Pieroni, ex «ds» del Perugia, poi presidente dell'Ancona, svariate disavventure giudiziarie nel curriculum, testimone prezioso del nastro-Tulliani: «Talarico è stato bravo e coraggioso. Visto che Gaucci non credeva a quel che la gente e i suoi figli gli dicevano sui Tulliani, Ernesto ha registrato il nastro e lo ha fatto arrivare al presidente. Ai figli ha detto: "Aho, non è che poi il presidente mi licenzia per questa cosa?"». Detto, fatto: «Di lì a poco l'ha licenziato».

 

Le ragioni di quell'intercettazione casareccia? Antipatia personale, o ben «altro»? «Non gli stava antipatico Giancarlo - insiste Pieroni - è che Tulliani fregava i soldi a Gaucci. E questo Ernesto disse ai due figli, Alessandro e Riccardo, che erano insieme al castello del padre a Torre Alfina. Loro risposero che avevano bisogno di prove, era sotto le feste di Natale. Così lui è andato e l'ha registrato mentre diceva "a quel ciccione, a quel panzone, gli dobbiamo inculare i soldi" (...). Fregava i soldi sui giocatori, sui contratti. Ernesto c'aveva le pressioni di questo che voleva guadagnare sulla pelle di Gaucci...».

 

Il nastro, rimasto nei cassetti per anni, presto potrebbe rivedere la luce. Chissà se ne è a conoscenza Enzo Di Maio, altro ex ds della Viterbese, che trascinò sotto inchiesta Giancarlo Tulliani per una vicenda (poi archiviata) di sostanze dopanti ai calciatori.

Carolina Morace, prima donna a guidare una squadra maschile, la Viterbese appunto, al Messaggero ha liquidato Giancarlo come «ininfluente». Uno che «non aveva nessuna esperienza di calcio» ma che col calcio, a dar retta al nastro, e ai testimoni, voleva guadagnarci aggirando persino il cognato. [31-08-2010]

 

 

FOTOCOPIATRICE TULLIANI - FRA LE TANTE STRADE PROFESSIONALI TENTATE DA E.T. (IMMOBILIARISTA, AVVOCATO, SHOWGIRL) CE N’È ANCHE UNA CHE È FINITA QUASI SUL NASCERE: QUELLA DELLA GIORNALISTA FRA L’ESTATE E L’AUTUNNO 2006 ELY RIFILÒ A ‘IL TEMPO’ UN PACCO DI PEZZI COPIATI E INCOLLATI DALL’ANSA - INFINE, USCÌ CON LA SUA FIRMA UN ARTICOLO SCRITTO DA UN NOTISTA DEL GIORNALE E IL DIRETTORE DE “IL TEMPO” PEDULLÀ CI RIMISE LA POLTRONA

 

Franco Bechis per Il Tempo

Immobiliarista, come tutto il resto della famiglia, grazie alla Wind Rose International finita ora al centro della battaglia legale con Luciano Gaucci. Avvocato dopo essersi laureata in giurisprudenza, anche se ha esercitato la professione poco o nulla. Showgirl grazie a qualche buona entratura in Rai, ma dopo qualche programma è finita l'avventura lasciando nella tv di Stato spazi ben più redditizi al fratello Giancarlo e a mamma Francesca.

 

Fra le tante strade professionali tentate da Elisabetta Tulliani ce ne è anche una che è finita quasi sul nascere: quella della giornalista. Ne resta traccia fra l'estate e l'autunno del 2006 nell'archivio (che è anche on line) del quotidiano Il Tempo, all'epoca diretto da Gaetano Pedullà.

La Tulliani desiderava, dopo l'iscrizione all'ordine degli avvocati, anche quella all'ordine dei giornalisti, elenco pubblicisti. E iniziò la collaborazione, specializzandosi in economia e finanza. Poi scrisse qualche articolo di cronaca e perfino uno di politica, proprio quello su cui scivolò scatenando perfino il cdr del quotidiano e dovendo infine interrompere la sua collaborazione.

 

La Tulliani non scriveva in redazione (nessuno ne ricorda l'assidua presenza), ma fra settembre e ottobre di quell'anno sfornò articoli a ripetizione. Apparvero con la sua firma- necessaria per raggiungere l'agognato tesserino da pubblicista- ma non sempre erano farina del suo sacco.

L'11 ottobre 2006 apparve ad esempio su Il Tempo un articolo della Tulliani sull'inchiesta delle Iene a proposito dei deputati che facevano uso di droga. Titolo: "L'associazione Polo tecnico vuole sapere chi sono i pusher degli onorevoli- Esposto alla procura di Roma per fare aprire un'inchiesta". Il testo però è identico, parola per parola, perfino nella punteggiatura, a un dispaccio dell'Ansa delle 19.02 della sera precedente dal titolo "Droga: Iene; Polo tecnico, esposto per permettere l'inchiesta".

 

Un piccolo plagio, perché senza un minimo di editing redazionale sui giornali non si dovrebbe firmare con il proprio nome il lavoro fatto da altri. Ma nessuno se ne accorse. Nonostante l'incidente di quel giorno non fosse né il primo né l'ultimo: la Tulliani aveva il vizietto di appropriarsi del lavoro altrui mettendovi impropriamente il suo timbro in calce.

Il 27 settembre stesso incidente nella sezione economia del quotidiano romano. Articolo sull'indagine Ue per i trasferimenti dello Stato italiano alle Poste. Il testo è firmato Elisabetta Tulliani, ma è identico, senza modifica nemmeno della punteggiatura, al dispaccio Ansa delle 17,42 del giorno precedente, siglato Cao. Anche in questo caso appropriazione del lavoro altrui.

 

Stesso incidente il 18 settembre 2006. Su Il Tempo esce un articolo della Tulliani sullo sciopero degli avvocati contro il decreto Bersani sulle liberalizzazioni. Lei- pur tentando la strada da giornalista- è già avvocato, e la materia dovrebbe ispirarla. Ma nell'articolo pubblicato a sua firma non c'è nemmeno un aggettivo scelto dalla giornalista in erba: si tratta come sempre della copia precisa alla virgola del dispaccio Ansa delle 15,43 del 17 settembre, titolato "Competitività: avvocati, al via settimana di sciopero", siglato FH-NM.

Un paio di giorni prima, il 15 settembre, solito metodo. Sul Tempo è uscito a firma Tulliani il dispaccio dell'Ansa sulle acquisizioni di Unipol mandato in rete alle 18,24 della sera precedente. Stesse parole, stessa punteggiatura, ma diversa fatica: la Tulliani ha copiato solo metà del dispaccio Ansa. Poi ha messo un punto e l'articolo si è interrotto sul più bello (o forse è uno scherzetto fattole in redazione).

 

Cerca che ti cerca, salta fuori anche un articolo della Tulliani di cui non si trova traccia negli archivi delle varie agenzie di stampa. Potrebbe essere davvero un Gronchi rosa, l'unico dove l'avvocato e futura compagna del presidente della Camera potrebbe avere messo farina del suo sacco.

 

E' un articolo di politica, fra l'analisi e il commento. I nomi sono diversi, ma se si cambiassero, potrebbe essere scritto oggi. "Pierferdinando Casini è riuscito laddove neanche Prodi sarebbe riuscito. E' bastato il suo ennesimo attacco alla leadership di Berlusconi per ricompattare Forza, An e Lega. Tutti contro l'Udc. Mercoledì a Pesaro, parlando con i suoi prima di partecipare alle feste dell'Unità, il leader dell'Udc non aveva usato metafore: ‘Non vogliamo vivere e morire con Berlusconi'. Ieri- puntuali- sono arrivate le reazioni. Non quella di Silvio Berlusconi che ha trascorso l'intera giornata insieme a Umberto Bossi in Sardegna...".

Sembra una premonizione di quel che si vede. All'epoca Casini, ora Fini. E in entrambi i casi Berlusconi e Bossi insieme a fine estate in una villa del Cavaliere. Analisi politica perfino raffinata, quasi da fare dimenticare l'evidente violazione del diritto d'autore fin lì perpetrata ai danni dei poveri redattori dell'Ansa.

 

Ma anche quella non era farina del suo sacco. A distanza di anni resta ancora un giallo. Perché quell'articolo era stato scritto da una delle prime firme interne de Il Tempo. Ma fu pubblicato con la firma di Elisabetta Tulliani. Se ne accorse l'autore, che protestò. Insorse il cdr chiedendo spiegazioni.

La questione fu risolta all'interno e da lì a poco fu staccata la spina alla fotocopiatrice Tulliani, mettendo fine ai sogni da pubblicista. Nella redazione il caso avvelenò il rapporto con il direttore, con un braccio di ferro che da lì a poco sarebbe costato la poltrona a Pedullà, che si è rifatto conquistando la direzione di un polo tv interregionale della famiglia Caltagirone.

 30-08-2010]

 

 

 

- MENTRE LE COLOMBE PDL MEDIANO SUL ‘PROCESSO BREVE’ E PERFINO BOSSI PORGE IL RAMOSCELLO D’ULIVO (“FINI? UN GALANTUONO”), FELTRI E BELPIETRO NON MOLLANO L’OSSO - 2- BECHIS SU “LIBERO”: “IL COSTRUTTORE DE VITO PISCICELLI (CHE RIDEVA PER IL SISMA DELL’AQUILA) AVEVA UN FILO DIRETTO CON LA SEGRETARIA DEL PRESIDENTE. IN DUE OCCASIONI SI RECÒ ALLA CAMERA E RIUSCÌ A FARSI SBLOCCARE 1,5 MILIONI. E LA SEGRETARIA RITA MARINO, IN OCCASIONE DEL NATALE, RICEVETTE IN REGALO UN MONILE” - 3- DOPO IL NO DI GUIDO PAGLIA. CHI È QUELL’ALTISSIMO DIRIGENTE RAI CHE FU CONVOCATO NELL’APPARTAMENTO PRIVATO DEL PRESIDENTE DELLA CAMERA PER ‘SPINGERE’ LA NASCENTE IMPRESE DI PRODUZIONE CINE-TELEVISIVA DEL ‘COGNATO ELISABETTO’?

 

1 - LA CRICCA NELL'UFFICIO DI FINI
Franco Bechis per Libero

Sono due i passi rilasciati dall'ufficio di sicurezza della Camera dei deputati che legano Gianfranco Fini alla cricca degli appalti pubblici. Sono stati rilasciati fra la fine di novembre 2009 e il gennaio 2010 per recarsi nell'ufficio del presidente della assemblea di Montecitorio a Francesco De Vito Piscicelli, l'imprenditore che con Diego Anemone è diventato il più noto alle cronache della nuova tangentopoli.